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venerdì 26 febbraio 2016

Recensione "Il romanzo delle crociate" di Jan Guillou

Siamo giunti alla fine di Febbraio e si conclude un altro mese di permanenza su questo blog. Sono alla soglia delle 80.000 visite e vorrei ringraziarvi personalmente perché mai mi sarei aspettata un tale risultato! Ho creato questo blog nel 2011, all'alba di uno dei periodi più bui della mia vita. Sono trascorsi cinque anni da quel momento e le cose sono più rosee rispetto al passato. Si sa, le esperienze della vita ci rafforzano...e bisogna sempre reagire. Su questo blog ho raccolto le mie principali passioni (fotografia, découpage, libri e più recentemente il cucito) e sono felice che molti di voi abbiano scelto di condividere le mie esperienze visitando e condividendo i miei articoli. Non discutendo di argomenti "mainstream" quali makeup o moda, francamente ero sicura che il mio blog sarebbe rimasto nell'ombra, uno di quei tanti siti in cui s'incappa solo per caso, magari navigando su Google. E invece eccoci ancora qui, sebbene la mia presenza sia sempre ridotta a causa del tempo.

Oggi vorrei proporvi la recensione di una delle saghe che ho amato di più e che - a distanza di dodici anni - continuo a consigliare. Parlo del "romanzo delle crociate" di Jan Guillou, autore svedese che conosciuto per caso, appena diciottenne, in libreria. In quel periodo ero una grande appassionata di Medioevo (eh già, la Storia Romana è arrivata dopo...) e fui subito attirata dal romanzo "Il Templare", sulla cui copertina troneggiava una spada in bella vista. Me lo regalarono per il compleanno e lo finii nel giro di qualche giorno, scoprendo (con mia estrema gioia!) l'esistenza di altri capitoli della saga. 
La saga si compone di:
- Il Templare
- Il Saladino
- La Badessa
- L'erede del Templare (basato sulla vita del nipote di Arn). 



*Spoiler*
La storia narrata ci riporta indietro nel tempo, nella Svezia del XI e XIII secolo, dilaniata da lotte intestine tra Folkung, Erik e Svear. Qui nasce il protagonista Arn Magnusson, la cui vita sembrerebbe destinata alla carriera ecclesiastica; cresciuto in un monastero cistercense  per un voto dei genitori, Arn è giovane, brillante e intelligente ma il destino ha in riserbo per lui un futuro del tutto diverso. Il giovane conosce la bella Cecilia, di cui s'innamorerà perdutamente - ricambiato. La gelosia della sorella di lei, Katarina, rovinerà la felicità dei ragazzi, denunciando il loro amore e il frutto di esso, la gravidanza di Cecilia avvenuta fuori dal matrimonio. La pena da espiare per i due amanti sarà onerosa: Arn dovrà servire in Terrasanta come Templare e Cecilia sarà destinata al convento, dove metterà al mondo il suo bambino, tra mille difficoltà. Per 20 anni i due resteranno divisi, vivendo le proprie esistenze nell'attesa - un giorno - di potersi rincontrare.
In Terrasanta Arn diventerà un guerriero estremamente abile e rispettato, persino da quello stesso Saladino che sarà suo amico quanto rivale al tempo stesso. Sempre confinata nel monastero, Cecilia subirà le angherie dell'arcigna badessa Rikissa (appartenente alla famiglia rivale) ma con il suo talento di contabile riuscirà a ritagliarsi un posto di rispetto. La sua figura sarà cruciale in quel difficile momento del nascente regno svedese: il suo supporto sarà - infatti - fondamentale per sostenere l'ascesa al trono del re, che sposerà la sua amica Cecilia Blanka, compagna di frustrazioni e sofferenze al convento. 
E' in questo frangente che Arn torna in Svezia, dopo aver espiato la propria colpa: porta con sé un manipolo di veterani, volendo trasformare la propria città natale in un luogo moderno ed efficiente. Qui ritroverà suo figlio, ormai cresciuto, e l'amata Cecilia. La loro felicità però è appesa ad un filo: gli intrighi di Rikissa non hanno ancora avuto fine e Cecilia sarà così involta in un intrigo, per la quale divenire badessa del convento sembrerà l'ultima scelta. Tuttavia, la coppia riuscirà a superare ancora questa difficoltà e potrà finalmente sposarsi, concependo un'altra bambina e godendosi quel poco di felicità che il destino ha loro riservato: Arn morirà poco dopo, cadendo in battaglia, combattendo contro gli invasori Danesi. Morirà poco dopo, ormai sessantenne, con suo figlio ormai in grado di prendere il suo posto.

Una saga avvincente, ricca di dettagli sulla vita comune di un Nord medievale spesso oscuro, e di cui si parla poco. La saga è ricca anche di personaggi realmente esistiti e fondamentali per la Storia svedese, tra cui il re Knut (re Canuto I), sua moglie Cecilia, lo jarl Birger Brosa e, ovviamente, Saladino. L'unica pecca è il quarto volume, che si svolge in un periodo assai posteriore rispetto ai fatti precedenti e dove i nostri amati personaggi sono ormai scomparsi. 

Voto: 9/10


giovedì 14 gennaio 2016

Recensione "Saga dei Tudor" di Philippa Gregory

Sì, lo so, questa saga meriterebbe una recensione apposita per ciascun libro. Sono tutti ottimi, di grande successo, narrati con passione e conoscenza del periodo storico. Certo, non sono libri di storiografia (e questo è bene tenerlo a mente), quindi non pretendono di dare una visione tout court del periodo storico che vanno a narrare. 
La saga di Philippa Gregory dedicata all'età Tudor copre il periodo della storia inglese che va dal regno di Enrico VII a quello di Elisabetta I, incentrandosi su Enrico VIII e - neanche dirlo - sulle sue mogli. Da questi libri è stato tratto il film con Natalie Portman, Eric Bana e Scarlett Johansson "L'altra donna del Re" e, di recente, la serie "Wolfhall", che tuttavia hanno suscitato qualche polemica per la scelta errata dei costumi e di alcune vicende narrate (se pensiamo anche alla serie "I Tudor" gli errori storici/sartoriali sono davvero notevoli); l'ordine cronologico dei volumi è leggermente diverso dall'ordine di uscita dei libri e ve lo riporto di seguito:

1. Caterina, la prima moglie (Caterina d'Aragona)
2. L'altra donna del Re (Anna Bolena)
3. L'eredità della regina (la sfortunata Anna di Clèves e Catherine Howard)
4. Il giullare della regina  (Mary Tudor e un'adolescente Elisabetta)
5. L'amante della regina vergine (un'ormai regina Elisabetta e il suo rapporto con Robert Dudley)
6. L'altra regina (Maria Stuarda)

Personalmente, avendo recuperato i vari volumi della saga solo lo scorso anno, ho potuto leggere i capitoli in ordine cronologico, seguendo così il filo storico degli eventi. Mancano - purtroppo - un volume dedicato a Jane Seymour, ma sono sicura che la Gregory provvederà in futuro. Le figure da lei raccontate sono spesso differenti dalla realtà storica, tra cui proprio Enrico VIII che, secondo le fonti, non era affatto un uomo incline ai rapporti extraconiugali. Nonostante ciò, la Gregory ha un'innegabile maestria nel narrare i dettagli della vita e dell'epoca, descrivendo la corte, gli abiti, gli accessori indossati, le strade e la vita del popolino. 

Uno dei volumi della saga
Qualche appunto personale: come già detto, questi sono romanzi e non manuali di Storia, dunque se volete approfondire di più il periodo vi consiglio di ricorrere a un testo accademico. I volumi che ho preferito sono stati quelli dedicati a Caterina e sua figlia, la sfortunata Maria, che non fu affatto quel mostro che spesso le fonti ci propongono: era cattolica, è vero, e fece molto per riportare la sua nazione alla vecchia religione, ma fu in fondo una donna molto provata dalla vita, che desiderava l'amore e dei figli; fu umiliata nella prima adolescenza quando il re conobbe Anna Bolena e lei fu costretta a separarsi dalla madre, servendo la piccola Elisabetta e vedendosi abbandonata dal padre. In seguito le cose migliorarono, ma la vita non le riservò un destino felice: il matrimonio con Filippo II fu infruttuoso e dato dalla convenienza, sebbene lei fosse profondamente legata al coniuge. La figura di Maria Stuart mi è apparsa molto verosimile, specialmente quando la Gregory rimarca le differenze tra lei e la cugina Elisabetta: Maria è ricordata per essere stata una donna di eccezionale bellezza, regale nei modi e nei lineamenti, di alta statura e da un incarnato perfetto, mentre Elisabetta fu invece sfigurata dal vaiolo e dalle fonti si evince che non fosse di modi aggraziati. 
Insomma, una saga che merita senz'altro una lettura se vi piace questo periodo della storia inglese ed europea sempre, tuttavia, con un occhio alla veridicità storica. 

Voto 8/10

lunedì 4 gennaio 2016

Recensione "Excalibur" di Bernard Cornwell

Bernard Cornwell è da sempre uno dei  miei scrittori preferiti. Amo il modo in cui riesce a ricreare le atmosfere storiche più diverse, dall'antica alla storia moderna. Chi non conosce il mito di Artù, Camelot e Merlino? In questa saga Cornwell ci riporta in un mondo ormai scomparso, che noi abbiamo imparato a conoscere attraverso le leggende e le versioni letterarie più disparate. Il ciclo di Cornwell (perché parliamo di tre romanzi, che nella versione italiana sono stati suddivisi in cinque libri) tenta di dare alla leggenda di Artù una visione più storica, più accurata, più verosimile. Quello da lui descritto è un mondo sconvolto da lotte intestine, dalla caduta del paganesimo, dall'invasione sassone, dall'avanzata del cristianesimo. Sì, perché il cristianesimo resta un elemento chiave di questo ciclo, visto spesso come fonte di fanatismo e superstizione. 

Libri del ciclo "Excalibur":

1. Il Re d'Inverno
2. Il Cuore di Derfel
3. La Torre in Fiamme
4. Il Tradimento
5. La Spada Perduta 

L'intera vicenda è narrata dal protagonista principale, Derfel, un giovane sassone che dalla fanciulezza all'età matura accompagnerà Artù nel suo sogno di pacificare la Britannia. Derfel narra le sue memorie da anziano, rinchiuso in un monastero, destinandole alla giovane regina Igraine; ormai cristiano, egli tuttavia non dimentica il proprio passato da guerriero e da pagano, e ricorre alla sua lingua natia per tramandare alla regina le sue memorie. Tra gli altri personaggi, Merlino appare come un personaggio sfuggente, più interessato al recuperare cimeli magici che a seguire le vicende di chi gli sta accanto, Ginevra come una regina arrivista e ferma nella propria religione pagana, Lancillotto come un giovane vanitoso, dal dubbio valore e dal poco coraggio. Insomma, preparatevi a leggere i personaggi che tanto avete amato in chiave del tutto diversa, spesso poco nobile. Sullo sfondo altre figure celebri, come gli sfortunati Tristano e Isotta, il viziato Mordred, la sfigurata sacerdotessa Morgana, la giovane maga Nimue desiderosa solo di vendetta. 

Non c'è nessun pericolo di spoiler nel rivelarvi che tutto finirà nel peggiore dei modi: il sogno di Artù di riunire la Britannia verrà distrutto, scoprirà il tradimento di Ginevra confinandola in esilio nell'Isola di Cristallo,  La ritroverà tempo dopo, ormai pentita, pronta a restare con lui per vedere il loro figlioletto crescere e succedere al trono a Mordred. Merlino rischierà di morire per mano di Nimue. E Derfel? Derfel conoscerà la gioia dell'amore e della famiglia, finendo i suoi giorni come monaco cristiano, sotto il controllo del perfido vescovo Samsun.


La saga va letta nel suo insieme, recensire i libri singolarmente rischierebbe di svelare particolari che a me hanno destato molta sorpresa, togliendovi così il piacere della lettura. La lunghezza di ciascun libro è relativamente lunga ma vi assicuro che non ve ne accorgerete. Dimenticavo: scoprirete un aneddoto su Derfel che vi sorprenderà. 

Voto 10/10



venerdì 1 gennaio 2016

Recensione "Vesuvius" di Marisa Ranieri Panetta

Ho da poco terminato la lettura di questo romanzo, adocchiato sugli scaffali della libreria ben due anni ed entrato in mio possesso lo scorso anno; chi mi segue da un po' sa bene quanto io sia lenta a completare i volumi per via dei miei impegni e questo libro non ha, purtroppo, fatto eccezione. 
La scelta di leggerlo era pressoché doverosa: non solo si tratta di un romanzo storico (la mia grande passione!), ma è un romanzo ambientato nell'antica Roma (e qui, i miei followers più datati non si stupiranno di certo...) e avente come tema principale la tragedia di Pompei del 79 d.C. 
Ho iniziato ad interessarmi a Pompei da bambina, quando mi fu regalato un libro sui vulcani e le eruzioni più disastrose della Storia. Non avevo dei gusti propriamente infantili, lo riconosco, e già all'epoca nutrivo un forte interesse per le enormi tragedie, vedi l'epidemia di peste del 1347-48 e  le devastazioni portate dai terremoti, il che mi ha senz'altro portato ad intraprendere un percorso di studi prettamente storico. Da quel momento la storia di Pompei mi ha affascinato. Non ho mai smesso di pensare a ciò che si è nascosto per anni, per secoli sotto i sedimenti, celato alla vista e alla vita. Ma torniamo al libro. 

Fresca della lettura del libro di Alberto Angela "I tre giorni di Pompei", mi sono procurata il romanzo della Ranieri Panetta ad inizio 2015, ma mi ci è voluto del tempo per cominciarlo. La trama è relativamente semplice, basata sulle vicende della giovane matrona Flavia, una ragazza costretta dalla famiglia ad un matrimonio di convenienza con un uomo molto più vecchio - ma molto ricco. Flavia maturerà nel proprio percorso di donna conoscendo la passione, l'amore e - con sua sorpresa - il rispetto per quell'uomo più anziano che prima ripugnava. Sullo sfondo si alternano le vicende di Pompei, il guazzabuglio delle sue strade e delle sue attività commerciali, le storie degli altri personaggi presi dalle proprie vicissitudini famigliari e personali. Un passato vivace, ricco di brio e vita, su cui fa capolino l'ombra del Vesuvio, ritenuto da tutti - all'epoca - un semplice monte.
La vicenda copre un lungo lasso di tempo, partendo dalla gioventù di Flavia sotto il regno di Nerone siano all'81 d.C, con la morte dell'imperatore Tito. L'autrice approfondisce molti aspetti della vita quotidiana di allora, come i ritmi giornalieri e le strutture sociali, utilizzando un linguaggio molto fluido e per nulla accademico, rendendo così il libro alla portata di tutti. 
I nostri personaggi si muovono tra Roma, i bellissimi paesaggi della Campania, Rieti e la Spagna romana, portando noi lettori a conoscere un mondo ormai scomparso, un mondo assai simile al nostro. La tragedia dell'eruzione porrà fine a tutto ciò, seppellendo le vite, i sogni e le speranze di chi non riuscì, non poté, o non volle scappare. Le vite dei nostri personaggi saranno segnati da essa in maniera indelebile, chi più dolorosamente e chi meno. 
Un romanzo senza dubbio piacevole e di facile lettura, se non fosse per il finale un po' frettoloso, che lascia presupporre un seguito, e i dialoghi talvolta banali, come spesso purtroppo accade nei romanzi ambientati nell'antica Roma. Questo tuttavia non toglie il lustro alla rappresentazione storica della Ranieri Panetta, che dimostra di aver studiato nei dettagli ciò che racconta e descrive.   

Voto: 7/10

sabato 3 maggio 2014

Recensione: "L'amante di Pilato" di Gisbert Haefs

Il libro di Haefs ci riporta, come il titolo suggerisce, ai tempi dell'occupazione romana della Giudea. Durante i giorni che portano alla crocifissione di Gesù (chiamato correttamente Geoshua), Gilbert Haefs narra con un'accurata ricostruzione storica le vicende della principessa egizia Cleopatra e delle sue ancelle, in una repentina fuga attraverso l'Oriente in un susseguirsi di carovane, predoni, assalti, morti, assassini misteriosi, traditori e amicizie. Come in un vero libro giallo, niente in questo romanzo è scontato: i personaggi rivelano oscuri dettagli a proposito del proprio passato e dei motivi che li conducono in Palestina, prima tra tutti l'enigmatica Cleopatra e il centurione Rufo, che fino all'ultimo manterrà celati i suoi intendi pro o contro gli stessi romani. Pilato appare troppo occupato ad imporre il controllo romano in una zona travagliata dai litigi civili tra ortodossi e non ortodossi, e poco si cura della sua vecchia amante egizia.
In tutto questo l'esecuzione di Gesù è poco più di un contorno, una scena fugace cui si fa riferimento per un paio di righe, sebbene la sua figura sia più volte dipinta come giusta e onesta, in contrasto ai giudei ortodossi che non pochi problemi crearono agli occupanti romani. Il fulcro del libro è la battaglia di Ao Hidis, una fortezza ostile ai romani in territorio romano, dove la vicenda si snoderà rivelando alcuni particolari prima celati.
La pecca del libro è lo stile narrativo spesso frammentario e i dialoghi poco chiari, uno stile in cui non ci si può perdere alcun dettaglio se non si vuole arrivare impreparati al finale.


Voto: 7/10

giovedì 17 ottobre 2013

Recensione "La figlia di Omero" di Robert Graves

Probabilmente, non sono il tipo di persona più adatta a recensire un libro simile. Non ho mai amato i poemi epici come meriterebbero, sebbene io ami il mondo antico, ma se ne siete appassionati questa è la storia che fa per voi. 
Pubblicato nel 1955, il libro di Robert Graves prende spunto da alcune teorie avanzate nel 1896 da Samuel Butler sull'origine probabilmente femminile dell'Odissea; egli era convinto che tale opera non fosse ambientata in Grecia quanto in Sicilia, in particolar modo a Trapani, l'antica Drepana. Le teorie di Butler non ebbero molto successo negli ambienti accademici, sebbene già nell'antichità autori come Strabone avessero avanzato ipotesi circa la composizione per mano femminile dell'Odissea. L'autrice sarebbe la principessa Nausicaa, figlia del re di Scheria (Trapani, appunto). Gli esperti concordano soltanto sul fatto che l'Iliade e l'Odissea non siano figli della stessa mano e che, proprio come scrive Graves, il primo sia un poema scritto da uomini per uomini, al contrario del secondo. 

Graves, quindi, parte da questi presupposti per sviluppare il suo romanzo che, vi dirò con tutta sincerità, non mi ha entusiasmato granché, salvo poi risollevarsi verso la fine della narrazione. Siamo in Sicilia, nel pieno della colonizzazione greca del nostro meridione, e la giovane principessa Nausicaa s'accinge a vivere un turbolento periodo della propria esistenza: giunta ormai al sedicesimo anno d'età, la sua mano viene promessa al miglior pretendente. Sullo sfondo c'è la scomparsa del fratello maggiore Laodamante, allontanatosi dal palazzo per compiacere la capricciosa moglie Ctimene, la quale voleva come dono una collana d'ambra; da qui gli eventi precipitano in modo rocambolesco, con l'allontanamento del re dal palazzo, la reggenza, i tentativi d'usurpazione del trono portati avanti dai cento e più pretendenti di Nausicaa, le morti e le vendette. 
In tutto questo frangente Nausicaa inizia a comporre un piccolo poema epico, traendo spunto da ciò che i suoi occhi hanno visto: è qui che si ottiene l'identificazione sostenuta da Butler e Graves. Nausicaa  non solo avrebbe adattato le sue vicissitudini personali alla storia di Ulisse (identificato con errore, come lei stessa afferma, con Odisseo) ma avrebbe ambientato tutta la faccenda in Sicilia, sulle Egadi, il territorio che conosceva al meglio. In questo modo ritroviamo Nausicaa alle prese con pretendenti noiosi macchiati di efferati delitti e che s'ingozzano a spese della famiglia reale (ebbene sì, i proci che tanto ambivano a sposare Penelope), un re lontano da casa (Ulisse), una moglie che lo attende al telaio (Penelope) e via dicendo. Il romanzo è pieno di similitudini. Nausicaa, nel suo componimento, apporterà delle modifiche per rendere il suo poema epico piacevole per un pubblico maschile, ma se il suo tocco femminile sia più o meno rintracciabile sarà un giudizio che spetterà ai posteri.

Ho, personalmente, apprezzato questo romanzo verso la fine, per via dei dialoghi spesso frammentati e arcaici, ma la fine del libro è avvincente e vi solleverà dai dubbi accumulati durante la lettura. 

Voto: 7/10




domenica 1 settembre 2013

Recensione "La morte nera. Storia di un'epidemia che devastò l'Europa nel Trecento" di John Hatcher.

Ho letto questo libro lo scorso anno e soltanto ora mi rendo conto di non averlo ancora recensito. L'argomento non è dei più felici quindi se siete impressionabili tappatevi le orecchie. Oggi si parla di peste, un flagello che ha colpito l'umanità nei secoli addietro con una crudezza silenziosa, ma letale. Il libro di John Hatcher ci riporta indietro nell'Europa del Trecento, un'Europa che si sta avviando verso l'età moderna ma ancora fortemente legata al mondo tipicamente medioevale, un'Europa in transizione, che senza l'epidemia probabilmente non sarebbe diventata ciò che oggi leggiamo nei libri di storia. Il contagio, infatti, distrusse la società d'allora e ne creò una completamente nuova. 
Studiando le vicissitudini di un piccolo paesino di Walsham nel Suffolk, Inghilterra, John Hatcher traccia le linee - locali e mondiali - della portata del contagio, dal 1347 in avanti; la sua indagine viene portata avanti da un personaggio fittizio, Master John, che analizzando svariate figure del villaggio porta questo libro a metà tra il saggio storico e il romanzo. Per quanto l'argomento lo permetta, una lettura stuzzicante e molto piacevole. 

La peste giunse in Europa dall'Asia, e tra il 1346 e il 1353 colpì tutta questa porzione di continente. La popolazione era inerme, povera o ricca, e impreparata. Nessuno si aspettava una nuova epidemia, dato che l'ultima volta la peste si era affacciata in Europa nel V secolo d.C. Il contagio si abbatté sulle coste italiane (precisamente siciliane) portate da dei commercianti genovesi in fuga da Caffa in Crimea e fu favorito dalla crescita demografia avvenuta tra il 900 e il 1300, con l'allargarsi delle città; a dire il vero, gli anni precedenti allo scoppiare dell'epidemia non erano stati dei più felici, tra carestie e malattie di vario tipo. Il batterio Yersinia Pestis giunse cullato dalle navi europee e una volta sceso a bordo, iniziò la sua operazione letale, dirigendosi poi verso Nord: oggi sappiamo che il vettore della peste è il morso della pulce che alberga sui topi, ma all'epoca nessuno riusciva a trovare la causa del contagio. Si accusarono gli ebrei, le streghe, si fecero processioni religiose per invocare l'aiuto divino, ma nulla accadde. Molti furono anche quelli che decisero di vivere la vita minuto per minuto, sperperando denari in taverne e bordelli. 
Le pessime condizioni igieniche delle città (delle vere e proprie fogne a cielo aperto), la cattiva igiene personale e delle abitazioni, il contatto prolungato con gli animali e le arretrate conoscenze mediche favorirono l'epidemia e furono fattori da non sottovalutare. Era un mondo dove ci si lavava poco perché si credeva che il lavaggio potesse veicolare malattie (o, forse, perché la Chiesa degli esordi andò a predicare contro la cura del corpo tipica del mondo romano, definita immorale?), dove le case erano spesso sudicie e dove i topi potevano scorrazzare  liberamente. 

La manifestazione del morbo avveniva, normalmente, tra i 2 e i 7 giorni e non lasciava scampo. Al giorno d'oggi si conoscono tre forme di peste (bubbonica, polmonare  e setticemica) ma fu la prima a mietere vittime: i bubboni non erano altro che linfonodi gonfiati, purulenti e dolorosi, spesso accompagnati da febbre alta e deliri. I medici fuggivano perché incapaci di capire le ragioni del morbo. Le conseguenze furono devastanti: il numero dei morti era talmente alto che non si riusciva a dare a tutti una degna sepoltura, spesso senza estrema unzione, e s'iniziò presto a seppellire i cadaveri in fosse comuni. Il mondo sembrava davvero piombato nel caos. 
Tuttavia, a lungo termine, la peste ebbe degli effetti positivi: il numero degli operai era diminuito, la manodopera era rara e ricercata, e gli uomini ne approfittarono per chiedere salari più alti; in molti divennero proprietari di terreni lasciati incolti o sfitti, qualcosa insomma si mosse in una società immobile da secoli. Chi era sopravvissuto (gli immuni o i superstiti furono molto pochi) dovette aspettare molto tempo prima di riprendere la normale routine quotidiana: era un mondo nuovo, uno scenario diremmo oggi post-apocalittico, un mondo che andava ricostruito da zero. 

Se volete conoscere le radici dell'Europa moderna, non potete ignorare la peste. Non potete ignorare neppure le sue manifestazioni successive, basti pensare alla famosa epidemia del 1630 che colpì l'Italia e che è stata immortalata per sempre dal nostro Manzoni. 

martedì 16 luglio 2013

"Il tiranno di Roma" di Andrea Frediani

Torno alla carica con una recensione fresca fresca, dato che ho terminato il libro pochissimi giorni fa! Ho acquistato questo grazioso volumetto approfittando dell'iniziativa della casa editrice Newton Compton, che offre svariati titoli al prezzo di 0,99€ e che potete trovare tranquillamente al supermercato! Sono una grande fan di Andrea Frediani e quando ho visto il suo titolo disponibile, l'ho ovviamente acquistato. Il volume è di piccole dimensioni, senza copertina rigida, perfettamente tascabile e di lunghezza limitata (128 pagine). 


La trama si svolge nella Roma dell'82 a.C., nel pieno delle lotte civili tra Mario e Silla. Lo schiavo Crisso viene strappato dal lavoro contadino per entrare a far parte delle truppe del generale Mario, leader senza dubbio carismatico ma ormai in declino, complice anche l'età avanzata. Il giovane Crisso si mette subito in luce per le sue doti militari (dimenticandosi, forse, in maniera un po' frettolosa dello sterminio della sua famiglia compiuto proprio dai soldati di Mario...) e Mario ricambia il favore arruolandolo nel corpo dei Bardiei, promettendogli la libertà se avesse combattuto per Roma. Crisso, ovviamente, non se lo fa ripetere. Parallela si svolge la vicenda della protagonista femminile Giunilla, schiava al servizio del console Gaio Ottavio schierato dalla parte di Silla,  che in una spirale di eventi infausti (la perdita del potere e della moglie poi, dovuta all'epidemia che attanagliava la città) giunge a decretare la morte della fanciulla. Crisso e Giunilla s'incontrano così: il loro sentimento sboccia in mezzo alle stragi ordinate da Mario, di cui il suo padrone è vittima, al sangue e alla violenza. Violenza che durerà fino alle ultime pagine. Il finale è il vero colpo di scena: Mario muore senza donare la libertà a Crisso, salvandolo però da una morte certa. La sua sorte si ricollega, dunque, a quella dell'inizio del libro: la schiavitù. 

In conclusione, consiglio la lettura di questo libro sebbene l'abbia trovato inferiore al resto della produzione di Frediani per avvenimenti, colpi di scena, sentimenti. L'incontro tra Crisso e Giunilla appare un po' frettoloso e scontato, ma chi sono io per rovinare la magia della narrazione?

Voto: 7/10

mercoledì 12 dicembre 2012

Recensione "Il diario segreto di Lucrezia Borgia" di Joachim Bouflet

Oggi vorrei parlarvi di un libro che è rimasto per troppo tempo nella mia libreria, trascurato a causa d'impegni e letture che sono sopraggiunte nel contempo. Ho acquistato "Il diario segreto di Lucrezia Borgia" dello storico Joachim Bouflet nel 2010 come lettura per le vacanze estive, convinta dal formato tascabile e dal contenuto; ho sempre amato, infatti, la figura di Lucrezia Borgia e ho cercato di approfondire le mie conoscenze a riguardo con monografie e altre letture, inclusi i romanzi. Ma passiamo al libro.
La mia edizione credo sia ormai irreperibile, dato che la Newton Compton ha modificato la grafica dei propri volumi di recente, aumentandone di conseguenza il prezzo (6,90€ verso i miei 4,90€). Per un totale di 360 pagine, il romanzo ne occupa ben 349 narrate da Lucrezia in prima persona sotto la forma di un diario segreto, che il lettore vede nascere pagina dopo pagina; a 39 anni e ormai prossima alla morte, stanca e affaticata dal peso dell'ultima gravidanza, Lucrezia guarda al proprio passato narrando gli avvenimenti che hanno segnato la sua vita. Eventi spesso tristi e negativi, come il matrimonio forzato con Giovanni Sforza o l'unione finita in tragedia con Alfonso d'Aragona. 

Lucrezia appare nel Diario come una pedina nelle mani del padre, Alessandro VI, il papa maledetto. Come molte donne dell'epoca, la sua felicità era messa in secondo piano per ottenere alleanze politiche in un'Italia quanto mai frammentata e sotto il continuo giogo dei sovrani francesi; Lucrezia si muove in questo background politico di alleanze e tradimenti, denigrata e infamata già dai suoi contemporanei. A tal merito si erge la figura del primo marito Giovanni Sforza, che la calunniò dopo l'annullamento forzato del loro matrimonio (che fu dichiarato mai consumato), accusandola d'incesto con il padre e il fratello. In realtà Alessandro VI desiderava un genero più influente che uno Sforza ormai in declino, e impugnò l'unica arma possibile per sciogliere un vincolo non più desiderato. 

 Il contenuto del libro è ovviamente a favore di questa donna, demonizzata dalla tradizione storiografica ed ecclesiastica che aveva in odio il dissoluto papa Borgia. Il ritratto che emerge dal Diario è quello di una donna infelice, continuamente in balia degli uomini che la circondano (credo sia superfluo citare il rapporto difficile che ella ebbe con il fratello Cesare, responsabile della morte di Pedrotto e Alfonso d'Aragona, entrambi padri di due dei suoi figli). E' alla corte degli Este, in seguito al matrimonio con Alfonso d'Este, che Lucrezia sembra conoscere una nuova vita, dove grazie alla propria bellezza e alla propria grazia riesce a farsi benvolere dalla popolazione, svolgendo anche attività da mecenate; ella attirò alla sua corte intellettuali quali Pietro Bembo e Ercole Strozzi. 

Una lettura piacevole e molto scorrevole, indicata per qualsiasi tipo di lettore, sebbene ricordare tutti i vari nomi presenti nel testo richieda un minimo di sforzo mnemonico. Forse un libro non proprio indicato per esser letto sotto l'ombrellone e l'afa estiva, ma se vi capita d'incrociarlo su qualche scaffale fateci un pensiero!

Voto: 8/10 


martedì 7 febbraio 2012

Febbraio 2012: il punto.

Ciao a tutti! E con questo post, inauguro anche il mese di febbraio!
Che dire... colgo l'occasione per ringraziare TUTTI voi che avete letto e visitato il blog nel corso di questi mesi! Se sono arrivata a 4.600 e oltre visualizzazioni, è solo merito VOSTRO!
Quando ho aperto il blog, a ottobre, pensavo che nessuno mi avrebbe considerato. Parlare di libri (e storia), in effetti, in primis mi ha reso poco. Ho iniziato allora ad aggiungere qualche foto, e qualcosa si è mosso. Il risultato migliore, tuttavia, l'ho avuto con articoli che MAI avrei pensato suscitassero la vostra curiosità: non sono una blogger di moda e di attualità, certe opinioni preferisco tenerle per me, ma sono lieta della vostra risposta, delle vostre domande, dei vostri clic :)

Spero che continuiate a seguirmi anche in questo nuovo anno, che abbiate voglia di leggere e commentare i miei post e, perché no, suggerirmi qualche argomento che vorreste veder trattato!

Simon's Cat
Grazie a tutti e... Buon blog!

lunedì 23 gennaio 2012

Recensione "Il sangue dei Gracchi" di Luca Canali


E' da parecchio che non vi scrivo un bel post... Ultimamente ho la testa altrove, più che altro negli innumerevoli libri che mi sono procurata di recente e che devo leggere entro una determinata scadenza. Ce la farò. Oggi volevo parlarvi di uno di questi libri, appena terminato e quindi relativamente "fresco": sto parlando de "Il sangue dei Gracchi" di Luca Canali, autore prolifico e con un curriculum alle spalle di degno rispetto.

Il volume in questione è un libricino di appena 190 pagine, che vedevo da molto tempo sullo scaffale e della biblioteca e meditavo di leggere. Sulle prime ammetto di aver covato una certa perplessità nei confronti dell’autore, soprattutto per il suo intento di analizzare un periodo “caldo” della storia repubblicana di Roma fornendo scenari alternativi. Questo, almeno, è ciò che ci trasmette l’introduzione. Proseguendo la lettura, ci rendiamo conto, al contrario, che l’intento di Canali è perfettamente un altro: cercare di capire cosa spinse all'assassinio di due notissime figure politiche, e perché.

Il libro ruota attorno ad un avvenimento chiave del II secolo a.C., l’assassinio dei Gracchi, i due fratelli tribuni della plebe che con le loro riforme rischiarono di infliggere un duro colpo all’aristocrazia senatoria. E’ indubbio che se Tiberio e Gaio Gracco non fossero stati assassinati il panorama storico sarebbe stato diverso. Forse Roma non avrebbe inaugurato quel secolo di sangue descritto da Canali, forse non si sarebbe mai giunti alle guerre civili, forse Cesare non avrebbe mai preso il potere, forse… Troppi forse. Come scrive Canali, la storia non può essere fatta “con i sé e con i ma”.

Resta che la storia andò come la conosciamo: dopo aver fatto approvare una riforma agraria che, se fosse stata applicata correttamente, avrebbe di fatto danneggiato e non poco gli interessi dell’aristocrazia senatoria, i due Gracchi andarono incontro ad una fine orribile. Appartenenti all’illustre gens Cornelia da parte di madre (la celebre Cornelia, figlia di Scipione l’Africano, nipote del console Lucio Emilio Paolo e suocera di Scipione Emilano, la donna che rifiutò la proposta di matrimonio di Tolomeo VIII d’Egitto quando restò vedova per dedicarsi all'educazione dei figli), i Gracchi poterono aspirare al tribunato della plebe grazie al ramo paterno, di origine plebea. Grandi riformatori, erano tuttavia due figure molto diverse. Gaio, più giovane del fratello di nove anni, viene ricordato da Canali come un eccellente oratore, sebbene non riuscisse a contenere lo sdegno nei propri discorsi rivelando un animo focoso; più mite era invece Tiberio, il quale “arringava il popolo con solennità ma senza arroganza” (Canali, 2004, Piemme, p.32). Fu proprio la loro differenza anagrafica che gli impedì di unire le forze. Due figure insomma sfortunate, l’una (Tiberio) uccisa a bastonate e gettata nel Tevere senza che i suoi fedelissimi potessero recuperarne le spoglie, l’altra (Gaio) costretta al suicidio per non incappare nell’ira dei suoi nemici.

Un argomento insomma complesso, che è difficile riassumere in una recensione. Chi non avesse conoscenze basilari in materia non si deve scoraggiare: Canali ha ordinato il libro in due parti, in cui spiega brevemente il sistema romano dal cursus honorum all’esercito, passando dall'imperialismo all'agricoltura con tanto di fonti letterarie e storiche a supporto.

Voto: 8/10 



domenica 4 dicembre 2011

Recensione del romanzo "Le idi di Marzo" di Valerio Massimo Manfredi

Copertina del libro
Manfredi non ha bisogno di presentazioni. Più o meno tutti lo abbiamo visto in televisione, conducendo svariati programmi culturali sulle varie emittenti nazionali, e lo conosciamo come romanziere di successo. Oggi vi propongo il suo romanzo "Le idi di Marzo", dedicato nient'altro che a Giulio Cesare (il titolo dice già tutto) ed al suo assassinio, avvenuto nel 44 a.C. a seguito di una congiura ordita per liberare Roma dal tiranno. 

La storia è lunga da raccontare e non voglio annoiarvi con i dettagli storici, ma merita un piccolo appunto. Perché la congiura? Perché liberare la Repubblica dal tiranno, dal dittatore? Il termine "dittatore", che oggi ha valenza prettamente negativa, al tempo indicava una personalità politica investita di particolari poteri per risolvere situazioni d'emergenza, e restava in carica per soli sei mesi o, almeno, finché non esauriva il proprio compito (bisognerebbe imparare da ciò...). Cesare fu nominato dittatore perpetuo dopo esserlo stato già nel 49 a.C., alla fine della prima campagna di Spagna, e dopo aver ottenuto una carica decennale nel 47.

La situazione degenerò quando durante la festa dei Lupercalia (celebrata il 14 febbraio, in cui uomini in abiti succinti usavano rincorrere (soprattutto) le donne per colpirle con una cintura di pelle di capra in modo da propiziare la loro fertilità...prima che la festività fosse assorbita dal cristianesimo e trasformata in quanto ritenuta immorale), Marco Antonio pose sul capo del dittatore una corona. Che fosse tutto programmato o no, resta che gli avversari di Cesare non persero tempo per accusarlo di volersi proclamare il nuovo re di Roma, ponendo di fatto fine alla Repubblica.

L'assassinio di Giulio Cesare in un dipinto di Camuccini
E' qui che il romanzo di Manfredi vede il suo fulcro principale. La storia si snoda attraverso il viaggio del centurione Publio Sestio alle prese con una vera e propria lotta contro il tempo e i nemici di Roma, per portare al dittatore la notizia della congiura. Come lui, altre figure proveranno a salvare Cesare, invano: tra questi, la fedele moglie Calpurnia che lo supplicò di non lasciare le mura domestiche, l'aruspice Spurinna (che lo aveva ammonito con la celebre frase: "Guardati dalle idi di Marzo!"), l'indovino Artemidoro di Cnido che pose tra le sue mani un libello con i nomi dei congiurati, che però Cesare non riuscì a leggere per colpa della folla. Alla congiura parteciparono eminenti figure del periodo, come Decimo Bruto, Publio Servilio Casca Longo e Cicerone che, tuttavia, quel giorno era assente dalla curia. Marco Antonio fu trattenuto fuori dal senato da Decimo Bruto, e quando riuscì ad entrare l'assassinio era già stato consumato. Cesare morì trafitto da 23 coltellate, e secondo il suo medico Antistio soltanto la seconda fu mortale. 

 Il libro termina con l'ammonimento di Cicerone ai cesaricidi di NON lasciare che Antonio celebri pubblicamente i funerali di Cesare, avendone intuito le intuizioni. E non si sbagliava: Antonio celebrò la memoria di Cesare per tre giorni consecutivi, esponendo la salma martoriata del dittatore e una statua di cera affinché tutti potessero osservare i colpi della pugnalate. Non dimenticò d'esporre la toga insanguinata, suscitando il dolore popolare. Antonio era certo di essere stato designato come erede di Cesare, ma non aveva fatto i conti con un certo Ottaviano, da lì a poco il primo imperatore di Roma. 

 Voto: 8/10



lunedì 21 novembre 2011

Recensione del romanzo "L'arciere del re" di Bernard Cornwell

Chi è appassionato di romanzi storici conoscerà sicuramente Bernard Cornwell, profilico autore anglosassone dalla penna facile e direi immediata. Ho letto due dei suoi romanzi, e ne sono rimasta completamente affascinata: sto parlando de "L'arciere del re" e del "Cavaliere nero". Mi manca purtroppo il terzo volume di questa saga dedicata alla ricerca del santo Graal, cioè "La spada e il calice", ma vedrò di procurarmelo.

Si tratta di una saga appunto, che vede come protagonista l'arciere Thomas di Hookton nel primo periodo noto come "guerra dei Cent'anni" (1342-1346). Thomas parte dall'Inghilterra per approdare in Francia combattendo come arciere per vendicare la morte del padre ma, soprattutto, la depredazione della lancia di san Giorgio custodita nel tetto della chiesa del suo villaggio natio, di cui il padre era prete (sì, Thomas era figlio illegittimo). A capo di questa spedizione francese c'è un personaggio misterioso, di nome Harlequin. 

Thomas inizia così a viaggiare per la Francia in un territorio ostile agli inglesi, costellato da insuccessi militari incessanti. Gli inglesi riescono a conquistare il villaggio di la Roche - Derrien (dove Thomas inizia una travagliata relazione con Jeanne, la contessa di Armorica) e dopo essere fuggito all'assedio di Caen, re Enrico d'Inghilterra è costretto ad accettare lo scontro. Siamo nei pressi di Crécy, l'ultimo atto del libro. Si tratta della battaglia in cui si manifestò la superiorità degli arcieri inglesi sulla cavalleria francese. Tra i francesi c'è di nuovo l'Harlequin che, come Thomas scopre, brandisce la lancia di san Giorgio credendosi invincibile: secondo la leggenda, infatti, la lancia donerebbe invincibilità a chi la possiede, rendendo la missione di trovare il santo Graal un dovere per ogni buon cristiano. Durante la battaglia, Thomas trova la lancia ma l'Harlequin è ancora vivo e potrebbe essere il possessore del Graal.
Da qui parte una nuova avventura per Thomas, che si porterà al seguito la moglie francese Leonore. Sopravviverà al massacro di Crécy, ma non tutti saranno fortunati come lui: il suo capitano, William Skeat, riceverà un brutto fendente alla testa poco dopo esser stato nominato Sir.

Il secondo libro è incentrato sulle vicende di Thomas a proposito del santo Graal e della sua ricerca,  e presenta la belle Leonore incinta del nostro eroe.

Personalmente, il primo libro mi è piaciuto tantissimo. L'ho letto in pochissimi giorni nonostante le numerose pagine (la mia edizione ne conta quasi 400), e mi ha appassionato soprattutto per la perfetta ricostruzione storica della battaglia di Crécy. Cornwell non ha lesinato i particolari anche più macabri, come gli stupri sulle donne e gli aspetti più sanguinolenti della guerra. Lo consiglierei però ad un pubblico non troppo sensibile a certi aspetti, non necessariamente solo maschile, tuttavia.

Voto: 8/10

sabato 19 novembre 2011

Recensione del ciclo "Il romanzo delle crociate" di Jan Guillou

Sono anni che ho letto questi libri, e ancora oggi troneggiano felici sulla mia libreria, sempre in prima fila. Sì, perché era pressoché il 2004 quando acquistai il primo volume di questa fortunatissima saga creata dallo scrittore svedese Jan Guillou, e composta di ben 4 libri. 

Recensirli uno per uno mi sarebbe difficile, quindi accontentatevi di un résumé generale: il ciclo racconta la storia del giovane Arn Magnusson, cresciuto dai monaci e da subito eccelso guerriero. Poco più che 18enne, Arn si innamora della bella Cecilia dai capelli rossi e dal canto sublime. Si innamorano, sono giovani, Cecilia resta presto incinta e commette l'errore di confidare il suo stato alla sorella Katrina, chiusa in un monastero. Per timore di restare in convento per sempre essendo la sorella maggiore, Katrina spiffera il segreto al padre. La pena è esemplare per entrambi i giovani: 20 anni in Terrasanta per Arn e 20 anni in convento per Cecilia. 





Scendono qui in campo il secondo e il terzo volume: Arn combatte contro il Saladino e Cecilia, dopo aver messo al mondo il piccolo Magnus, resiste ai soprusi subiti nel monastero dall'ostile badessa Rikissa. Ma, in suo aiuto, corre il fato: al convento di Gudhemn giunge un'altra Cecilia, detta Blanka per i capelli biondi, destinata a diventare regina se il suo promesso sposo vincerà nelle lotte civili che stanno insanguinando la Svezia. Vincerà, Cecilia Blanka diverrà regina e Cecilia Rosa uscirà per sempre dalle mura del convento che aveva retto dopo la morte di Rikissa. 


I due innamorati si ritroveranno, e avranno tempo di vivere assieme la loro unione deliziati dall'arrivo di una bambina, che Arn chiama Atte. Ma Arn e Magnus sono destinati a perire nella grande battaglia per il destino della Svezia, che apre il quarto e ultimo libro, dedicato alla storia di Birger Magnusson, nient'altro che il nipote di Arn.



Il quarto volume non l'ho trovato all'altezza dei precedenti, per quanto la linea narrativa sia sempre la stessa. Troppe le descrizioni delle battaglie, che per un lettore italiano possono risultare noiose. Resta che la collana ha ottenuto un successo strepitoso a livello editoriale, da cui è stato tratto anche un bel film intitolato "Arn, l'ultimo templare". La ricostruzione storica l'ho trovata eccellente soprattutto nei particolari delle abitazioni e dei monasteri. Jan Guillou si è dimostrato a suo agio nel ruolo di narratore, coinvolgendo ed emozionando i suoi lettori.




Voto complessivo: 8/10

Recensione "Il grande gladiatore" di Gordon Russell

Eccomi  nuovamente da voi a trattare argomenti storici. Chiedo scusa per quei post futili sugli abiti di Titanic :p
Come scritto nel titolo, oggi vorrei proporvi come lettura il libro "Il grande gladiatore" di Gordon Russell (nome d'arte di Vanna de Angelis e Dario Battaglia). L'ho acquistato qualche mese fa alla stazione, visto il prezzo contenuto e data la mancanza di una lettura alternativa. 
La storia si svolge in epoca imperiale, nella Roma dilaniata dalle lotte intestine successive alla morte di Nerone e l'assassinio del suo successore Galba. Era il cosiddetto "anno dei quattro imperatori". Otone, uno dei seguaci più fedeli di Galba e governatore della Lusitania, s'indignò per non essere stato scelto come successore dell'anziano imperatore, e fomentò la ribellione dei pretoriani, che lo nominarono imperatore. E' in questo periodo di tempo che il protagonista Valerio, un mite e abile medico di origini celtiche, si ritrova a vivere l'avventura più dura della sua vita: diventare gladiatore. Lui, che aveva sempre rifiutato le armi sebbene suo fratello Antonio Primo fosse un celebre condottiero, si ritroverà a seguire le orme dei legionari romani, finendo dritto nell'arena. 

Ecco la mia edizione
Valerio vive con il rimorso di non aver salvato dalle acque il suo migliore amico, quando da bambini giocavano lungo il fiume. Salix ne uscì miracolosamente illeso, ma Valerio non riuscì mai a togliersi di dosso quel senso di colpa. Crescendo, vide il proprio villaggio distrutto dai Romani e Salix portato via come prigioniero. Da quel momento, complice anche il suo amore per la bellissima sacerdotessa Velunda, la mente di Valerio è attraversata da pensieri, voci, sensazioni che lo conducono a combattere i suoi stessi fantasmi: per aiutare il gladiatore preferito di Vitellio (la figura che si contrappone ad Otone come nuovo imperatore), Tito, fuggito dall'arena, Valerio intraprenderà un lungo viaggio che lo porterà nient'altro che a Roma. Vitello uccide Velunda in un impeto di rabbia, e Valerio le promette in punto di morte che la vendicherà. Ma senza spargere sangue. Ritroverà Salix nell'arena, diventerà gladiatore senza però uccidere i suoi avversari. E provocando la rabbia di Vitellio.

Ho amato sin dal principio questo libro, di circa 430 pagine, letto nel giro di qualche settimana. Me lo conservavo per i viaggi in treno per non terminarlo a casa. La ricostruzione storica di Russell è stata impeccabile, soprattutto per i continui richiami alle battaglie del periodo, come la sanguinosa battaglia di Bedriacum dove le forze otononiane furono sconfitte. Otone si suicidò con onore trafiggendosi con la sua spada, e lasciando campo libero a Vitellio. Ma la gloria di quest'ultimo durò poco: Vespasiano era pronto a fare il suo ingresso in scena.

Voto: 9/10

giovedì 17 novembre 2011

Aspettando Titanic e i suoi abiti pt.2...

Come promesso, oggi mi dedico al secondo abito prediletto del film "Titanic", noto come "the jumpdress". Si tratta del vestito che Rose indossa quando tenta il suicidio, esasperata dalla vita monotona che la sua classe sociale le impone. L'abito è stato uno dei più apprezzati della storia del cinema, e riprodurlo può costarvi parecchio per via delle numerosissime perline che compongono il décolleté assieme ai cristalli swaroski. Ma, ovviamente, ci sono taaaaaanti modi alternativi per riprodurlo meno fedelmente ma ottenendo lo stesso un ottimo risultato ;)

Procediamo con ordine. Gli abiti di Rose sono tutti indossati sopra un corsetto, quindi sono molto stretti e... piccoli! Conosciamo tutti le forme morbide della Winslet, che grazie ai bustini è riuscita ad entrare in una taglia... 4! Il sistema di taglie anglosassone non prevede l'uso delle lettere ma dei numeri, se contate che una 8 inglese è una S molto piccola (la taglia 10-12 è la nostra classica S-M), figuriamoci una taglia 4! Ho appreso questa informazione dal web, ma sinceramente mi sembra molto inverosimile che una persona alta almeno 1.70 come Kate e prosperosa possa rientrare in una taglia che equivale alla nostra XXXS. La taglia 4 in questione sarà dunque quella statunitense, che se esaminiamo una qualsiasi tabella di conversione equivale ad una nostra 40, cioè ad una 8 inglese ;) Resta che anche osservando le foto, gli abiti calzano molto stretti e donano una figura estremamente longilinea.
Bozzetto dell'abito e foto della Winslet

Detto ciò, passiamo all'analisi dell'abito. 

- Si tratta di due parti distinte, una di satin rosso e un'altra di pizzo nero, che lo ricopre interamente con uno strascico molto lungo. Il fondo dell'abito è disseminato di perline nere e se prestate attenzione, nel film si sente bene il rumore provocato da esse :)

- Quando Rose inciampa sulla balaustra è possibile intravedere le perline che compongono l'orlo del vestito. Gli strati di pizzo sono almeno tre, come mostrato nel bozzetto: uno più lungo che giunge sino ai piedi, uno che arriva alle caviglie e poi quello finale aperto lungo l'addome che ricade appunto nello strascico.

- Ogni orlo dell'abito è disseminato di queste famigerate perline, dal corpetto allo strascico. Immaginate la pazienza degli stilisti nel realizzarlo (un vero peccato, considerando che l'abito è stato poi letteralmente smantellato dopo il film!).

- La parte superiore è ricoperta anch'essa di pizzo che ricade morbido sulle maniche, che coprono appena la spalla. La parte che ci interessa è il décolleté: si vedono benissimo rose di perle nere disseminate di swaroski, che donano l'aspetto luccicante. Come per lo swimdress, anche questo abito presenta una scollatura a V sulla schiena.

- L'abito era originariamente accompagnato da dei guanti di pizzo neri, che nel film si intravedono appena per qualche secondo. Stesso discorso vale per i bellissimi accessori, e parlo di orecchini e collana. La sequenza originale mostra Rose al tavolo e, appena un fotogramma dopo, la ragazza che corre con i capelli sciolti e, soprattutto, senza la collana. Una svista? Non proprio. Si tratta di una scena tagliata e inserita nella versione estesa, che spiega perché Rose avrebbe deciso di farla finita: tornata nella sua cabina chiama Trudy, la sua inserviente, per spogliarsi. Non trovandola, decide di fare da sé e scopre di non essere capace neppure di svestirsi da sola. Qui si strappa la collana di pietre verdi, molto sobria, che porta al collo: rosso e verde, un gioco di colori contrastante (non ricordo cosa faccia con gli orecchini, ma mi sembra che se li tolga con stizza allo stesso modo).

Le famigerate scarpette!

- J. Peterman nella sua collezione originale di riproduzioni del film, ha presentato anche le scarpe e la borsetta di Rose, in coordinato con l'abito. Purtroppo costano una piccola fortuna, dato che a 13 anni di distanza dal film continuano ad essere vendute per 990 dollari, più o meno 850€. 

- Per nostra fortuna, invece, gli orecchini e la collana si trovano facilmente riprodotte a prezzi contenuti: questi li ho trovati su ebay a circa 15€, cercare per credere ;)



mercoledì 16 novembre 2011

Recensione del romanzo "Danubio Rosso" di Alessandro Defilippi

Riposto in homepage uno degli articoli che più avete letto ed apprezzato :)

Recensione "Danubio Rosso" di Alessandro Defilippi 

Mi è capitato sotto mano il romanzo di Alessandro Defilippi, intitolato "Danubio Rosso. L'alba dei barbari", edito  da Mondadori e facente parte di una saga curata dal noto Valerio Massimo Manfredi circa la storia di Roma. L'ho notato per la prima volta alla Fnac, troneggiante sullo scaffale delle offerte. Copertina accattivante, con questo barbaro adorno di pelliccia, scudo e spada imbrattata di sangue, alla stregua di un gruppo viking-metal. Detto ciò, il libro si presenta corposo, di circa 400 pagine articolate in diverse parti e aventi come sfondo l'invasione dei Goti del 376 d.C., quando questa massa di disperati si riversò, sospinta dagli Unni, lungo le rive del grande fiume, chiedendo cibo e terre. Argomento a me molto caro, l'invasione del 376 offre all'autore la possibilità di affrontare il difficile problema dell'integrazione barbarica nel mondo romano, poiché l'assimilazione dei barbari all'interno dell'impero fu tutt'altro che indolore. La scelta dell'imperatore Valente, scellerata per Ammiano Marcellino, si rivelò in effetti errata, poiché fu frutto, soprattutto, di una cattiva politica estera e di una pessima gestione della guerra: il conflitto contro i Goti sarà destinato a durare sei lunghi anni, sfociando nel disastro di Adrianopoli nel 378. Attraverso le gesta del protagonista Batraz, un sarmata, Defilippi ripercorre gli avvenimenti principali dall'arrivo sul Danubio alla battaglia di Adrianopoli, senza dimenticare eventi chiave come il banchetto fraudolento organizzato da Lupicino ai danni degli (ignari) Goti e la decisione di Valente di sferrare l'attacco senza attendere gli aiuti del nipote Graziano. Da segnalare anche la diserzione di Marco, soldato romano abbandonato dai propri connazionali alla prigionia tra i Goti di Fritigerno e deciso a rivendicare tale abbandono schierandosi dalla parte dei barbari. Il finale del romanzo è ahimè noto, con l'esercito romano sconfitto nella piana sabbiosa e arida di Adrianopoli, e l'imperatore deceduto senza che nessuno fosse a conoscenza del vero motivo del decesso (si pensa che Valente sia caduto da cavallo e ucciso come un soldato qualunque, mentre altre fonti sostengono sia stato portato, ferito, in un casolare di campagna poi incendiato dai Goti). 
La copertina del romanzo
Un'ottima prova per questo autore, che non fa mistero di essersi avvalso dell'aiuto, e dell'amicizia, di Alessandro Barbero, noto docente all'Università del Piemonte Orientale. L'unica nota è, forse, l'aver seguito più il cuore che la ragion di stato, nel senso che il fulcro del romanzo è chiaramente pendente a favore dei Goti (lo si capisce in particolar modo dal ritratto offerto di Fritigerno, descritto come un re giusto, e dalla figura di Marco. Valente appare come un burattino nelle mani del monaco Ertegul, forse il vero pianificatore delle sue scelte politiche), ma di certo non si può biasimare il buon autore. In situazioni come queste, ognuno è libero di schierarsi dalla parte che preferisce. Personalmente, ho sempre tenuto le difese dei Romani (e qui Ward-Perkins e le sue teorie mi hanno illuminato), ma è un altro discorso. Resta che questo è un romanzo consigliatissimo, di piacevole lettura, ottimo nei dialoghi. Dimenticavo: non poteva mancare la storia d'amore tra Batraz e la sfortunata Leimeie, donna coraggiosa e pronta a sacrificarsi per l'uomo che ama.

Voto: 8/10

lunedì 19 settembre 2011

Mi presento...

Eccomi qua!
Benvenuti nel mio spazio!
Sono Danielle Fiore, ho 25 anni e sono torinese. Nella vita sono laureata in storia romana e poso come fotomodella dal lontano 2008. Ho recitato come attrice in teatro per oltre 11 anni, approdando poi al canto lirico e, infine, al mondo del metal in cui sono attualmente impegnata nelle band Historica e Impaled Bitch.
Adoro i gatti tutto ciò che concerne l'arte, soprattutto quella fai-da-te come il découpage.

Ampio spazio è dedicato in questo blog al tema della storiografia, la mia più grande passione, senza però dimenticare la fotografia e la musica. 
Il blog è stato organizzato per darvi una lettura il più semplice possibile, con le varie pagine in alto e i contatti sulla destra (non dimenticate di dare un'occhiata al mio slide show e al mio photostream di Flickr ;)!)
Fatte queste premesse, non mi resta che augurarvi buona permanenza!


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