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mercoledì 15 gennaio 2014

Gaio Giulio Cesare Ottaviano, Augusto (seconda parte)

Il giovane Ottaviano era dunque padrone di Roma, sebbene i suoi poteri legittimi fossero scaduti nel 33 a.C. con la fine del triumvirato. Egli affermò di essersi mosso con il "consenso di tutti" (consensus universorum) che sebbene fosse la base del suo potere, mancava di legittimità; per ovviare a questo problema fu console ininterrottamente dal 31 al 23, rifiutando cautamente la nomina di dittatore, memore di ciò che era accaduto al padre adottivo. Dichiarò, quindi, di essersi mosso nel più profondo rispetto delle tradizioni repubblicane ma la realtà era ben diversa: una mattina del gennaio del 27, Ottaviano vide cambiare radicalmente la forma del proprio potere, plasmando la storia dei secoli successivi. Finse di voler restituire tutti i poteri conferitigli e il senato, che era ormai era nelle sue mani, gli conferì il titolo di Augusto. Tale titolo conteneva in sé diverse implicazioni, tutte legate all'accrescimento e al prestigio: la parola augustus deriva nient'altro che dal verbo augere (aumentare), e l'Augusto era colui destinato ad accrescere la potenza romana e, al tempo stesso, la sua potenza e il suo prestigio erano aumentati rispetto agli altri cittadini. Inoltre, tale titolo era anche legato all'antico concetto di auctoritas, che comprendeva anche connotazioni religiose: essendo stato adottato dal divino Cesare, Augusto poteva vantare la diretta discendenza da Enea e dalla dea Venere e poiché Cesare era stato divinizzato poco dopo la battaglia di Filippi, egli poteva definirsi "figlio di un dio" senza mezzi termini. Con la morte di Lepido nel 12 a.C., egli poté anche ricoprire la carica di pontefice massimo, la più alta carica religiosa a Roma. Augusto tenne a precisare di aver rinunciato a tale carica più volte, quando Lepido era in vita, sebbene il popolo lo acclamasse a gran voce. 
La buona sorte di Augusto, però, era lontana dall'abbandonarlo. Nel 23 Terenzio Varrone Murena, di nobilissima stirpe e collegata di Augusto nel consolato, ordì una congiura per eliminarlo; Augusto capì che il solo titolo di console non bastava più a proteggere i suoi sforzi e si fece concedere dal senato due titoli importantissimi,  la potestà tribunicia e l'imperio proconsolare maggiore e infinito. La svolta sarà epocale, poiché questi due titoli saranno la base del potere per tutti gli imperatori a venire: la tribunicia potestas proveniva direttamente dai tribuni della plebe e rendeva il principe sacro e inviolabile, con il diritto di emanare leggi ma, poiché tali leggi erano circoscritte al solo territorio di Roma, serviva l'imperio proconsolare per renderle effettive in tutte le parti dell'impero. Tali prerogative potevano essere trasmesse solo da padre in figlio, con tanto di ratifica senatoriale, dunque non era un privilegio dinastico: Augusto riconobbe per tempo i suoi successori, da Agrippa ai nipoti, ma la sorte in questo caso gli fu avversa e lo costrinse a scegliere il poco amato Tiberio, figlio di primo letto della moglie Livia. 
Forte di queste prerogative, Augusto passò a riorganizzare la struttura dell'ormai deceduta Roma repubblicana: divise le province in senatorie e imperiali, confermò l'Egitto come possedimento strettamente personale, riportò ordine nella scena politica romana onorando il senato e aprendo le porte della carriera pubblica anche ai cavalieri, ristrutturò l'intera città con importanti opere architettoniche e introdusse il culto religioso legato alla famiglia imperiale. A tutto ciò si aggiunse, nell'anno 2, anche il titolo di padre della patria. 


Per quel che riguarda la guerra, Augusto non ebbe mai grandi doti militari. Le sue vittorie furono quasi sempre frutto del genio di Agrippa che, tuttavia, lo servì sempre fedelmente e con amicizia. Agrippa vinse su Sesto Pompeo, riottenne le insegne sottratte a Crasso nel 53 dai Parti e, dopo la sua morte, i figli di Livia Tiberio e Druso ottennero numerose vittorie lungo tutto l'arco alpino. In tutto questo susseguirsi di trionfi, la sconfitta di Teutoburgo del 9 d.C. segnò un confine indelebile: il vecchio Augusto patì moltissimo la perdita di ben tre legioni e a ciò si aggiunsero le incessanti morti dei nipoti designati come eredi (nonché l'allontanamento forzato dell'amatissima figlia Giulia in esilio a Pandateria, oggi Ventotene).  Nel 13 d.C. depositò il suo testamento nella casa delle Vestali accompagnato da un piccolo documento, noto a noi come le Res Gestae Divi Augusti.  
Augusto si spense a Nola, in Campania, nel 14 d.C. Con lui c'erano la moglie Livia e Tiberio, l'erede designato. Prima di spegnersi, domandò se avesse recitato bene in quella commedia che era la vita. 

Fonti: 
Svetonio, "Vite dei Cesari"
Augusto Fraschetti, "Roma e il Principe", Bari, Laterza, 1990
Augusto Fraschetti, "Storia di Roma", Catania, edizioni del Prisma, 2003
Michael Grant, "Gli imperatori Romani", Roma Newton Compton editori, 1984

sabato 26 novembre 2011

Barbari e romani, dominatori e sudditi

Questo articolo lo scrissi due anni fa per il sito di modelle "modelleperlastoria", oggi non più online. L'argomento del set fotografico era il rapporto tra barbari e romani, interpretato in prima persona da me nei duplici panni di prigioniera.


Un copione letto ed analizzato da storici, archeologi, scrittori e registi su cui si sono gettati fiumi d'inchiostro nel corso dei secoli. Ma qual è stata l'essenza di questo rapporto problematico che ha caratterizzato una delle civiltà dominanti del mondo antico accompagnandola dalle origini siano alla sua, straziata, fine?
Generalmente, la storiografia ha identificato i barbari quali i veri responsabili della caduta dell'impero Romano, accusando le loro scorrerie all'interno dei confini e la loro fame di ricchezza che li istigava al saccheggio ed alle violenze, senza tuttavia cercare di indagare a fondo quali potessero essere le cause di questa inimicizia verso Roma. Innanzi tutto, non bisogna tralasciare che Roma, quando e dove possibile, preferiva cedere alle trattative diplomatiche anziché alla coercizione e che l'arrivo dei barbari nell'impero non fu una migrazione violenta, ma un movimento di uomini, donne, anziani e bambini disperati che scappavano dalla fame ed aspiravano a divenire parte dello splendore che l'Urbe rappresentava. I barbari indubbiamente contribuirono al declino di Roma sul finire del V secolo, ma agirono tutto sommato in buona fede per tentare di divenire parte della superiore civiltà romana. Se poi non vi riuscirono, questo è dipeso dal corso degli eventi.
Lo scopo del set fotografico realizzato nel settembre 2009 sulle colline di Superga, sopra Torino, era tentare di riportare alla luce quello che fu il drammatico incontro tra due culture completamente differenti, la romana e la barbara, in questo caso impersonata dalla fotomodella Danielle Fiore in un abito di foggia celtica verde brillante, volto a simboleggiare anche il contatto che queste popolazioni straniere a Roma avevano con la natura. Danielle, che nella vita studia proprio storia romana, si è così calata nei panni della sacerdotessa barbarica rapita e portata a Roma in catene (anche se durante il set si sono utilizzato delle più semplici corde) da due legionari, interpretati da Alex Cunsolo e socio, responsabili del sito "Modelle per la Storia". Il set si è volutamente snodato in due parti, amalgamate tra loro dal lavoro del fotografo Dr Fatso, e che dividono perfettamente la storia in due momenti: il ratto della sacerdotessa, dapprima protetta da un armigero (impersonato dal musicista Haron Wolf) e poi scovata all'interno del suo bosco sacro e trascinata via, verso la prigionia. Prima di giungere a Roma, tuttavia, sul sentiero in terra straniera ecco sopraggiungere un secondo barbaro (lo stesso Dr Fatso), che armato di pugnale e scudo tenta di liberare la donna dalle grinfie dei Romani. Tentativo inutile.
La seconda parte della nostra storia si riapre in un'immaginaria collina che si affaccia su Roma, dove la sacerdotessa abbandona il suo semplice abito verde per indossarne uno arancione dal taglio più ricercato - da matrona. Scopriamo così che la barbara Danielle è stata adottata dal centurione Alex che, con fare estremamente orgoglioso, le mostra i terreni della sua proprietà. E lei, nei suoi nuovi panni di Flavia Valeria, non può che osservare compiaciuta. Un tentativo di integrazione andato a buon fine, dunque.
Se la storia si fosse mossa come gli eventi narrati in questo romanzo, forse il passaggio dal mondo romano ai regni romano-barbarici, e il conseguente medioevo, sarebbe stato meno traumatico (mi si conceda questo riferimento, seppur breve, alla "if history").

- Articolo realizzato per il sito www.modelleperlastoria.net - 

martedì 15 novembre 2011

Qualcuno fermi Roberto Giacobbo!

Mi concentro stasera sulla figura del noto conduttore televisivo Roberto Giacobbo. Sì, esatto, quello di Voyager, che ci bombarda continuamente di uscite editoriali. Premessa: possiedo personalmente un suo libro (di gradevole lettura, pure) e ne ho letti molti altri in prestito, e non metto di certo in dubbio le sue conoscenze storiche o archeologiche ma, per favore, prima di andare in onda controlli ciò che dice.
Mi riferisco ad una puntata della sua trasmissione, che stavo seguendo un pò distrattamente (mi piace avere un sottofondo televisivo quando lavoro al découpage). Dopo l'ennesimo servizio, identico a tutti gli altri, sui templari e la benedetta cappella di Rosslyn in Scozia (con il ripetuto accenno a quella cavità sottorrenea sull'isola di Oak Island), annunciano il solito servizio sui gladiatori. Ovviamente, accantono il lavoro decorativo e comincio a seguire il tutto, mossa da un'innata passione personale verso le figure dei combattenti romani (vi lascio immaginare l'espressione gioiosa del mio fidanzato quando ha capito che avrei seguito interamente il servizio pronta a ribattere ogni minima affermazione, LOL).
E la mia reazione non tarda a giungere. Giacobbo, che si muoveva allegro tra le rovine di Pompei (che invidia!!!) annuncia l'imminente servizio su Spartaco. Inarco un sopracciglio, poiché si trattava della solita solfa (per carità, tanto di cappello a chi produce questi documentari perché sono la prima ad esserci cresciuta e se non fosse stato per loro difficilmente mi sarei avvicinata a questo mondo). Sia chiaro: non sono qui per sventolare al mondo che ho studiato e gli altri no, voglio semplicemente sottolineare la dubbia qualità di tali programmi definibili "culturali" e ovviamente per famiglie (e lo dice una cresciuta a pane e SuperQuark).
Dopo aver illustrato brevemente la storia di Spartaco, Giacobbo si lancia in uno dei suoi soliti flash datando la rivolta degli schiavi al 73 d.C. Parte il servizio, da parte mia il silenzio. Trascorrono i minuti, le frasi, le spiegazioni, ed io ancora in silenzio. Dopo circa 10 minuti, il risveglio: "CHE COSA HA DETTO?!".


Sì, stasera ho voglia di sdrammatizzare e farvi divertire. Riesumata da un coma voyageriano interrogo subito il povero e inerme fidanzato, chiedendo con insistenza: "ma hai sentito? ho sentito? avete sentito? ha detto dopo Cristo, vero?!". Figuriamoci lui, già scocciato e tutt'altro che storico (è un cuoco, se volete dare un'occhiata alle sue ricette visitate http://chefsoso.blogspot.com), risponde con un monosillabo: "Boh!".
Comincio allora a pormi mille interrogativi nella mia testa, domandandomi quale particolare non irrilevante avessi perso nelle appassionanti lezioni di storia romana, che cosa mi fossi persa leggendo e studiando i manuali, cosa non avessi capito in quasi 20 anni di documentari alle spalle a proposito di Spartaco. No perché, errare è pur sempre umano, anche se laureata capita ogni tanto di dimenticarmi qualche data (lo so, non dovrebbe succedere e mi arrabbio tantissimo quando accade, mea culpa!) quindi magari ero stata io a confondere le datazioni. Eppure, ero così convinta... Ero così sicura che Spartaco si collocasse in età repubblicana, la via Appia, i suoi compagni crocifissi da Crasso...Dai su, sono cose che avrò sentito almeno un milione di volte dalle elementari... Dubbi amletici. Il pensiero che corre ai miei docenti. "Ma allora non ho capito davvero un tubo di quello che hanno spiegato!", penso. Castello di carte che s'infrange, voi non potete capire per una storica che sconfitta personale sbagliare la data della rivolta di Spartaco. Mille quesiti.


Ecco il nostro eroe!
Il servizio prosegue, e il narratore finalmente esordisce con la giusta datazione, il 73 AVANTI Cristo. Il fidanzato mi guarda. Come direbbe un mio amico, compagno di università nonché storico prossimo alla laurea, "gigalol, immenso EPIC FAIL!". Il nostro Giacobbo aveva "leggermente" confuso il 73 avanti Cristo con il 73 dopo Cristo, che era tutta un'altra epoca (quella imperiale). "Ecco, hai visto?!", dico trionfante al mio povero cuoco, "Mi sembrava strano!". Per tutta risposta, mi becco un sopracciglio inarcato. Ma lo amo lo stesso, LOL. Poverino, lo capisco pure.
Resta che il nostro presentatore aveva traslato di un tantinello la datazione storica, giusto quel che serve per attaccarsi al Colosseo (la cui costruzione è ben posteriore a Spartaco, databile al 72 d.C. per opera di Vespasiano sullo spazio destinato alla statua del colosso di Nerone). Insomma, sempre 73 era, ma con giusto qualche imperatore di mezzo tralasciato e una morte, quella di Cesare, alla fine dei conti irrilevante per la storia di Roma. Giacobbo, Giacobbo, stai più attento la prossima volta ;) 

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