martedì 8 aprile 2014

Il matrimonio in età romana

Riprongo oggi un tema già trattato, seppur sommariamente, nel mio articolo precedente riguardante le donne romane. Il matrimonio rappresentava un momento di svolta nella vita delle donne romane - e non solo, come accade ancora oggi - poiché simboleggiava l'entrata nell'età adulta e nella sfera materna, ruolo dove, secondo la mentalità misogina del tempo, la donna poteva esprimersi al meglio. Ma il matrimonio non era solo questo: era un momento della vita cui le donne erano preparate anzitempo, già da bambine, e in cui spesso facevano fatica a riconoscersi (mi riferisco a quelle figure femminili poco avvezze alle gravidanze e agli oneri che il connubio comportava). Analizzerò dunque l'istituzione matrimoniale in senso stretto partendo dagli albori dell'età repubblicana sino all'epoca imperiale, quando molte cose cambiarono complice anche la straordinaria emancipazione delle donne più ricche. 

La tradizione matrimoniale romana si riconosceva nell'antica formula del matrimonio cum manu, ossia il rito che sanciva il passaggio della donna dalla proprietà del padre a quella del marito; era l'epoca del potere assoluto del paterfamilias, che tutto poteva sui figli e la moglie, equiparata allo status delle figlie. Le donne non avevano diritto di ereditare e possedere beni e la loro dote passava direttamente al marito al momento del matrimonio, e l'unica parentale ufficiale riconosciuta era quella da parte maschile (agnatio). Questa posizione privilegiata del marito era stata sancita nelle antichissime Dodici Tavole risalenti ai tempi della monarchia, e molti secoli ci vollero perché cadesse in disuso. Altre antiche formule matrimoniali erano la confarreatio, la coemptio e l'usus, tutte e tre cadute in disuso già agli albori dell'Impero. L'usus fu il primo ad essere abolito, molto probabilmente già in età augustea, e consisteva nella coabitazione ininterrotta per un anno tra i coniugi, che - soprattutto se il marito era plebeo - conferiva loro gli stessi diritti legali (un vero e proprio usucapione). Una curiosità: la donna poteva porre fine all'unione allontanandosi per qualche notte di fila dalla casa. La confarreatio consisteva nel sacrificare a Giove Capitolino una torta di farro davanti ai massimi esponenti religiosi di Roma ed era una cerimonia riservata agli alti ranghi della società, mentre la coemptio era la vendita fittizia della figlia da parte del padre e riguardava gli strati plebei. Tutte e tre queste formule erano già sparite ai tempi di Tiberio, tanto che si attesta la comparsa di un matrimonio molto più moderno e simile al nostro: esso era sancito da un fidanzamento ufficiale, alla presenza di testimoni, dove i promessi sposi prendevano formalmente l'impegno di unirsi e dove lo sposo regalava alla promessa un anello, che andava infilato all'anulare della mano sinistra (proprio come oggi). Questo rito trova la sua spiegazione nelle conoscenze mediche dell'epoca: si credeva, infatti, che esistesse un nervo che dall'anulare giungesse al cervello, a sottolineare la solennità del momento. Da qui si passava poi alle nozze, di cui si conoscono quasi tutti i dettagli: la futura sposa doveva indossare determinati capi specifici, colmi di simbolismi, a partire dalla notte prima. I capelli erano raccolti in una rete rossa durante la nottata, per poi essere acconciati secondo l'uso delle Vestali (seni crines), coperti da un velo di colore arancio molto vivace (il flammeum) e ornati da una coroncina di verbena e maggiorana intrecciati. L'abito nuziale era una tunica molto semplice priva di orli, con una cintura attorno alla vita fermata da un nodo, che il marito avrebbe poi slacciato, e un mantello color zafferano. Come accessorio la sposa poteva indossare una collana di metallo attorno al collo. 



Alma - Tadema


Dopo la preparazione, la sposa attendeva il marito in casa propria, assieme ai parenti e agli amici. Dopo aver sacrificato un animale e preso gli aruspici, si procedeva - in silenzio - ad apporre i sigilli matrimoniali. Le mani degli sposi erano congiunte da una pronuba, una donna sposata solo una volta, a simboleggiare un'unione felice e duratura. Una volta esaminate le viscere degli animali ed aver espresso il favore degli dèi all'unione, le nozze rompevano il silenzio. Il rito si avviava allora verso la parte finale, con gli invitati intenti ad elargire formule augurali ed a godersi la festa; solo verso il tramonto l'atmosfera diverrà seria, quasi cupa, con la scomparsa dello sposo dalla scena. Un corteo costituito da suonatori era incaricato di prelevare la sposa strappandola dall'abbraccio materno, conducendola alla casa del marito. Qui, due amiche della sposa, le consegnavano il fuso e la conocchia, ad indicare i suoi futuri lavori domestici. Il marito l'aspettava sulla soglia, per celebrare un rito quanto mai odierno: la sposa ungeva con olii la soglia della casa per allontanare gli spiriti malvagi e a questo punto, i coniugi si scambiavano una promessa verbale, di cui conserviamo soltanto la parte finale, pronunciata dalla sposa: "Ubi tu Gaius, ego Gaia", che suona all'incirca come "Se sarai felice, lo sarò anche io". La spiegazione è che la donna assumeva - idealmente - il prenome del marito e si sottometteva a lui. A questo punto la sposa attraversava la soglia in braccio a due amici dello sposo per non sfiorarla con i piedi, un pessimo presagio e un segno nefasto. 
La pronuba accompagnava allora la sposa in camera da letto, togliendole tutti gli ornamenti e possibili oggetti che potevano ferire il marito durante il rapporto. Una volta sola, la sposa recitava una preghiera a Priapo, il dio della fertilità, finché lo sposo non entra nella stanza per consumare le nozze. Possiamo immaginare che nel caso di giovani donne questa fosse la parte più ardua. Molto spesso erano maritate a uomini più anziani di loro anche di vent'anni, magari amici del padre, e giungevano al rapporto sessuale completamente inesperte ed intimidite. Non dobbiamo dimenticare la concezione sessuale del periodo: marito e moglie dovevano pensare alla sola procreazione, dunque i loro rapporti carnali ci vengono descritti come freddi e privi di delicatezza, spesso addirittura vestiti. L'amore non era concepito all'interno della coppia, e per quello c'erano gli amanti. 

Successivamente, verso la fine della Repubblica, qualcosa cambiò. La formula del matrimonio restò pressoché invariata nella sua forma, ma alcuni iniziarono a spogliarla degli aspetti superflui preferendo nozze semplici ma sincere. Cambiò anche il ruolo della donna: con l'avvento del matrimonio sine manu ella poté disporre liberamente del proprio patrimonio una volta raggiunta l'età adulta, e prima poteva avvalersi dell'aiuto di un tutore. Le ricche aristocratiche romane poterono così emanciparsi e spesso non si sposarono affatto, preoccupando non poco imperatori come Augusto così attenti all'equilibrio demografico della città. Le donne potevano scegliere chi sposare e senza il consenso della sposa, le nozze non potevano essere celebrate. Tutti questi elementi si sono conservati sino a noi grazie all'azione del Cristianesimo, che ha conservato quasi interamente la formula cerimoniale pagana. 
E' chiaro però che il matrimonio sine manu portò anche delle conseguenze, come il crollo delle nascite e l'elevatissimo numero di divorzi. La nostra mente moderna concepisce il divorzio come un lungo iter dispendioso e burocratico, ma in età romana era tutto molto più semplice: i divorzi erano all'ordine del giorno e bastavano poche cause (sterilità della donna o mancanza di adfectio maritalis, cioé la volontà di vivere sotto lo stesso tetto) per rompere un'unione. I casi di divorzi annoverano tra loro figure celebri come Cicerone, che divorziò dalla moglie Terenzia dopo quasi trent'anni di matrimonio per sposare un'adolescente. Con un tale numero di divorzi e matrimoni sterili, era inevitabile che un moralizzatore come Augusto non corresse ai ripari. Emanò allora una legge che permetteva il divorzio alle donne sposate soltanto dopo aver concepito il terzo figlio, in modo da assicurare nascite fresche alla città. 


Fonti:
Jérome Carcopino, "La vita quotidiana a Roma", Economica Laterza, Bari, 1993
Francesca Cenerini, "La donna romana", Società editrice il Mulino, Bologna, 2002
Furio Sampoli, "Le grandi donne di Roma antica", Newton Compton,  2003
Alberto Angela, "Amore e sesso nell'antica Roma", Mondadori, Milano, 2012
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