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giovedì 21 settembre 2017

Ancient Roman conference "The fear and the fury" for Imagines Project

This is one of the posts that mysteriously disappeared from my blog. I don't know what happened in the past month but more then 4 entries have been deleted, including the one about the latest event with IX Regio, so I have now to remember what I wrote and publish it again. Ok, let's try. At last.

Before being a costumer and a reenactor, I'm mainly a history bachelor. Last year I wrote a short article with professor Filippo Carlà (University of Exeter) about the role of women in ancient reenactment. There's a long story between us. I had my first Ancient Rome exam in 2006 (gosh) with Filippo himself and after then, we kept in touch with Facebook until I switched to my new profile a couple of years ago. He contacted me again last year, asking if I wanted to write an article with him concerning the gender roles in modern reenactment. How could I say "no"? 
It took me a while to send my essay due to the work but I did, and the article came out a couple of months ago in digital format (you can read it here for free) with the title "Performing Empresses and Matronae: Ancient Roman Women in Re-enactment". I was absolutely excited when the article was published and after a couple of months Filippo contacted me again, asking if I wanted to join Imagines project for a conference in Turin about my costuming and reenacting activity. Eeeeeeeek!!








I immediately accepted so I start to work during the summer to my attendance, explaining many aspects of my work and so on. I was absolutely delighted when the guys of Imagines publish a lovely article about me on their website, introducing my participation as guest; ok, I admit: I felt  a little bit out of place among all those professors and experts.

I asked my friend Sara Miao to modelling for me during the event to show another example of Ancient Roman tunic and palla. She wore the blue while I wore the green one. The event was great, I talked about 45 minutes and the public did a lot of questions about costuming and I could also introduce my incoming Byzantine project. I also showed a making of video of my green tunic and palla. 


Then some weeks ago I got a parcel in my inbox. It was the paper version of the article! Squeeeee!
I definitely felt important. Someone asked me on Facebook if I was going to teach on Costume College in Los Angels too but - for the moment - this will remain just a dream. 



venerdì 1 gennaio 2016

Recensione "Vesuvius" di Marisa Ranieri Panetta

Ho da poco terminato la lettura di questo romanzo, adocchiato sugli scaffali della libreria ben due anni ed entrato in mio possesso lo scorso anno; chi mi segue da un po' sa bene quanto io sia lenta a completare i volumi per via dei miei impegni e questo libro non ha, purtroppo, fatto eccezione. 
La scelta di leggerlo era pressoché doverosa: non solo si tratta di un romanzo storico (la mia grande passione!), ma è un romanzo ambientato nell'antica Roma (e qui, i miei followers più datati non si stupiranno di certo...) e avente come tema principale la tragedia di Pompei del 79 d.C. 
Ho iniziato ad interessarmi a Pompei da bambina, quando mi fu regalato un libro sui vulcani e le eruzioni più disastrose della Storia. Non avevo dei gusti propriamente infantili, lo riconosco, e già all'epoca nutrivo un forte interesse per le enormi tragedie, vedi l'epidemia di peste del 1347-48 e  le devastazioni portate dai terremoti, il che mi ha senz'altro portato ad intraprendere un percorso di studi prettamente storico. Da quel momento la storia di Pompei mi ha affascinato. Non ho mai smesso di pensare a ciò che si è nascosto per anni, per secoli sotto i sedimenti, celato alla vista e alla vita. Ma torniamo al libro. 

Fresca della lettura del libro di Alberto Angela "I tre giorni di Pompei", mi sono procurata il romanzo della Ranieri Panetta ad inizio 2015, ma mi ci è voluto del tempo per cominciarlo. La trama è relativamente semplice, basata sulle vicende della giovane matrona Flavia, una ragazza costretta dalla famiglia ad un matrimonio di convenienza con un uomo molto più vecchio - ma molto ricco. Flavia maturerà nel proprio percorso di donna conoscendo la passione, l'amore e - con sua sorpresa - il rispetto per quell'uomo più anziano che prima ripugnava. Sullo sfondo si alternano le vicende di Pompei, il guazzabuglio delle sue strade e delle sue attività commerciali, le storie degli altri personaggi presi dalle proprie vicissitudini famigliari e personali. Un passato vivace, ricco di brio e vita, su cui fa capolino l'ombra del Vesuvio, ritenuto da tutti - all'epoca - un semplice monte.
La vicenda copre un lungo lasso di tempo, partendo dalla gioventù di Flavia sotto il regno di Nerone siano all'81 d.C, con la morte dell'imperatore Tito. L'autrice approfondisce molti aspetti della vita quotidiana di allora, come i ritmi giornalieri e le strutture sociali, utilizzando un linguaggio molto fluido e per nulla accademico, rendendo così il libro alla portata di tutti. 
I nostri personaggi si muovono tra Roma, i bellissimi paesaggi della Campania, Rieti e la Spagna romana, portando noi lettori a conoscere un mondo ormai scomparso, un mondo assai simile al nostro. La tragedia dell'eruzione porrà fine a tutto ciò, seppellendo le vite, i sogni e le speranze di chi non riuscì, non poté, o non volle scappare. Le vite dei nostri personaggi saranno segnati da essa in maniera indelebile, chi più dolorosamente e chi meno. 
Un romanzo senza dubbio piacevole e di facile lettura, se non fosse per il finale un po' frettoloso, che lascia presupporre un seguito, e i dialoghi talvolta banali, come spesso purtroppo accade nei romanzi ambientati nell'antica Roma. Questo tuttavia non toglie il lustro alla rappresentazione storica della Ranieri Panetta, che dimostra di aver studiato nei dettagli ciò che racconta e descrive.   

Voto: 7/10

martedì 10 febbraio 2015

Presentazione de "I tre giorni di Pompei" di Alberto Angela

Questa volta non posso farmi attendere, il nome citato nel titolo del post dice già tutto.
Attendevo da mesi questo evento, da quando mi è stato regalato il libro (con mia somma sorpresa, ma - si sa - i fidanzati sanno sempre come farci felici!). Ho trascorso settimane ad attendere notizie relative all'incontro e al luogo, ma la pagina di Alberto era sempre ferma con i post. Ormai rassegnata, credevo che avesse annullato tutto. Ieri mattina, ricevo un messaggio su Facebook nel quale mi si conferma che l'evento sarebbe stato nel pomeriggio; di fretta e furia, ci organizziamo con gli spostamenti per poter essere puntuali. 
La coda era lunga, composta da molti anziani ma anche da giovani e bambini. Altro che la cultura non interessa...sebbene non accademica. 
Alberto è arrivato con circa mezz'ora di ritardo per cause non a lui imputabili. Per circa un'ora e mezza ci ha trasportato a in quella che fu Pompei, presentando il libro ma anche aggiungendo nuovi particolari. L'emozione è stata forte: seguo i suoi programmi da quando ero bambina (considerando che ho 28 anni, sono sua fan da più di 20 anni!) ed assistere alla sua spiegazione del vivo è stato davvero piacevole. 

Dopo la presentazione, ci siamo appostati per la firma e la foto. Che dire, penso di aver avuto un mezzo mancamento quando si è complimentato per le nostre foto romane (uno dei suoi argomenti preferiti). Avrei voluto dirgli molto di più, ma il tempo era davvero tiranno (noi abbiamo fatto un'ora di coda per la dedica, ma dietro di noi c'era ancora molta gente). 
Se vi dovesse capitare di poter assistere a una sua presentazione nella vostra città, non perdete l'occasione. Il libro ha un prezzo anche contenuto (sui 15€) e acquistandolo contribuirete al restauro di un affresco a Pompei. Come ha detto Alberto, "ora siete pompeiani anche voi".

Le foto sono un po' scarse ma non avevo minimamente pensato di portare con me la macchina fotografica buona. 




   


Ed eccoci qua! 

Questo è, invece, uno scatto realizzato dopo l'uscita del film "Pompeii" nel 2014. La fotografia e la post produzione sono a cura di Lele.



domenica 25 gennaio 2015

Progetto "Women of History"

Lo scorso anno ho inaugurato un progetto personale incentrato su alcune delle personalità femminili più influenti della Storia, mossa dalla lettura del bel libro "Le grandi donne di Roma antica" di Furio Sampoli. Il titolo è semplice quanto esplicativo: "Women of History" significa, nient'altro, che "Donne della Storia" e lo scopo del progetto è dare un tributo e un volto ad alcune delle figure che più mi hanno colpito e appassionato nel corso degli anni. 
Gli scatti sono volutamente semplici, spesso realizzati in studio con pochissima scenografia e post produzione, per essere il più realistici possibili. Ho cercato di capire queste donne, di entrare nel loro mondo e nella loro vita, ho tentato di immedesimarmi in loro per interpretarle al meglio. Dall'antica Roma all'età contemporanea, ho cercato di riportare in vita volti ormai scomparsi, di cui spesso esistono solo dei ritratti. Non ho badato ad eventuali somiglianze fisiche, quanto, piuttosto, a ciò che mi trasmettevano le loro storie. 
Non si tratta di una ricostruzione storica ineccepibile - mea culpa - ma di una serie di scatti ispirati, atti a cogliere l'essenza di figure spesso dimenticate o bistrattate dall'opinione pubblica. Dove possibile, ho curato personalmente gli abiti e gli accessori. Gli scatti sono visibili sulla mia pagina Facebook, dove troverete una sezione apposita per il progetto; ogni foto è accompagnata da una didascalia - disponibile per il momento solo in inglese - che introduce la figura immortalata. 

La lista è destinata ad allungarsi in futuro, a seconda delle mie possibilità e passioni del momento. 

Vorrei ringraziare pubblicamente i fotografi e ritoccatori che si sono resi disponibili al progetto, Mario Bosio e Lele Photography. 

Alcuni degli scatti realizzati:

Boudicca



Giulia Maggiore





Eleonora d'Aquitania



Mary Tudor 


Hedy Lamarr


Plotina 



Se il progetto vi è piaciuto, condividete o lasciate un commento. Sarò lieta di rispondervi! 

venerdì 26 dicembre 2014

Parco degli Acquedotti, Roma (2014)

Durante il mio penultimo viaggio a Roma (febbraio 2013) ho avuto modo di sbirciare dal finestrino del treno un luogo che ha, immediatamente, stuzzicato il mio interesse di ricercatrice storica e artista. Sto parlando del meraviglioso Parco degli Acquedotti, sito nel Parco regionale dell'Appia Antica: quale luogo migliore per uno shooting a tema romano? Appena giunta a destinazione ho iniziato  a tartassare i  miei conoscenti per avere tutte le info necessarie su come raggiungere e visitare il parco, ma il meteo non è stato dei migliori e così ho dovuto abbandonare l'idea fino alla scorsa settimana, quando sono tornata nella mia amatissima Città Eterna. 
Grazie alla fotografa Arianna Ceccarelli (a breve le foto del nostro shooting) ho potuto realizzare questo mio piccolo sogno, visitando una parte del parco attraversata dell'acquedotto Claudio (iniziato da Caligola e terminato da suo zio Claudio nel 52 d.C.). La prima cosa che mi ha colpito è la maestosità della costruzione e la possibilità di toccarla con mano, senza transenne  e guardie; l'Aqua Claudia fu una delle principali fonti di approvvigionamento acqueo dell'età romana, sia per la sua efficienza sia per l'enorme domanda che riusciva a soddisfare. Conduttore di un'acqua pura e limpida, l'Aqua Claudia copriva un percorso di quasi 70 km, per lo più rettilinei, e una volta superata Porta Maggiore (oggi visibile lungo le Mura Aureliane raggiungeva una camera di depurazione per eliminare le scorie. 
L'atmosfera che si respira è di perfetta coesione tra antico e moderno, con persone dedite al jogging e al passeggio in un paesaggio incorniciato da rovine vecchie di duemila anni.  

Alcuni scatti realizzati da me durante la passeggiata in un tratto del parco: 





Insomma, un'area che merita sicuramente una visita se passate in quel di Roma. La Storia va anche ammirata, gustata, toccata da vicino per essere vissuta e compresa al meglio.

venerdì 3 ottobre 2014

Raduno multiepocale di gruppi storici alla Cittadella d'Alessandria



Domenica scorsa siamo stati nuovamente ospiti della Nona Regio al Raduno Multiepocale di Alessandria. L'evento, giunto ormai alla terza edizione, si è tenuto alla Cittadella della città racchiudendo un periodo storico vastissimo, dall'antica Roma sino ai soldati napoleonici (non ho visto figuranti di altre epoche, quindi presumo che tutto si fermasse agli albori dell'800). Come lo scorso anno siamo andati a trovare i nostri amici romani, che con la loro ospitalità ci hanno rifatto vivere lo splendore di Roma per un giorno, deliziandoci con nuove spiegazioni relative alla vita quotidiana e non dei nostri antenati. 
Per l'occasione ho sfoggiato l'outfit che mi ero preparata all'inizio della primavera per un altro evento con loro, al quale però mancammo; rispetto allo scorso anno ho curato più i dettagli studiando diverse statue dell'epoca e riproduzioni di altri rievocatori. In aggiunta, sono riuscita a trovare un buon pettinino che non mi strappasse i capelli e reggesse il peso della palla, completando al meglio il look, ma come acconciatura mi sono limitata ad una normalissima treccia. Per quanto riguarda il trucco, ho potuto approfittare di una seduta di makeup romano a dir poco elettrizzante, realizzato dalla domina Amandia Atia Arria, che aveva a disposizione un arsenale molto ben fornito di trucco minerale e filologico, assieme al necessario per realizzarlo (pinzette, bastoncini, specchietto ecc ecc). Per approfondire l'argomento, vi consiglio di visitare il mio post dedicato alla toeletta delle donne romane: http://daniellefiore.blogspot.it/2013/05/la-toeletta-delle-antiche-romane.html

Se potete, non perdetevi gli eventi della Nona Regio! Questo è solo un assaggio di ciò che vi attende! 

Nona Regio su Facebook: https://www.facebook.com/NonaRegio


Photo by Lele Photography
Photo by Lele Photography
Photo by Lele Photography





martedì 8 aprile 2014

Il matrimonio in età romana

Riprongo oggi un tema già trattato, seppur sommariamente, nel mio articolo precedente riguardante le donne romane. Il matrimonio rappresentava un momento di svolta nella vita delle donne romane - e non solo, come accade ancora oggi - poiché simboleggiava l'entrata nell'età adulta e nella sfera materna, ruolo dove, secondo la mentalità misogina del tempo, la donna poteva esprimersi al meglio. Ma il matrimonio non era solo questo: era un momento della vita cui le donne erano preparate anzitempo, già da bambine, e in cui spesso facevano fatica a riconoscersi (mi riferisco a quelle figure femminili poco avvezze alle gravidanze e agli oneri che il connubio comportava). Analizzerò dunque l'istituzione matrimoniale in senso stretto partendo dagli albori dell'età repubblicana sino all'epoca imperiale, quando molte cose cambiarono complice anche la straordinaria emancipazione delle donne più ricche. 

La tradizione matrimoniale romana si riconosceva nell'antica formula del matrimonio cum manu, ossia il rito che sanciva il passaggio della donna dalla proprietà del padre a quella del marito; era l'epoca del potere assoluto del paterfamilias, che tutto poteva sui figli e la moglie, equiparata allo status delle figlie. Le donne non avevano diritto di ereditare e possedere beni e la loro dote passava direttamente al marito al momento del matrimonio, e l'unica parentale ufficiale riconosciuta era quella da parte maschile (agnatio). Questa posizione privilegiata del marito era stata sancita nelle antichissime Dodici Tavole risalenti ai tempi della monarchia, e molti secoli ci vollero perché cadesse in disuso. Altre antiche formule matrimoniali erano la confarreatio, la coemptio e l'usus, tutte e tre cadute in disuso già agli albori dell'Impero. L'usus fu il primo ad essere abolito, molto probabilmente già in età augustea, e consisteva nella coabitazione ininterrotta per un anno tra i coniugi, che - soprattutto se il marito era plebeo - conferiva loro gli stessi diritti legali (un vero e proprio usucapione). Una curiosità: la donna poteva porre fine all'unione allontanandosi per qualche notte di fila dalla casa. La confarreatio consisteva nel sacrificare a Giove Capitolino una torta di farro davanti ai massimi esponenti religiosi di Roma ed era una cerimonia riservata agli alti ranghi della società, mentre la coemptio era la vendita fittizia della figlia da parte del padre e riguardava gli strati plebei. Tutte e tre queste formule erano già sparite ai tempi di Tiberio, tanto che si attesta la comparsa di un matrimonio molto più moderno e simile al nostro: esso era sancito da un fidanzamento ufficiale, alla presenza di testimoni, dove i promessi sposi prendevano formalmente l'impegno di unirsi e dove lo sposo regalava alla promessa un anello, che andava infilato all'anulare della mano sinistra (proprio come oggi). Questo rito trova la sua spiegazione nelle conoscenze mediche dell'epoca: si credeva, infatti, che esistesse un nervo che dall'anulare giungesse al cervello, a sottolineare la solennità del momento. Da qui si passava poi alle nozze, di cui si conoscono quasi tutti i dettagli: la futura sposa doveva indossare determinati capi specifici, colmi di simbolismi, a partire dalla notte prima. I capelli erano raccolti in una rete rossa durante la nottata, per poi essere acconciati secondo l'uso delle Vestali (seni crines), coperti da un velo di colore arancio molto vivace (il flammeum) e ornati da una coroncina di verbena e maggiorana intrecciati. L'abito nuziale era una tunica molto semplice priva di orli, con una cintura attorno alla vita fermata da un nodo, che il marito avrebbe poi slacciato, e un mantello color zafferano. Come accessorio la sposa poteva indossare una collana di metallo attorno al collo. 



Alma - Tadema


Dopo la preparazione, la sposa attendeva il marito in casa propria, assieme ai parenti e agli amici. Dopo aver sacrificato un animale e preso gli aruspici, si procedeva - in silenzio - ad apporre i sigilli matrimoniali. Le mani degli sposi erano congiunte da una pronuba, una donna sposata solo una volta, a simboleggiare un'unione felice e duratura. Una volta esaminate le viscere degli animali ed aver espresso il favore degli dèi all'unione, le nozze rompevano il silenzio. Il rito si avviava allora verso la parte finale, con gli invitati intenti ad elargire formule augurali ed a godersi la festa; solo verso il tramonto l'atmosfera diverrà seria, quasi cupa, con la scomparsa dello sposo dalla scena. Un corteo costituito da suonatori era incaricato di prelevare la sposa strappandola dall'abbraccio materno, conducendola alla casa del marito. Qui, due amiche della sposa, le consegnavano il fuso e la conocchia, ad indicare i suoi futuri lavori domestici. Il marito l'aspettava sulla soglia, per celebrare un rito quanto mai odierno: la sposa ungeva con olii la soglia della casa per allontanare gli spiriti malvagi e a questo punto, i coniugi si scambiavano una promessa verbale, di cui conserviamo soltanto la parte finale, pronunciata dalla sposa: "Ubi tu Gaius, ego Gaia", che suona all'incirca come "Se sarai felice, lo sarò anche io". La spiegazione è che la donna assumeva - idealmente - il prenome del marito e si sottometteva a lui. A questo punto la sposa attraversava la soglia in braccio a due amici dello sposo per non sfiorarla con i piedi, un pessimo presagio e un segno nefasto. 
La pronuba accompagnava allora la sposa in camera da letto, togliendole tutti gli ornamenti e possibili oggetti che potevano ferire il marito durante il rapporto. Una volta sola, la sposa recitava una preghiera a Priapo, il dio della fertilità, finché lo sposo non entra nella stanza per consumare le nozze. Possiamo immaginare che nel caso di giovani donne questa fosse la parte più ardua. Molto spesso erano maritate a uomini più anziani di loro anche di vent'anni, magari amici del padre, e giungevano al rapporto sessuale completamente inesperte ed intimidite. Non dobbiamo dimenticare la concezione sessuale del periodo: marito e moglie dovevano pensare alla sola procreazione, dunque i loro rapporti carnali ci vengono descritti come freddi e privi di delicatezza, spesso addirittura vestiti. L'amore non era concepito all'interno della coppia, e per quello c'erano gli amanti. 

Successivamente, verso la fine della Repubblica, qualcosa cambiò. La formula del matrimonio restò pressoché invariata nella sua forma, ma alcuni iniziarono a spogliarla degli aspetti superflui preferendo nozze semplici ma sincere. Cambiò anche il ruolo della donna: con l'avvento del matrimonio sine manu ella poté disporre liberamente del proprio patrimonio una volta raggiunta l'età adulta, e prima poteva avvalersi dell'aiuto di un tutore. Le ricche aristocratiche romane poterono così emanciparsi e spesso non si sposarono affatto, preoccupando non poco imperatori come Augusto così attenti all'equilibrio demografico della città. Le donne potevano scegliere chi sposare e senza il consenso della sposa, le nozze non potevano essere celebrate. Tutti questi elementi si sono conservati sino a noi grazie all'azione del Cristianesimo, che ha conservato quasi interamente la formula cerimoniale pagana. 
E' chiaro però che il matrimonio sine manu portò anche delle conseguenze, come il crollo delle nascite e l'elevatissimo numero di divorzi. La nostra mente moderna concepisce il divorzio come un lungo iter dispendioso e burocratico, ma in età romana era tutto molto più semplice: i divorzi erano all'ordine del giorno e bastavano poche cause (sterilità della donna o mancanza di adfectio maritalis, cioé la volontà di vivere sotto lo stesso tetto) per rompere un'unione. I casi di divorzi annoverano tra loro figure celebri come Cicerone, che divorziò dalla moglie Terenzia dopo quasi trent'anni di matrimonio per sposare un'adolescente. Con un tale numero di divorzi e matrimoni sterili, era inevitabile che un moralizzatore come Augusto non corresse ai ripari. Emanò allora una legge che permetteva il divorzio alle donne sposate soltanto dopo aver concepito il terzo figlio, in modo da assicurare nascite fresche alla città. 


Fonti:
Jérome Carcopino, "La vita quotidiana a Roma", Economica Laterza, Bari, 1993
Francesca Cenerini, "La donna romana", Società editrice il Mulino, Bologna, 2002
Furio Sampoli, "Le grandi donne di Roma antica", Newton Compton,  2003
Alberto Angela, "Amore e sesso nell'antica Roma", Mondadori, Milano, 2012

giovedì 6 marzo 2014

La donna romana (seconda parte)


Tuttavia, non bisogna credere che le donne romane furono tagliate completamente fuori della società. Ci furono donne influenti e potenti, sebbene appartenessero ai soli alti ranghi dell'aristocrazia. Figure come Livia Drusilla, Agrippina o le donne della dinastia severiana ci permettono di capire come queste donne potessero influenzare il governo dei mariti o, in questo caso, dei figli, agendo da dietro le quinte. Livia è il fulcro di queste donne potenti, fu una donna caparbia e di potere. Ricordiamoci che le donne erano spesso "usate" come mezzo per ottenere influenti alleanze famigliari e matrimoniali, e il suo caso ci descrive perfettamente questa consolidata tradizione: sposò Augusto quando era incinta del primo marito, e i suoi figli furono allevati nella casa del principe come se fossero nati dalla loro unione (in effetti, si pensa che il secondogenito Druso fosse frutto di una relazione adultera proprio con Augusto). Livia e Augusto restarono assieme tutta la vita ma le fonti ci dipingono Livia come una donna assetata di potere che cercò, per tutto il regno del marito, di portare il figlio primogenito Tiberio sul trono imperiale, come in effetti accadde: uno ad uno, gli eredi designati da Augusto morirono, spesso in circostanze misteriose. Livia però non fu solo questo: fu una donna importante, carismatica, e molte donne si vantarono di discendere dalla sua dinastia. Sposò Augusto incinta del marito, suscitando scalpore, ma Augusto stesso non tardò ad emanare leggi per contenere i costumi romani sempre più disinibiti, cercando di riportare pudicizia e moralità. La loro fu un'unione in un periodo di transizione, in cui si cercava di porre rimedio agli eccessi dell'ultima Repubblica. 
Figure forti come Livia o Agrippina (la madre di Nerone) furono spesso maltrattate dalle fonti storiografiche, il più delle volte postume e misogine. Agrippina ci è stata tramandata come meschina, virile, superba, capace di sviare le scelte politiche del figlio che fece arrivare al trono eliminando i concorrenti (i figli di Claudio, avuti dalla precedente moglie Messalina). Si capisce dunque come le donne che maneggiavano effettivamente il potere fossero mal viste, preferendo di gran lunga figure più remissive dedite al ruolo naturale che la natura aveva prefissato; per il piacere e il divertimento c'erano le prostitute o le amanti, per la casa e la famiglia le mogli. Una moglie devota doveva stare lontano dal potere e dal lustro che ciò comportava, vivendo con e per il marito ma restando in una posizione subordinata. Ci furono ovviamente matrimoni felici e pieni d'amore reciproco, è bene ricordarlo, e non tutte le donne dovettero cercare conforto tra le braccia degli amanti. 
Il potere poteva minacciare i comportamenti femminili allontanandoli dalla consuetudine, dalla temperanza. Le donne erano così escluse da ogni carica pubblica, escluso il sacerdozio. Solo attraverso il servizio agli dèi o il matrimonio la donna poteva realizzare la propria natura, perché ella soltanto unendosi ad un uomo socialmente importante o venerando una divinità poteva innalzarsi agli occhi degli altri cittadini, non certo per il suo sesso biologico. Tuttavia, sebbene collegate a una sfera "pubblica", erano sempre donne e come tali, dovevano avere una funzione materna a tutti i costi, occupandosi di orfani o di giovani indigenti, esattamente come l'imperatore era il padre della patria. 


Le donne, però, non potevano lavorare nei campi. In questo caso la laboriosità femminile di ceto libero era deprecata in quanto indice di estrema povertà e di incapacità maschile di sopperire ai bisogni della donna - per natura più debole - ma non per le donne schiave. Gli schiavi - maschi o femmine - erano considerati alla stregua di animali e dovevano essere dediti al lavoro, mentre le donne libere era meglio evitassero certe mansioni considerate poco adatte alla loro virtù, come ad esempio le locandiere (che oltre ai servire ai tavoli  delle popinae, si prostituivano ai clienti), le mezzane (le lenae, che inducevano le giovani a prostituirsi) o le attrici. 
Da questo quadro emerge una figura di donna che vive di riflesso dell'uomo, in una società poco propensa a lasciarle ampi spazi di autonomia anche negli strati più alti della nobiltà; la donna indipendente, ricca, o lavoratrice spaventava gli uomini romani, abituati per tradizione ad un suo ruolo sottomesso e poco intraprendente. La donna per eccellenza era quella pudica, ma anche dietro all'uso tradizionale del fuso e della conocchia potevano nascondersi inganni e trappole tese all'uomo: il ricamo, come la filatura, erano ambiti che l'uomo non conosceva, e che potevano nascondere le macchinazioni femminili. L'uomo doveva sempre essere un gradino sopra di lei per non caderne vittima. 

Fonti:
Jérome Carcopino, "La vita quotidiana a Roma", Economica Laterza, Bari, 1993
Francesca Cenerini, "La donna romana", Società editrice il Mulino, Bologna, 2002
Furio Sampoli, "Le grandi donne di Roma antica", Newton Compton,  2003
Alberto Angela, "Amore e sesso nell'antica Roma", Mondadori, Milano, 2012


venerdì 28 febbraio 2014

La donna romana (prima parte)

Il modello tradizionale di donna romana può risultare famigliare, per non dire quanto mai moderno, agli occhi del pubblico che l'analizza: figlia obbediente prima, moglie devota poi e madre in seguito, laboriosa e poco istruita, lontana da occhi indiscreti. Un cliché ben assortito dall'antichità fino a (quasi) i giorni nostri, passando per il Medioevo e l'età moderna. La donna romana offre un arco di studio quanto mai vario e approfondito in quasi tutti gli aspetti della sua vita quotidiana, dalla routine agli aspetti sociali e morali, che è tutt'altro che semplicistico: è vero che la dicotomia donna virtuosa - donna perduta (perché magari di condizione sociale servile oppure adultera) costituiva il grosso della concezione femminile del mondo romano, ma analizzando queste donne si scoprirà che il quadro è molto più complesso. La società romana ci ha tramandato figure di donne altamente istruite e libere di disporre dei loro patrimoni a piacimento, di scegliersi gli amanti e di condurre una vita - quanto mai - emancipata ma, ahimè, tali esempi restano circoscritti all'alta aristocrazia. Delle donne più umili poco si sa, e probabilmente si saprà, e quel poco che conosciamo è legato alla tradizione rurale del mondo italico e, più generalmente, antico (non dimentichiamo che la donna greca era poco più di una schiava e che non si emancipo' mai).  Non dobbiamo dimenticare - tuttavia - che ciò che sappiamo a proposito di queste donne è legato a testimonianze quasi sempre maschili e fortemente critiche nei confronti del mondo femminile, e dunque è necessario soppesare qualsiasi informazione.


Il modello più diffuso di donna romana era, senza dubbio, quello legato alla tradizione arcaica di Roma, rappresentato dalla figura di Lucrezia. La sua sfortunata storia servirà da modello per tutte le generazioni di donne successive: moglie fedele e laboriosa, preferì suicidarsi dopo aver subito uno stupro anziché far vivere il marito nella vergogna. Analogo l'episodio della giovane e bellissima Virginia, uccisa dal padre per preservarne l'onore anziché concederla alle voglie del decemviro Appio Claudio. 
Sin da subito, quindi, la donna romana fu destinata ad una dimensione prettamente casalinga, filando e tessendo; questa sua condizione si evince anche dal sistema onomastico tradizionale, che attribuiva all'uomo nato libero tre nomi (tria nomina), mentre alla donna soltanto due, non avendo diritto alla vita politica. Il nome personale era però sconosciuto agli estranei, come se ciò potesse proteggerle. Non si tratta tanto di misogamia, quanto piuttosto di una consuetudine antichissima, che riconosceva nella differente natura dei sessi la divisione dei lavori. Le donne, dunque, sarebbero escluse dai lavori pubblici e dalla vita militare per la loro natura più fragile. 
Se pensiamo alle donne medievali, possiamo vedere come molti aspetti siano comuni: la donna virtuosa era colei che si nascondeva agli sguardi altrui, che restava fedele al marito ed alla famiglia, che parlava poco. L'abbigliamento più consono era frugale e poco disinibito, per distinguersi dalle prostitute, con un uso moderato di trucco e unguenti; viene subito alla mente il caso di Cornelia, la figlia di Scipione l'Africano, che preferiva adornarsi della virtù dei figli anziché di gioielli e belletti. Cornelia fu importantissima per la formazione e le attività politiche dei due figli Tiberio e Gaio Gracco, entrambi tribuni della plebe e dotati di un eloquio eccellentissimo. Ella fu un caso raro, tuttavia: alcune donne erano abbastanza istruite da poter insegnare ai figli e alle figlie, ma si trattava pur sempre di un numero molto ristretto, relativo all'élite aristocratica o senatoriale, e non sempre vista di buon occhio. Una donna colta poteva, infatti, risultare molto antipatica ad un  uomo come quello romano, abituato a pontificare su tutto e a veder riconosciuta la propria superiorità.


Si trattava, dunque, di una società patriarcale dove tutto ruotava attorno alla componente maschile della società e della famiglia; la donna era poco di un oggetto che passava dalla tutela del padre a quella del marito, sebbene con la fine della Repubblica qualcosa cambiò. Al matrimonio cum manu (da cui deriva  l'atto, oggi perlopiù figurativo, di chiedere al padre la mano della figlia) si passò a quello sine manu, che permetteva alla donna di conservare i suoi beni all'interno della propria famiglia, senza doverli cedere al marito. La trasformazione del rito matrimoniale provocò un movimento all'interno della società: le donne divennero, per la prima volta, libere di disporre dei propri patrimoni, emancipandosi. C'è comunque da sottolineare che le donne potevano divorziare già dall'età arcaica: il matrimonio poteva essere annullato in caso di sterilità o infedeltà della donna, o nel caso venisse a mancare l'adfectio maritalis, cioé la voglia di anche solo uno dei coniugi di vivere assieme. I divorzi divennero così numerosi che Augusto dovette correre ai ripari durante i primi anni del suo principato, imponendo alle donne di divorziare solo dopo aver partorito al marito almeno tre figli.
C'era, però, una specifica categorie di donne che godeva di uno status giuridico tutto particolare. Le Vestali erano le più alte sacerdotesse di Roma, onorate e rispettate, su cui gravava l'incarico di mantenere il focolare della dea sempre acceso e di restare vergini per tutta la durata trentennale del loro mandato. Se scoperte ad avere rapporti carnali, atto che normalmente veniva scoperto a causa di gravidanze oppure avvenimenti infausti per la città, la pena che spettava loro era terribile: condannate ad essere sepolte vive, le Vestali trascorrevano i loro ultimi giorni allontanate dalla sfera dei vivi. A loro si univano le donne "trasgressive" per antonomasia che la storiografia ci ha tramandato, da Clodia (la Lesbia amata da Catullo) a  Messalina, giungendo sino a Giulia, l'amatissima figlia di Augusto costretta poi all'esilio per la sua scandalosa condotta. Queste figure s'impongono come pilastri avversi all'ideale tradizionale di donna romana, una donna come Cornelia o come Ottavia, la sorella di Augusto, fedele al marito anche quando egli la ripudiò per Cleopatra.
Le donne, dunque, era meglio che restassero nell'ombra, senza aspirazioni di potere o particolari ambizioni, tranne che per la sfera casalinga o materna. L'unico modo per aspirare all'emancipazione era seguire un modus operandi tipicamente maschile, e dunque condannabile. La donna esisteva sempre in funzione di un uomo e se provava ad infrangere le barriere del mos maiorum, era concepita come una "donna facile", di infima condizione, corrotta (e in questa lista si annoverano le prostitute, le attrici, le ballerine...) e pubblicamente derisa. Le prostitute, infatti, erano costrette a tingersi i capelli di rosso e ad indossare una veste di lino succinta e trasparente, a differenza dell'abbigliamento classico della matrona, per sottolineare la sua condizione malfamata.
Sembra che alla donna romana spettasse una mera funzione riproduttiva, come sarà per altri secoli a venire. Erano i figli, la vera potenza femminile. Nella sfera privata la moglie non doveva provare piacere fisico durante l'atto sessuale, che spesso avveniva al buio e completamente vestiti, perchè il sesso all'interno della coppia serviva soltanto a procreare. L'amore e la passione erano spesso ricercati altrove, con la differenza che la donna doveva prendere determinati accorgimenti in caso di relazioni extraconiugali, mentre al marito era tutto concesso (fuorché avesse un ruolo passivo nei rapporti omosessuali). La padrona di casa poteva intrattenere relazioni con altri uomini, spesso schiavi, ma cercando di non farlo sapere; per questo motivo spesso si ricorreva agli schiavi domestici, costretti al silenzio. Tuttavia, spesso i mariti chiudevano un occhio e l'unico caso in cui erano davvero intransigenti era la relazione omosessuale tra due donne, percepita e condannata come la peggiore perversione sessuale che una donna potesse avere.

(Fine prima parte)

Fonti:
Francesca Cenerini, "La donna romana", Società editrice il Mulino, Bologna, 2002
Furio Sampoli, "Le grandi donne di Roma antica", Newton Compton,  2003
Alberto Angela, "Amore e sesso nell'antica Roma", Mondadori, Milano, 2012



lunedì 3 febbraio 2014

Roman dress "Gaia"

Hello guys, the end of the month is near and I'm passing these cold winter days sewing a new roman dress.
I found at the local market a beautiful remnant of deep green fabric in synthetic fibres (I think it's polyester) large enough for a dress, and so I bought it with another camouflage fabric. To be honest I wasn't thinking to another roman dress but when I saw the fabric I couldn't resist!

Roman Dress "Gaia" photo DSCF0281_zpsb07b4c26.png
The fabric
To sew this dress you'll need: 
- Fabric 
- Thread 
- Scissor
- A sewing machine, but you can avoid it if you want a more historical look. 

The fabric is soft as silk and the green is simply luscious! I didn't use a pattern so I put the fabric on the floor and I drew by hand the figure of shoulders with a chalk, after measuring my own shoulders. I have a one shoulder tunic already but for this one I wanted something different: I took my inspiration from the Spartacus TV series and I found in the character of  Gaia a nice reference: her dress has a deep V neckline and it's made of light green silk with golden embroidery, and the shape of the cloth seems quite historical.

Gaia
My dress will look like this on the shoulders but the neckline will be less evident and I'll wear a blue tunic as underwear since my fabric is quite see-through. 

The construction of the dress is really simple, so if you're a beginner seamstress like me you won't find it hard. So, after drawing the straps with the chalk I started sewing the hems by hand, finishing them with the sewing machine later for a better look. Then I sewed both sides together and put it on: I'm used to sew clothes a little bit bigger than my real size so I'll have to adjust the dress on my hips in a second moment. 

 photo DSCF0283_zps46531324.png
Particular of the seam
To decorate the shoulders I applied by hand two silver buttons with Medusa's effigy (I'm in love with them!)

Roman Dress "Gaia" photo DSCF0291_zps67d03a09.png
The buttons. 
Keep in mind: don't throw away scraps! You can always use them as ribbons or as decorations for your hair if they're big enough :) I'll use mine for the typical roman hairstyle I use during historical fairs. 
I noticed the dresses displayed in Spartacus have many layers of different fabrics but I find this style more fantasy than roman, even if women from upper classes wore dresses made of rich materials and with vivid colours. I hand stitched a hair comb to keep the veil on my head (don't forget this step if you don't want to lose it when you move, my suggestion is to make a braid and then put the hair comb there - a fake braid is good too). 

Total amount: less than 10€, if you're lucky it's a very low budget project!  

Photo by Franco Russo



giovedì 14 novembre 2013

La figura femminile nel mondo bizantino (seconda parte)

Le donne avevano, dunque, poche possibilità di uscire dalle pareti domestiche e di migliorare la loro condizione, soprattutto se di umile estrazione. La bellezza poteva, senza dubbio, essere un ottimo alleato ma a patto che rispecchiasse quella interiore, cioè dell'anima: il corpo umano era concepito come un'opera d'arte del divino e abbellirlo con gioielli e cosmetici fino a stravolgerlo avrebbe significato tentare di cambiare ciò he che il Signore aveva creato. 
I cosmetici non erano dunque molto apprezzati, come in età romana: un uso eccessivo stravolgeva la bellezza della donna, il cui trucco migliore e più ambito era il rossore delle guance dato dalla pudicitia, dal pudore; il trucco evocava la figura della prostituta, della donna costretta ad enfatizzare il proprio aspetto per vendersi. Tuttavia, i gioielli non erano così criticati e un uso modesto fungeva da perfetto ornamento. C'è, tuttavia, da segnalare il paradosso di questa concezione della bellezza: la donna che doveva assumere ad una funzione pubblica, come l'imperatrice, e che trascurava il proprio aspetto rifiutando qualsiasi tipo di gioiello e belletto era soggetta a critiche spesso meschine, come nel caso di Berta di Sulzbach. Nata tedesca, fu data in sposa all'imperatore Manuele I Comneno per rinsaldare un'alleanza politica in un periodo in cui, a Bisanzio, l'Occidente non era ben visto; i suoi natali stranieri caratterizzano moltissimo la visione che i bizantini avevano di lei e il suo aspetto trascurato, volutamente pio e pudico, suscitò parecchie critiche, poiché non faceva che allontanare il focoso Manuele. Le nobildonne, dunque, erano tenute a curarsi ed abbellirsi, ovviamente nei limiti del decoro.

L'imperatrice Irene

Le donne comuni potevano anche non seguire questo dettame. Per loro la vita era scandita dal matrimonio, dalla cura della casa e dei figli, e dal lavoro, solitamente quello tessile. Lo studio, la filosofia, l'economia erano destinati agli uomini. La donna bizantina era dunque una donna molto simile a quella occidentale di età medioevale, preclusa allo studio e relegata ad una dimensione prettamente casalinga. Le sue virtù più decantate ed apprezzate erano il silenzio (la donna che parlava poco era descritta come un gran regalo per un marito), il timore di Dio, la castità, l'umiltà, il decoro, il senso della misura. A proposito del pudore e della castità, è bene fare una precisazione: come conciliare l'ideale di donna pura, vergine, con la necessità di figli e della riproduzione? La verginità era l'unica via di libertà per la donna, la vergine non dipende da nessun uomo tranne che il Signore, non sporca il suo corpo: la donna costretta a sposarsi ed a procreare può, però, mantenersi casta e pura conducendo una vita semplice, servendo e guidando il marito verso la retta via. I coniugi sono un unico essere vivente, dove il marito conduce la donna come l'anima guida il corpo. Se Gesù, dunque, aveva descritto uomo e donna come uguali, ciò non si riflette negli scritti dei Padri della Chiesa, che da sempre predicarono la superiorità maschile. 
La donna, in conclusione, risplende di luce e di virtù ma mai quanto la luce del sole, caratteristica dell'uomo. La donna è infatti la luna, che brilla e risplende di luce riflessa, quella appunto del sole.

Fonti: Eva Nardi, "Nè sole, né luna. L'immagine femminile nella Bisanzio dei secoli XI e XII", Olschki, 2002




venerdì 8 novembre 2013

La figura femminile nel mondo bizantino (prima parte)

Tutti, almeno una volta, abbiamo sentito parlare dell'impero bizantino, magari a scuola oppure in qualche documentario. Costantinopoli, l'attuale Istanbul, fa parte della nostra storia comune da secoli, molto più di quanto si pensi. Sorta durante il tardo impero romano per volere dell'imperatore Costantino (da qui il nome Costantinopoli, prima ancora Byzantium in latino, da cui Bisanzio), si mantenne baluardo dell'impero romano d'Oriente per secoli, nonché roccaforte del cristianesimo poi, in un'Oriente sempre più stretto nella morsa islamica. Costantinopoli, infatti, cadde in mani ottomane nel 1453 dopo aver resistito per secoli ai vari assedi e assalti, grazie soprattutto alla posizione geografica strategica e difendibile. Nel 1205 cadde in mani crociate e la conquista latina fu terribile per la città, che tornò in mani di una dinastia bizantina soltanto nel 1261.

Questo mondo, che tanto ci sa di esotico e vicino al mondo greco, fu un ponte tra la civiltà latina e la civiltà greca, una società vicina ma anche distante all'Occidente per molti versi: i bizantini si sentivano "romani" (Romei) a tutti gli effetti, sebbene la loro lingua ufficiale fosse più il greco del latino, e sempre questa città si erse come la "nuova Roma" voluta da Costantino, anche quando dell'impero romano d'Occidente, ormai, non esisteva più nulla, proseguendo uno sviluppo pressoché autonomo. La religiosità dei bizantini era profonda e spirituale, sebbene scossa da tumulti che il cristianesimo romano non conobbe fino allo scoppio della riforma luterana (mi riferisco alla lotta iconoclasta che scosse Bisanzio nel VIII secolo). In tutto questo definire la visione dell'universo femminile non è semplice, in quanto le poche fonti a disposizione sono religiose e distanti dal mondo laico, ma il ritratto che ne emerge è delimitabile a grandi linee: i bizantini propugnavano l'idea di una donna pia, devota al marito e alla vita matrimoniale, con una bassa educazione culturale; la donna era per loro, come per tutti i primi cristiani, un essere peccaminoso che aveva condotto l'uomo alla rovina.

L'imperatrice Teodora 

In una società così misogina (eredità del mondo romano), le donne poco potevano fare per affermarsi e rivalutarsi. Ci furono senza dubbio figure degne di nota (Teodora, Irene, Cassia, Anna Comnena), ma tutte fecero molta fatica a staccarsi dall'ideale maschile che le considerava peccaminose, tendenti all'inganno, buone soltanto per la mera funzione riproduttiva. Il matrimonio era, infatti, considerato come un'imposizione sociale alla quale gli uomini non potevano sottrarsi. Bisanzio, insomma, non fu toccata dall'emancipazione femminile che interessò le donne libere e aristocratiche della Roma imperiale. Le donne dunque ricevevano un'istruzione sommaria, poco più che elementare, improntata alla religiosità e al futuro ruolo di madre; Teodoro Studita, monaco e studioso del IX secolo, scrive che la madre si dedicò agli studi e all'apprendimento del Salterio di notte, alla luce della candela, per non infastidire lo sposo e per non trascurare la cura della casa. Gli studi profani potevano compromettere la purezza dell'animo femminile, così fragile e debole. Figure colte come la principessa Anna Comnena erano ritenute un paradosso, un'eccezione.

Il matrimonio, dunque, era la massima aspirazione per queste donne. Le fonti sono scarse e quasi sempre relative a donne di ceto elevato; encomi, elogi funebri, discorsi sono le opere dove il mondo femminile bizantino si affaccia, spesso appena. Si trattava di un'ideale pensato da uomini per piacere gli uomini, le donne che non vi si riconoscevano erano viste come pericolose e, spesso per giustificarle se si trattava di figure nobili, le si associava a qualcosa di "speciale", di "inaudito".

(Fine prima parte)

Fonti:
Enrico V. Maltese, "Dimensioni Bizantine. Donne, angeli e demoni nel medioevo greco", Paravia, 2004
Eva Nardi, "Né sole né luna. L'immagine femminile nella Bisanzio dei secoli XI e XII", Olschki, 2002




domenica 1 settembre 2013

Recensione "La morte nera. Storia di un'epidemia che devastò l'Europa nel Trecento" di John Hatcher.

Ho letto questo libro lo scorso anno e soltanto ora mi rendo conto di non averlo ancora recensito. L'argomento non è dei più felici quindi se siete impressionabili tappatevi le orecchie. Oggi si parla di peste, un flagello che ha colpito l'umanità nei secoli addietro con una crudezza silenziosa, ma letale. Il libro di John Hatcher ci riporta indietro nell'Europa del Trecento, un'Europa che si sta avviando verso l'età moderna ma ancora fortemente legata al mondo tipicamente medioevale, un'Europa in transizione, che senza l'epidemia probabilmente non sarebbe diventata ciò che oggi leggiamo nei libri di storia. Il contagio, infatti, distrusse la società d'allora e ne creò una completamente nuova. 
Studiando le vicissitudini di un piccolo paesino di Walsham nel Suffolk, Inghilterra, John Hatcher traccia le linee - locali e mondiali - della portata del contagio, dal 1347 in avanti; la sua indagine viene portata avanti da un personaggio fittizio, Master John, che analizzando svariate figure del villaggio porta questo libro a metà tra il saggio storico e il romanzo. Per quanto l'argomento lo permetta, una lettura stuzzicante e molto piacevole. 

La peste giunse in Europa dall'Asia, e tra il 1346 e il 1353 colpì tutta questa porzione di continente. La popolazione era inerme, povera o ricca, e impreparata. Nessuno si aspettava una nuova epidemia, dato che l'ultima volta la peste si era affacciata in Europa nel V secolo d.C. Il contagio si abbatté sulle coste italiane (precisamente siciliane) portate da dei commercianti genovesi in fuga da Caffa in Crimea e fu favorito dalla crescita demografia avvenuta tra il 900 e il 1300, con l'allargarsi delle città; a dire il vero, gli anni precedenti allo scoppiare dell'epidemia non erano stati dei più felici, tra carestie e malattie di vario tipo. Il batterio Yersinia Pestis giunse cullato dalle navi europee e una volta sceso a bordo, iniziò la sua operazione letale, dirigendosi poi verso Nord: oggi sappiamo che il vettore della peste è il morso della pulce che alberga sui topi, ma all'epoca nessuno riusciva a trovare la causa del contagio. Si accusarono gli ebrei, le streghe, si fecero processioni religiose per invocare l'aiuto divino, ma nulla accadde. Molti furono anche quelli che decisero di vivere la vita minuto per minuto, sperperando denari in taverne e bordelli. 
Le pessime condizioni igieniche delle città (delle vere e proprie fogne a cielo aperto), la cattiva igiene personale e delle abitazioni, il contatto prolungato con gli animali e le arretrate conoscenze mediche favorirono l'epidemia e furono fattori da non sottovalutare. Era un mondo dove ci si lavava poco perché si credeva che il lavaggio potesse veicolare malattie (o, forse, perché la Chiesa degli esordi andò a predicare contro la cura del corpo tipica del mondo romano, definita immorale?), dove le case erano spesso sudicie e dove i topi potevano scorrazzare  liberamente. 

La manifestazione del morbo avveniva, normalmente, tra i 2 e i 7 giorni e non lasciava scampo. Al giorno d'oggi si conoscono tre forme di peste (bubbonica, polmonare  e setticemica) ma fu la prima a mietere vittime: i bubboni non erano altro che linfonodi gonfiati, purulenti e dolorosi, spesso accompagnati da febbre alta e deliri. I medici fuggivano perché incapaci di capire le ragioni del morbo. Le conseguenze furono devastanti: il numero dei morti era talmente alto che non si riusciva a dare a tutti una degna sepoltura, spesso senza estrema unzione, e s'iniziò presto a seppellire i cadaveri in fosse comuni. Il mondo sembrava davvero piombato nel caos. 
Tuttavia, a lungo termine, la peste ebbe degli effetti positivi: il numero degli operai era diminuito, la manodopera era rara e ricercata, e gli uomini ne approfittarono per chiedere salari più alti; in molti divennero proprietari di terreni lasciati incolti o sfitti, qualcosa insomma si mosse in una società immobile da secoli. Chi era sopravvissuto (gli immuni o i superstiti furono molto pochi) dovette aspettare molto tempo prima di riprendere la normale routine quotidiana: era un mondo nuovo, uno scenario diremmo oggi post-apocalittico, un mondo che andava ricostruito da zero. 

Se volete conoscere le radici dell'Europa moderna, non potete ignorare la peste. Non potete ignorare neppure le sue manifestazioni successive, basti pensare alla famosa epidemia del 1630 che colpì l'Italia e che è stata immortalata per sempre dal nostro Manzoni. 

domenica 25 agosto 2013

Recensione "Impero: viaggio nell'impero di Roma seguendo una moneta." di Alberto Angela

La fine di Agosto ormai è alle porte, e con lei anche quella dell'estate. Spero abbiate trascorso delle buone vacanze all'insegna del divertimento e del relax! Le mie sono trascorse sommersa da letture nuove oppure lasciate in arretrato da qualche tempo: per il mio 27esimo compleanno ho ricevuto in dono un eReader, e devo ammettere di essermi ricreduta al riguardo! Ero molto scettica poiché sono un amante folle dei libri cartacei (li accarezzo, li sfoglio, amo l'odore della carta ed accarezzare la copertina soprattutto se con dei caratteri in rilievo) ma mi sbagliavo. Con l'eReader sto leggendo molto di più! E' comodissimo soprattutto se si viaggia molto e non c'è molto spazio in borsa o in valigia, non avendo lo schermo retro illuminato non affatica la vista e potete utilizzarlo in piena luce, in spiaggia oppure sul terrazzo, tenendolo comodamente in grembo oppure con una mano soltanto, il che evita il fardello dei libri voluminosi che spesso ci costringono a posizioni statiche. Il mio modello non è touch screen ed è della marca Trekstor, è molto semplice da usare e ha dei comodi tasti laterali che dovete pigiare per andare avanti o indietro con la lettura; ho finalmente potuto leggere dei file pdf in tutta comodità senza dover restare per ore davanti al computer!

Uno dei vantaggi dell'eReader è anche l'acquisto di eBook a prezzo modico. Uno di quelli è proprio il libro di Alberto Angela "Impero: viaggio nell'impero di Roma seguendo una moneta". Lo volevo leggere da tempo ma il prezzo continuava ad aggirarsi attorno ai 20€ se non oltre. Amo follemente Alberto sia per il modo calmo di descrivere le cose sia per il suo (famosissimo) gesticolare: seguivo le sue trasmissioni già quand'ero bambina e lo faccio tuttora con grande interesse. Il volume è il seguito di "Una giornata nell'antica Roma" e segue i movimenti di un sesterzio coniato sotto il regno di Traiano, appassionando il lettore con spiegazioni dettagliate (in puro stile Angela) sui paesaggi e i differenti proprietari della moneta; i nomi e le situazioni raccontante sono reali e quasi sempre munite di riscontro archeologico. Una delle poche pecche del libro è lo stile narrativo, un po' troppo televisivo, ma Alberto...è Alberto. Leggere i suoi libri equivale ad ascoltare una sua trasmissione, senza dirigere gli occhi sulla televisione. Personalmente amo immaginare nella mente la sua voce, è un modo per rendere l'autore più vicino a noi. 
Il viaggio della moneta parte dal conio a Roma e tocca i vari angoli dell'impero, dalla Britannia alle legioni d'istanza in Germania, passando anche per Parigi, cambiando di volta in volta proprietari e raccontando attimi di vita differenti, dal legionario, agli schiavi, ai messaggeri. Il tutto è accompagnato da scene di vita quotidiana, descritte nel dettaglio. 

Un libro da leggere se amate l'argomento e siete alla ricerca di una lettura più leggera di un saggio e più completa di un romanzo storico. Vi avviso: il libro è molto lungo, circa 510 pagine, ma vi assicuro che scorreranno davanti ai vostri occhi in fretta. Capirete quanto il mondo romano sia più vicino a noi di quanto noi stessi riusciamo a concepirlo. 

Voto: 8/10
Edizioni Mondadori, Milano, 2012.

sabato 8 giugno 2013

Recensione: "Le grandi donne di Roma antica" di Furio Sampoli

Non c'è molto da dire su questo libro. Coinvolgente, critico, appassionante, specifico: questo è il succo del volume di Furio Sampoli, scrittore e biografo di Roma antica. L'ho acquistato mossa dalla tematica e dalla foto di copertina, poiché mi piaceva molto la posa e la gioielleria indossata dalla modella (ebbene sì, sono un po' frivola alle volte) e il prezzo era davvero conveniente.
Edito da Newton Compton, il volume si presenta come una breve raccolta delle esistenze, dei vizi e delle virtù delle personalità femminili che hanno caratterizzato la storia e il volto dell'antica Roma, partendo da Rea Silvia, la madre di Romolo e Remo, e giungendo a Galla Placidia, la figlia dell'imperatore Teodosio il Grande, passando per Cornelia, Cleopatra, Livia Drusilla, Messalina, Poppea, Agrippina. Un ritratto appassionato di queste donne, spesso denigrate dalla storiografia loro contemporanea o successiva, una storiografia spesso e volentieri fatta da uomini per soli uomini. La maggior parte di esse viene descritta come corrotta, lussuriosa, viziata, egoista: la verità, non la sapremo mai. Leggendo le parole di Sampoli emerge un volto più umano di queste figure, figlie di tempi in cui essere donna non era affatto facile, tempi in cui la seduzione, la bellezza, la caparbietà erano considerate le sole armi a disposizione del genere femminile per farsi strada in un mondo misogino. Dall'altro lato le virtù elogiate di Lucrezia, Cornelia, Elena, mogli e madri irreprensibili che daranno  anche la vita per i loro figli e la causa di Roma. 


Un libro da leggere in ogni occasione, prima di andare a letto o (data la stagione) in vacanza, in treno o a casa, magari sdraiate al sole, un saggio assolutamente da esibire sul vostro scaffale se amate il genere e l'argomento. L'unica pecca, forse, è l'elenco di nomi e avvenimenti che possono risultare estranei a un lettore del tutto ignaro della storia di Roma. 

Voto: 8,5/10 

lunedì 25 marzo 2013

Frammenti di Roma...

La primavera (almeno a livello di calendario) dovrebbe essere arrivata e, invece, su Torino aleggiano nuvole cariche di pioggia che sanno ancora di inverno...Pensiamo quindi a qualcosa che ci faccia stare bene nell'attesa che il desiderato sole arrivi!
Ogni nuovo post sta iniziando con una carrellata di ringraziamenti, dato che ad ogni mia entrata sul blog c'è sempre qualcosa di nuovo: ho superato le 21.000 visite in poco più di un anno dalla creazione del blog (ottobre 2011) e con immenso piacere ho scoperto che il mio post sul romanzo "Le idi di Marzo" di Manfredi ha superato le 1.020 letture! Sono senza parole, grazie! Il merito è tutto vostro! Vorrei essere più presente su questo blog ma la mia testa è altrove attualmente...complici anche le miriadi di fotografie che devo caricare sul mio DeviantArt (per chi volesse curiosare, mi trovate qui). 

Siamo ormai al 25 Marzo e porto con me delle succose novità. Venerdì 5 aprile terrò a Chieri (TO) la mia prima conferenza in qualità di dottoressa, grazie alla disponibilità dell'associazione Amici della Lucania che mi ha permesso di partecipare. L'evento è gratuito e si terrà in sala della Conceria, via della Conceria 2 (proprio accanto al comune); dalle ore 21.00 si susseguiranno diversi interventi di docenti e poeti, tra cui ci sarò anche io con una relazione sulle origini storiche del popolo lucano, soffermandomi (c'erano dubbi?) sui loro difficili rapporti con le popolazioni vicine quali Brettii e Romani. Sarà un intervento breve ma intenso, come si suol dire, dato che saremo in molti ad esporre e deve esserci spazio per tutti.

Sempre in tema romano, vorrei ringraziare anche tutti quelli che su Facebook mi hanno contattato per sapere come avrei celebrato la giornata delle Idi (per chi non fosse pratico di Storia, vi rammento che è la giornata dell'assassinio di Giulio Cesare nel 44 a.C.). A dire il vero, non mi aspettavo un tale afflusso di domande e non posso che dirmi lusingata per tutto il vostro interesse! Avrei voluto realizzare qualcosa per ricordare l'evento ma il mal tempo non me ne ha dato possibilità. Resta che sì, avrei desiderato riscontrare più interesse sul web per tale avvenimento ma mi rendo conto che non tutti condividono la mia stessa passione.

Dopo tutta questa introduzione, posso ora passare al tema principale del post: il mio ultimo soggiorno a Roma! E' stata un'esperienza bellissima come ogni volta, visitare le rovine trasmette sempre una grande emozione. 
Ho avuto come guida turistica la bravissima illustratrice Florentina Gloria, dopo tanto tempo finalmente ci siamo incontrate!

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Non mi sento di farvi il racconto storico-archeologico di ciò che ho ritratto nelle mie fotografie puramente turistiche, oltre alle classiche mete Colosseo - Circo Massimo - Altare della Patria ho potuto percorrere stradine mai viste prima, spuntando proprio all'altezza di ciò che resta del Teatro di Marcello.

Teatro di Marcello photo DSCF0112blog_zps5e19dfeb.png


Il centro storico di Roma rappresenta un'infinita fonte di reperti e di tracce del nostro passato, ma oltre ai monumenti più imponenti ce ne sono molti altri più piccoli, che spesso passano del tutto inosservati e che aspettano di essere notati da un occhio attento. Parlo di questo arco, nascosto in una viuzza proprio dietro la centralissima via dei Fori Imperiali: l'arco di Giano al Velabro. Il suo nome non fa riferimento al dio Giano ma piuttosto alla parola ianus, che segnalava un passaggio coperto. Accanto potete ammirare la piccola chiesa di San Giorgio e poiché in essa ci sono moltissimi frammenti di un'iscrizione proveniente dall'arco che inneggiano alla sconfitta di un tiranno da parte di un imperatore, alcuni pensano che quest'arco non fosse altro che intitolato a Costantino, per celebrare la sua vittoria sull'usurpatore Massenzio.
Insomma, Roma è sempre fonte di grandi scoperte ma bisogna spesso andare al di là delle "grandi rotte" turistiche.

Giano al Velabro photo IMG_0144blog_zpsfee43380.png


Il nostro giro non si è ovviamente concluso qui, è proseguito fino a Piazza del Popolo dove siamo stati quasi travolti dalla folla di tifosi del Borussia. Dal giorno successivo la zona è stata colpita da piogge molto forti che ci hanno costretto a rimanere tappati in casa almeno fino alla domenica :( Mancano ancora alcune cose al mio "repertorio da turista" che spero di poter vedere al più presto 

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