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lunedì 3 febbraio 2014

Roman dress "Gaia"

Hello guys, the end of the month is near and I'm passing these cold winter days sewing a new roman dress.
I found at the local market a beautiful remnant of deep green fabric in synthetic fibres (I think it's polyester) large enough for a dress, and so I bought it with another camouflage fabric. To be honest I wasn't thinking to another roman dress but when I saw the fabric I couldn't resist!

Roman Dress "Gaia" photo DSCF0281_zpsb07b4c26.png
The fabric
To sew this dress you'll need: 
- Fabric 
- Thread 
- Scissor
- A sewing machine, but you can avoid it if you want a more historical look. 

The fabric is soft as silk and the green is simply luscious! I didn't use a pattern so I put the fabric on the floor and I drew by hand the figure of shoulders with a chalk, after measuring my own shoulders. I have a one shoulder tunic already but for this one I wanted something different: I took my inspiration from the Spartacus TV series and I found in the character of  Gaia a nice reference: her dress has a deep V neckline and it's made of light green silk with golden embroidery, and the shape of the cloth seems quite historical.

Gaia
My dress will look like this on the shoulders but the neckline will be less evident and I'll wear a blue tunic as underwear since my fabric is quite see-through. 

The construction of the dress is really simple, so if you're a beginner seamstress like me you won't find it hard. So, after drawing the straps with the chalk I started sewing the hems by hand, finishing them with the sewing machine later for a better look. Then I sewed both sides together and put it on: I'm used to sew clothes a little bit bigger than my real size so I'll have to adjust the dress on my hips in a second moment. 

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Particular of the seam
To decorate the shoulders I applied by hand two silver buttons with Medusa's effigy (I'm in love with them!)

Roman Dress "Gaia" photo DSCF0291_zps67d03a09.png
The buttons. 
Keep in mind: don't throw away scraps! You can always use them as ribbons or as decorations for your hair if they're big enough :) I'll use mine for the typical roman hairstyle I use during historical fairs. 
I noticed the dresses displayed in Spartacus have many layers of different fabrics but I find this style more fantasy than roman, even if women from upper classes wore dresses made of rich materials and with vivid colours. I hand stitched a hair comb to keep the veil on my head (don't forget this step if you don't want to lose it when you move, my suggestion is to make a braid and then put the hair comb there - a fake braid is good too). 

Total amount: less than 10€, if you're lucky it's a very low budget project!  

Photo by Franco Russo



mercoledì 15 gennaio 2014

Gaio Giulio Cesare Ottaviano, Augusto (seconda parte)

Il giovane Ottaviano era dunque padrone di Roma, sebbene i suoi poteri legittimi fossero scaduti nel 33 a.C. con la fine del triumvirato. Egli affermò di essersi mosso con il "consenso di tutti" (consensus universorum) che sebbene fosse la base del suo potere, mancava di legittimità; per ovviare a questo problema fu console ininterrottamente dal 31 al 23, rifiutando cautamente la nomina di dittatore, memore di ciò che era accaduto al padre adottivo. Dichiarò, quindi, di essersi mosso nel più profondo rispetto delle tradizioni repubblicane ma la realtà era ben diversa: una mattina del gennaio del 27, Ottaviano vide cambiare radicalmente la forma del proprio potere, plasmando la storia dei secoli successivi. Finse di voler restituire tutti i poteri conferitigli e il senato, che era ormai era nelle sue mani, gli conferì il titolo di Augusto. Tale titolo conteneva in sé diverse implicazioni, tutte legate all'accrescimento e al prestigio: la parola augustus deriva nient'altro che dal verbo augere (aumentare), e l'Augusto era colui destinato ad accrescere la potenza romana e, al tempo stesso, la sua potenza e il suo prestigio erano aumentati rispetto agli altri cittadini. Inoltre, tale titolo era anche legato all'antico concetto di auctoritas, che comprendeva anche connotazioni religiose: essendo stato adottato dal divino Cesare, Augusto poteva vantare la diretta discendenza da Enea e dalla dea Venere e poiché Cesare era stato divinizzato poco dopo la battaglia di Filippi, egli poteva definirsi "figlio di un dio" senza mezzi termini. Con la morte di Lepido nel 12 a.C., egli poté anche ricoprire la carica di pontefice massimo, la più alta carica religiosa a Roma. Augusto tenne a precisare di aver rinunciato a tale carica più volte, quando Lepido era in vita, sebbene il popolo lo acclamasse a gran voce. 
La buona sorte di Augusto, però, era lontana dall'abbandonarlo. Nel 23 Terenzio Varrone Murena, di nobilissima stirpe e collegata di Augusto nel consolato, ordì una congiura per eliminarlo; Augusto capì che il solo titolo di console non bastava più a proteggere i suoi sforzi e si fece concedere dal senato due titoli importantissimi,  la potestà tribunicia e l'imperio proconsolare maggiore e infinito. La svolta sarà epocale, poiché questi due titoli saranno la base del potere per tutti gli imperatori a venire: la tribunicia potestas proveniva direttamente dai tribuni della plebe e rendeva il principe sacro e inviolabile, con il diritto di emanare leggi ma, poiché tali leggi erano circoscritte al solo territorio di Roma, serviva l'imperio proconsolare per renderle effettive in tutte le parti dell'impero. Tali prerogative potevano essere trasmesse solo da padre in figlio, con tanto di ratifica senatoriale, dunque non era un privilegio dinastico: Augusto riconobbe per tempo i suoi successori, da Agrippa ai nipoti, ma la sorte in questo caso gli fu avversa e lo costrinse a scegliere il poco amato Tiberio, figlio di primo letto della moglie Livia. 
Forte di queste prerogative, Augusto passò a riorganizzare la struttura dell'ormai deceduta Roma repubblicana: divise le province in senatorie e imperiali, confermò l'Egitto come possedimento strettamente personale, riportò ordine nella scena politica romana onorando il senato e aprendo le porte della carriera pubblica anche ai cavalieri, ristrutturò l'intera città con importanti opere architettoniche e introdusse il culto religioso legato alla famiglia imperiale. A tutto ciò si aggiunse, nell'anno 2, anche il titolo di padre della patria. 


Per quel che riguarda la guerra, Augusto non ebbe mai grandi doti militari. Le sue vittorie furono quasi sempre frutto del genio di Agrippa che, tuttavia, lo servì sempre fedelmente e con amicizia. Agrippa vinse su Sesto Pompeo, riottenne le insegne sottratte a Crasso nel 53 dai Parti e, dopo la sua morte, i figli di Livia Tiberio e Druso ottennero numerose vittorie lungo tutto l'arco alpino. In tutto questo susseguirsi di trionfi, la sconfitta di Teutoburgo del 9 d.C. segnò un confine indelebile: il vecchio Augusto patì moltissimo la perdita di ben tre legioni e a ciò si aggiunsero le incessanti morti dei nipoti designati come eredi (nonché l'allontanamento forzato dell'amatissima figlia Giulia in esilio a Pandateria, oggi Ventotene).  Nel 13 d.C. depositò il suo testamento nella casa delle Vestali accompagnato da un piccolo documento, noto a noi come le Res Gestae Divi Augusti.  
Augusto si spense a Nola, in Campania, nel 14 d.C. Con lui c'erano la moglie Livia e Tiberio, l'erede designato. Prima di spegnersi, domandò se avesse recitato bene in quella commedia che era la vita. 

Fonti: 
Svetonio, "Vite dei Cesari"
Augusto Fraschetti, "Roma e il Principe", Bari, Laterza, 1990
Augusto Fraschetti, "Storia di Roma", Catania, edizioni del Prisma, 2003
Michael Grant, "Gli imperatori Romani", Roma Newton Compton editori, 1984

venerdì 3 gennaio 2014

Gaio Giulio Cesare Ottaviano, Augusto (prima parte)

Quest'anno corre il bimillenario della morte di uno dei principali protagonisti della storia di Roma, una delle figure chiave di quella Repubblica ormai morente e che si affacciava all'impero, o meglio, al principato. Gaio Ottavio racchiude in sé tutti gli elementi di una grande figura storica: abilità politiche, la capacità di sapersi imporre in una situazione potenzialmente pericolosa e rovesciarla a proprio vantaggio, vittorie militari (sebbene frutto del genio militare e strategico di Agrippa), grandi innovazioni e anche molti lati oscuri. Gaio Giulio Cesare fu il primo princeps di Roma, chiudendo per sempre con il passato repubblicano tanto difeso dai Cesaricidi. 

Il futuro Augusto nacque il 31 a.C. da una nipote di Cesare, Azia. La sua facoltosa famiglia apparteneva al ceto equestre (la società romana era infatti divisa all'epoca in tre grandi classi sociali, senatori, cavalieri e poi il popolo) ma presto la responsabilità dei figli ricadde sulla sola madre. Ottaviano era un giovane brillante e promettente, ma con una salute cagionevole che lo attanagliò per tutta la vita. Da subito posto sotto l'ala protettiva di Cesare, che non aveva eredi maschi diretti (se escludiamo la presunta paternità di Bruto, figlio della sua storica amante Servilia), Ottaviano lo accompagnò nel trionfo ottenuto dopo la vittoria sui Pompeiani nel 46 a.C. e fu ad appena 18 anni che fece il suo ingresso nella scena politica della penisola:  nel 44 a.C. si trovava sull'altra sponda dell'Adriatico ad attendere l'arrivo di Cesare per l'imminente campagna contro i Parti. Cesare non arrivò mai, perito nella congiura delle idi di Marzo. Ottaviano si precipitò a Roma accompagnato dall'amico Marco Vipsanio Agrippa e nessuno diede credito a quel ragazzo malaticcio, troppo giovane per rappresentare una minaccia. 


Le cose cambiarono quando venne letto il testamento di Cesare. Ottaviano era riconosciuto come figlio e quindi erede diretto, scavalcando soprattutto Marco Antonio. Contro il parere della famiglia accettò questo gravoso riconoscimento e si mise subito alla guida di un partito per vendicare la morte di Cesare, approfittando del vuoto di potere creatosi tra i congiurati immediatamente dopo l'assassinio; farsi accettare da Antonio fu molto dura, e i due finirono per scontrarsi nella battaglia di Mutina nel 43 a.C. Il senato riconobbe ad Ottaviano poteri e incarichi straordinari (soprattutto per la giovane età) e Antonio fu sconfitto, riparando in Gallia. I due scesero a patti nel novembre dello stesso anno contro il senato, ancora ostile ad Ottaviano; con la partecipazione di Lepido formarono il secondo triumvirato e Ottaviano dall'anno successivo poté fregiarsi del titolo di "figlio di un dio", dato che Cesare era stato riconosciuto come divus. I triumviri sconfissero i Cesaricidi Bruto e Cassio nella battaglia di Filippi nel 42 ma il ruolo di Ottaviano fu secondario dato le precarie condizioni di salute. La spartizione dell'impero vide il futuro sorridere nuovamente all'erede di Cesare: Antonio si fece assegnare l'Oriente, ad Ottaviano spettò l'Italia e qui poté cominciare a gettare le basi del suo potere. Dopo la battaglia di Perugia contro il fratello di Antonio, Lucio, Ottaviano era quasi senza nemici sul suolo italico. Sposò la sorella di Sesto Pompeo, Scribonia, per assicurarsi il suo appoggio, ma il matrimonio fallì poco dopo. 
Riconciliatosi con Antonio e la sua famiglia, Ottaviano annesse al suo controllo anche le province occidentali e lasciò l'Africa a Lepido e l'Oriente ad Antonio; l'alleanza fu sancita con il matrimonio di Antonio con Ottavia, la sorella di Ottaviano, ma il clima precipitò quando Antonio incontrò ad Alessandria la seconda amante di Cesare, Cleopatra. Antonio si lasciò affascinare dalla regina e dedicava sempre meno tempo agli affari politici. Nel 37, tuttavia, Antonio e Ottaviano strinsero un nuovo patto e si dedicarono a sconfiggere definitivamente Sesto Pompeo, eliminando dal triumvirato lo scomodo Lepido, che si era opposto al dilagare del potere di Ottaviano in Occidente. Era chiaro che Ottaviano non si sarebbe fermato al solo Occidente. Secondo Tacito, egli avrebbe tanto concesso ai suoi alleati solo per poi condurli nel pieno della rovina. Cominciò a fregiarsi del titolo di imperator e pacificò il confine nord-orientale dell'Italia con vittoriose campagne militari, ingraziandosi il popolo con opere architettoniche per mano di Agrippa. Antonio era lontano, assorto nei fasti orientali, e Ottaviano aveva campo libero.
La frattura avvenne nel 32 a.C., quando il triumvirato finì e Ottaviano non volle ripristinarlo. Antonio ripudiò allora Ottavia, che per amor suo aveva cresciuto i figli avuti dalla moglie precedente Fulvia,e si rifiutò di vederla quando ella lo raggiunse ad Alessandria. Rimproverò anche Ottaviano per i mancati aiuti alla sua fallita spedizione partica, due anni prima. Era l'occasione che Ottaviano aspettava: poiché l'idea di una nuova guerra civile non sarebbe stata accettata, egli dichiarò guerra a Cleopatra, colei che aveva allontanato Antonio dalla sua patria e gli aveva fatto ripudiare la legittima consorte. Erano trascorsi molti anni, Antonio e Cleopatra avevano avuto dei figli e il loro legame era sempre più forte. Nel 31 a.C. schierarono la loro flotta e le due parti si scontrarono ad Azio, dove il genio militare di Agrippa brillò ancora. I due amanti ripararono in Egitto e lì si suicidarono per non cadere vivi nelle mani di Ottaviano. Ottaviano allora completò la sua opera di accerchiamento del potere: fece uccidere Cesarione, il figlio di Cleopatra avuto da Cesare, e si annesse l'Egitto come possedimento personale. Ormai era il padrone indiscusso di Roma e dei suoi territori. 

Fonti:
Augusto Fraschetti, "Roma e il Principe", edizioni Laterza, 1990
Augusto Fraschetti, "Storia di Roma", edizioni Del Prisma, Catania, 2003
Michael Grant, "Gli imperatori Romani", Newton Compton editori, Roma, 1984

domenica 25 agosto 2013

Recensione "Impero: viaggio nell'impero di Roma seguendo una moneta." di Alberto Angela

La fine di Agosto ormai è alle porte, e con lei anche quella dell'estate. Spero abbiate trascorso delle buone vacanze all'insegna del divertimento e del relax! Le mie sono trascorse sommersa da letture nuove oppure lasciate in arretrato da qualche tempo: per il mio 27esimo compleanno ho ricevuto in dono un eReader, e devo ammettere di essermi ricreduta al riguardo! Ero molto scettica poiché sono un amante folle dei libri cartacei (li accarezzo, li sfoglio, amo l'odore della carta ed accarezzare la copertina soprattutto se con dei caratteri in rilievo) ma mi sbagliavo. Con l'eReader sto leggendo molto di più! E' comodissimo soprattutto se si viaggia molto e non c'è molto spazio in borsa o in valigia, non avendo lo schermo retro illuminato non affatica la vista e potete utilizzarlo in piena luce, in spiaggia oppure sul terrazzo, tenendolo comodamente in grembo oppure con una mano soltanto, il che evita il fardello dei libri voluminosi che spesso ci costringono a posizioni statiche. Il mio modello non è touch screen ed è della marca Trekstor, è molto semplice da usare e ha dei comodi tasti laterali che dovete pigiare per andare avanti o indietro con la lettura; ho finalmente potuto leggere dei file pdf in tutta comodità senza dover restare per ore davanti al computer!

Uno dei vantaggi dell'eReader è anche l'acquisto di eBook a prezzo modico. Uno di quelli è proprio il libro di Alberto Angela "Impero: viaggio nell'impero di Roma seguendo una moneta". Lo volevo leggere da tempo ma il prezzo continuava ad aggirarsi attorno ai 20€ se non oltre. Amo follemente Alberto sia per il modo calmo di descrivere le cose sia per il suo (famosissimo) gesticolare: seguivo le sue trasmissioni già quand'ero bambina e lo faccio tuttora con grande interesse. Il volume è il seguito di "Una giornata nell'antica Roma" e segue i movimenti di un sesterzio coniato sotto il regno di Traiano, appassionando il lettore con spiegazioni dettagliate (in puro stile Angela) sui paesaggi e i differenti proprietari della moneta; i nomi e le situazioni raccontante sono reali e quasi sempre munite di riscontro archeologico. Una delle poche pecche del libro è lo stile narrativo, un po' troppo televisivo, ma Alberto...è Alberto. Leggere i suoi libri equivale ad ascoltare una sua trasmissione, senza dirigere gli occhi sulla televisione. Personalmente amo immaginare nella mente la sua voce, è un modo per rendere l'autore più vicino a noi. 
Il viaggio della moneta parte dal conio a Roma e tocca i vari angoli dell'impero, dalla Britannia alle legioni d'istanza in Germania, passando anche per Parigi, cambiando di volta in volta proprietari e raccontando attimi di vita differenti, dal legionario, agli schiavi, ai messaggeri. Il tutto è accompagnato da scene di vita quotidiana, descritte nel dettaglio. 

Un libro da leggere se amate l'argomento e siete alla ricerca di una lettura più leggera di un saggio e più completa di un romanzo storico. Vi avviso: il libro è molto lungo, circa 510 pagine, ma vi assicuro che scorreranno davanti ai vostri occhi in fretta. Capirete quanto il mondo romano sia più vicino a noi di quanto noi stessi riusciamo a concepirlo. 

Voto: 8/10
Edizioni Mondadori, Milano, 2012.

martedì 16 luglio 2013

"Il tiranno di Roma" di Andrea Frediani

Torno alla carica con una recensione fresca fresca, dato che ho terminato il libro pochissimi giorni fa! Ho acquistato questo grazioso volumetto approfittando dell'iniziativa della casa editrice Newton Compton, che offre svariati titoli al prezzo di 0,99€ e che potete trovare tranquillamente al supermercato! Sono una grande fan di Andrea Frediani e quando ho visto il suo titolo disponibile, l'ho ovviamente acquistato. Il volume è di piccole dimensioni, senza copertina rigida, perfettamente tascabile e di lunghezza limitata (128 pagine). 


La trama si svolge nella Roma dell'82 a.C., nel pieno delle lotte civili tra Mario e Silla. Lo schiavo Crisso viene strappato dal lavoro contadino per entrare a far parte delle truppe del generale Mario, leader senza dubbio carismatico ma ormai in declino, complice anche l'età avanzata. Il giovane Crisso si mette subito in luce per le sue doti militari (dimenticandosi, forse, in maniera un po' frettolosa dello sterminio della sua famiglia compiuto proprio dai soldati di Mario...) e Mario ricambia il favore arruolandolo nel corpo dei Bardiei, promettendogli la libertà se avesse combattuto per Roma. Crisso, ovviamente, non se lo fa ripetere. Parallela si svolge la vicenda della protagonista femminile Giunilla, schiava al servizio del console Gaio Ottavio schierato dalla parte di Silla,  che in una spirale di eventi infausti (la perdita del potere e della moglie poi, dovuta all'epidemia che attanagliava la città) giunge a decretare la morte della fanciulla. Crisso e Giunilla s'incontrano così: il loro sentimento sboccia in mezzo alle stragi ordinate da Mario, di cui il suo padrone è vittima, al sangue e alla violenza. Violenza che durerà fino alle ultime pagine. Il finale è il vero colpo di scena: Mario muore senza donare la libertà a Crisso, salvandolo però da una morte certa. La sua sorte si ricollega, dunque, a quella dell'inizio del libro: la schiavitù. 

In conclusione, consiglio la lettura di questo libro sebbene l'abbia trovato inferiore al resto della produzione di Frediani per avvenimenti, colpi di scena, sentimenti. L'incontro tra Crisso e Giunilla appare un po' frettoloso e scontato, ma chi sono io per rovinare la magia della narrazione?

Voto: 7/10

lunedì 24 giugno 2013

Shooting: Iuno, mother of Romans 1.0

I called this project in this way since I always loved the mythological figure of Juno. I'm working on it still and I'm not satisfied at all, many details needed to be added. That's why the title reports the number 1.0, it's a basic version of what I'd like to do then :)

This shot was just a test to see how I would look like with that dress and the tiara on. Anyway, I really enjoyed this one so I decided to upload it ^^
Tiara has been gifted my dear friend Julia :3



Picture by https://www.facebook.com/lelephotos
Editing, concept and styling by your medieval lady ;)

sabato 8 giugno 2013

Recensione: "Le grandi donne di Roma antica" di Furio Sampoli

Non c'è molto da dire su questo libro. Coinvolgente, critico, appassionante, specifico: questo è il succo del volume di Furio Sampoli, scrittore e biografo di Roma antica. L'ho acquistato mossa dalla tematica e dalla foto di copertina, poiché mi piaceva molto la posa e la gioielleria indossata dalla modella (ebbene sì, sono un po' frivola alle volte) e il prezzo era davvero conveniente.
Edito da Newton Compton, il volume si presenta come una breve raccolta delle esistenze, dei vizi e delle virtù delle personalità femminili che hanno caratterizzato la storia e il volto dell'antica Roma, partendo da Rea Silvia, la madre di Romolo e Remo, e giungendo a Galla Placidia, la figlia dell'imperatore Teodosio il Grande, passando per Cornelia, Cleopatra, Livia Drusilla, Messalina, Poppea, Agrippina. Un ritratto appassionato di queste donne, spesso denigrate dalla storiografia loro contemporanea o successiva, una storiografia spesso e volentieri fatta da uomini per soli uomini. La maggior parte di esse viene descritta come corrotta, lussuriosa, viziata, egoista: la verità, non la sapremo mai. Leggendo le parole di Sampoli emerge un volto più umano di queste figure, figlie di tempi in cui essere donna non era affatto facile, tempi in cui la seduzione, la bellezza, la caparbietà erano considerate le sole armi a disposizione del genere femminile per farsi strada in un mondo misogino. Dall'altro lato le virtù elogiate di Lucrezia, Cornelia, Elena, mogli e madri irreprensibili che daranno  anche la vita per i loro figli e la causa di Roma. 


Un libro da leggere in ogni occasione, prima di andare a letto o (data la stagione) in vacanza, in treno o a casa, magari sdraiate al sole, un saggio assolutamente da esibire sul vostro scaffale se amate il genere e l'argomento. L'unica pecca, forse, è l'elenco di nomi e avvenimenti che possono risultare estranei a un lettore del tutto ignaro della storia di Roma. 

Voto: 8,5/10 

martedì 13 marzo 2012

Brevi cenni su Augusta Praetoria Salassorum

Ciao fiorellini!
Il mese scorso ho avuto modo di visitare la bellissima cittadina di Aosta, capoluogo dell'omonima regione autonoma, e poiché le sue modeste dimensioni consentono un giro turistico completo in breve tempo, ho potuto soffermarmi a lungo su alcuni suoi monumenti e sulla sua storia.
Aosta è una città ben più che millenaria, come testimoniano i reperti di età megalitica ritrovati nell'area di Saint-Martin-de-Corléans, a pochi minuti dal centro cittadino, e che sono conservati in un parco archeologico coperto (tutte le info le trovate qui). La leggenda vuole che la città fosse stata fondata tra i fiumi Dora e Buthier da Cordelo, il capostipite dei Salassi, ma a tal proposito ci sono pochi reperti archeologici sempre nell'area megalitica. Di questa popolazione s'ipotizza che il nome derivi dal commercio del sale, e che si siano stanziati nel Nord Italia (nella zona compresa tra Canavese, Vercelli e Chivasso) ripercorrendo proprio l'itinerario di questo prodotto; appartenenti alla cultura di La Tène, erano soprattutto pastori, contadini e ottimi cercatori d'oro, adoperando a tale scopo il bacino della Dora e dell'Orco (un fiume del Canavese, N.d.A.), e spesso in contrasto con le popolazioni già insediate nel luogo e alleate di Roma. Nel 143 a.C. Roma, sottovalutando la forza dei Salassi, inviò alcune legioni comandate dal console Appio Claudio Pulcro per sottomettere questa popolazione riottosa, ma ne uscì pesantemente sconfitta. Appio Claudio dovette ritardare di tre anni la cerimonia del suo trionfo (il trionfo era una cerimonia solenne, il massimo onore tributato ad un condottiero, che, tuttavia, era ottenibile soltanto dopo aver "mietuto" un certo numero di vittime tra gli sconfitti e soltanto appartenendo al rango senatorio o consolare. Il trionfatore veniva condotto in parata partendo dal campo Marzio, su un carro, seguito dai suoi soldati e dai prigionieri di guerra che, per tradizione venivano poi uccisi (da ricordare il caso di Vercingetorige). Il trionfo era l'unico attimo in cui i soldati potessero canzonare il loro comandante sempre, tuttavia, portandogli rispetto. Nell'attimo culminante della cerimonia, uno schiavo ricordava al trionfatore la sua condizione umana, e di conseguenza mortale, sussurrandogli all'orecchio la celebre frase "Memento mori"), e nel 140 riuscì finalmente a sottomettere i Salassi. Tuttavia non gli fu tributato il trionfo, e dovette organizzarsene uno a proprie spese.Vinti i Salassi, i Romani poterono così conquistare i bacini metalliferi e auriferi. La leggenda vuole che il console, accecato dalla rabbia per la prima sconfitta, abbia poi fatto tagliare mani e piedi ai Salassi per vendicarsi, lasciandoli così morire di inedia, poiché sapeva che senza abbastanza vittime non gli sarebbe stata concessa la cerimonia. Che, di fatto, dovette poi organizzarsi da solo.

La storia, appurata, di Aosta è strettamente collegata a Roma: alla fine della seconda guerra punica, nel 202 a.C., per Roma si rese necessario guardare alle Alpi per assicurarsi il dominio sulla pianura padana, minacciata com'era dalle tribù gallo-celtiche sue nemiche. Nel I secolo a.C. Roma riuscì ad ottenere il controllo dei passi del Piccolo e Gran San Bernardo conquistando la Gallia e, in questo modo, della fertile pianura sottostante; nel 25 a.C. si data la fondazione della città ad opera del legato augusteo Aulo Terenzio Varrone Murena, il quale riuscì a sconfiggere i tenaci Salassi riducendo la popolazione scampata allo sterminio in schiavitù.

Vista delle mura
Sotto il dominio romano, la città fu riorganizzata. Costruita mediante il modello ben assestato del castra (l'accampamento militare), Aosta si sviluppava entro una cinta muraria imponente e ancora oggi visibile (i tracciati delle mura sono ben tenuti in tutto il centro città, giungendo ad esempio da via Torino e lasciandosi alle spalle l'arco di Augusto), e ovviamente con un cardo e un decumano. Chiamata Augusta Praetoria Salassorum, la città si trovava in una posizione strategica e neppure troppo distante dai siti di Augusta Eporedia (l'attuale Ivrea, anch'essa cittadina salassa poi conquistata dai Romani nel 100 a.C.) e Augusta Taurinorum (Torino, nel 28 a.C. dopo una prima sistemazione voluta da Cesare), e fu dotata ben presto di un anfiteatro (visitabile), un foro (il criptoportico forense, visitabile), terme e arco trionfale. I lavori archeologici hanno rimesso a nuovo le strutture imponenti dell'anfiteatro, maestoso come se il tempo non lo avesse scalfito, e il magico criptoportico, negli anni coperto e utilizzato come magazzino in età tardoantica. 




Si sa poco, tuttavia, della convivenza tra gli autoctoni e i romani. La popolazione salassa (quel poco di popolazione scampata allo sterminio) sembra si sia integrata a quella romana come testimonierebbero delle iscrizioni funerarie, mentre secondo alcuni storici antichi i Salassi superstiti sarebbero stati venduti come schiavi a Eporedia. Ovviamente, la sua storia non si esaurisce qui: in epoca medioevale la città subì ben poche invasioni, divenne sede vescovile sotto la diocesi di Vercelli, divenne capitale del regno dei Goti, e infine fu ceduta al re di Borgogna dopo una lunga disputa tra Franchi e Longobardi. Di conseguenza, Aosta rafforzò i suoi rapporti con i paesi d'oltralpe, soprattutto con il mondo francese.


La Turista :)

Aosta si contraddistinse da subito come una città prospera e relativamente tranquilla, protetta com'era dagli attacchi esterni: tale sensazione si ha ancora oggi, visitandola. Le strade sono piccole, a scacchiera secondo il modello romano, ordinate e tranquille. Sembra di trovarsi in una piccola isola felice, dalle modeste dimensioni e circondata dal verde dei suoi boschi e dal bianco delle montagne. Merita una visita tutto il centro cittadino (il giro turistico dura solo un paio d'ore), soprattutto in prossimità delle torri (del Lebbroso, du Fromage, di Bramafan, Neuve, de Baillage e di Paillern).

Solo un piccolo avviso: andateci in auto. Ve lo consiglio di cuore. La ferrovia che collega Torino a Aosta non è affidabile, il nostro viaggio di ritorno è stato un incubo durato 4 ore e mezza di ritardo causa un guasto "imprecisato" tra Ivrea e Aosta.
Ringrazio di cuore il fotografo Giulio Masoero per avermi aiutato ad arricchire questo breve post con notizie riguardanti un popolo che, pur avendo vissuto nel Canavese, conoscevo poco.


lunedì 5 dicembre 2011

Recensione Ex Deo - "Romulus"

Gli Ex Deo sono nati nel 2008 da un’idea di Maurizio Iacono, che il più di voi conoscerà in quanto già singer dei canadesi Kataklysm. Freschi di un’esibizione al Gods of Metal dello scorso anno nel primo pomeriggio (e come invidiare Maurizio stretto nella sua lorica di cuoio!), gli Ex Deo presentano un death metal vigoroso i cui brani sono tutti ispirati al mito di Roma antica. Lo testimoniano i testi, colmi di riferimenti ai momenti salienti della storia romana quali la battaglia di Azio, la vittoria di Alesia sui Galli e la celebre XIII legione, che accompagnò Cesare in Gallia e che per prima valicò il Rubicone dando vita alla guerra civile. L’album si presenta potente e ottimo nella sua produzione (JF Dagenais, già chitarrista dei Kataklysm), con ben 11 pezzi di tracklist per un’ora di ascolto. Ottime anche le grafiche, dai colori caldi e che conducono subito alla mente le insegne romane. Ma, purtroppo, il marchio dei Kataklysm è fin troppo presente a nostro dire. 

Le canzoni si presentano simili alla ben più nota creatura di Iacono & co., e per quanto ci siano apparizioni degne di nota (segnaliamo Nergal dei Behemoth in “Storm The Gates Of Alesia” nel ruolo di Giulio Cesare), i brani mancano di mordente. L’album risulta pesantuccio all’ascolto complice anche la durata, le linee vocali troppo simili a quelle dei Kataklysm, sebbene l’idea di rendere gloria a Roma sia stata una ventata d’aria fresca per quanto non originale, dopo anni di uscite dedicate agli antichi egizi (Nile), ai vichinghi (tutto il filone viking-folk) o al paganesimo in generale. Ottimo inizio con la title track, “Romulus”, dedicata al fondatore di questa civiltà millenaria. Insomma, un lavoro che poteva rivelarsi eccellente ma che non ha convinto nella stesura dei pezzi. Segnaliamo, tuttavia, che la band è attualmente in studio per la realizzazione del nuovo album. Titolo previsto: “Caligula”. 

Miglior traccia: Romulus 
Voto: 6,5/10

Danielle Fiore

Link all'articolo: http://zannadelmammuth.blogspot.com/2011/12/ex-deo-romulus.html?spref=fb


domenica 4 dicembre 2011

Recensione del romanzo "Le idi di Marzo" di Valerio Massimo Manfredi

Copertina del libro
Manfredi non ha bisogno di presentazioni. Più o meno tutti lo abbiamo visto in televisione, conducendo svariati programmi culturali sulle varie emittenti nazionali, e lo conosciamo come romanziere di successo. Oggi vi propongo il suo romanzo "Le idi di Marzo", dedicato nient'altro che a Giulio Cesare (il titolo dice già tutto) ed al suo assassinio, avvenuto nel 44 a.C. a seguito di una congiura ordita per liberare Roma dal tiranno. 

La storia è lunga da raccontare e non voglio annoiarvi con i dettagli storici, ma merita un piccolo appunto. Perché la congiura? Perché liberare la Repubblica dal tiranno, dal dittatore? Il termine "dittatore", che oggi ha valenza prettamente negativa, al tempo indicava una personalità politica investita di particolari poteri per risolvere situazioni d'emergenza, e restava in carica per soli sei mesi o, almeno, finché non esauriva il proprio compito (bisognerebbe imparare da ciò...). Cesare fu nominato dittatore perpetuo dopo esserlo stato già nel 49 a.C., alla fine della prima campagna di Spagna, e dopo aver ottenuto una carica decennale nel 47.

La situazione degenerò quando durante la festa dei Lupercalia (celebrata il 14 febbraio, in cui uomini in abiti succinti usavano rincorrere (soprattutto) le donne per colpirle con una cintura di pelle di capra in modo da propiziare la loro fertilità...prima che la festività fosse assorbita dal cristianesimo e trasformata in quanto ritenuta immorale), Marco Antonio pose sul capo del dittatore una corona. Che fosse tutto programmato o no, resta che gli avversari di Cesare non persero tempo per accusarlo di volersi proclamare il nuovo re di Roma, ponendo di fatto fine alla Repubblica.

L'assassinio di Giulio Cesare in un dipinto di Camuccini
E' qui che il romanzo di Manfredi vede il suo fulcro principale. La storia si snoda attraverso il viaggio del centurione Publio Sestio alle prese con una vera e propria lotta contro il tempo e i nemici di Roma, per portare al dittatore la notizia della congiura. Come lui, altre figure proveranno a salvare Cesare, invano: tra questi, la fedele moglie Calpurnia che lo supplicò di non lasciare le mura domestiche, l'aruspice Spurinna (che lo aveva ammonito con la celebre frase: "Guardati dalle idi di Marzo!"), l'indovino Artemidoro di Cnido che pose tra le sue mani un libello con i nomi dei congiurati, che però Cesare non riuscì a leggere per colpa della folla. Alla congiura parteciparono eminenti figure del periodo, come Decimo Bruto, Publio Servilio Casca Longo e Cicerone che, tuttavia, quel giorno era assente dalla curia. Marco Antonio fu trattenuto fuori dal senato da Decimo Bruto, e quando riuscì ad entrare l'assassinio era già stato consumato. Cesare morì trafitto da 23 coltellate, e secondo il suo medico Antistio soltanto la seconda fu mortale. 

 Il libro termina con l'ammonimento di Cicerone ai cesaricidi di NON lasciare che Antonio celebri pubblicamente i funerali di Cesare, avendone intuito le intuizioni. E non si sbagliava: Antonio celebrò la memoria di Cesare per tre giorni consecutivi, esponendo la salma martoriata del dittatore e una statua di cera affinché tutti potessero osservare i colpi della pugnalate. Non dimenticò d'esporre la toga insanguinata, suscitando il dolore popolare. Antonio era certo di essere stato designato come erede di Cesare, ma non aveva fatto i conti con un certo Ottaviano, da lì a poco il primo imperatore di Roma. 

 Voto: 8/10



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