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giovedì 22 maggio 2014

Caterina d'Aragona

Nota ai più per le vicissitudini sentimentali del marito, Enrico VIII Tudor, Caterina d'Aragona merita una posizione di prestigio in quelli che furono gli albori della moderna storia europea, sebbene molti trascurino il ruolo da lei ricoperto. 
Caterina d'Aragona apparteneva ad un nobilissimo ramo delle dinastie europee, essendo figlia dei noti Isabella di Castiglia e Ferdinando d'Aragona, i cosiddetti "Re Cattolici". Isabella e Ferdinando riuscirono ad unificare la Spagna sotto la bandiera cristiana dopo otto secoli di occupazione araba, conquistando Granada nel 1492 (la famosa Reconquista) e prendendo le redini di una nazione che, lentamente, si affacciava al declino. La Spagna dove Caterina nacque era un paese ormai indebitato e indebolito dalle frequenti lotte intestine, un paese impoverito e minacciato dalla crescente egemonia francese. L'Inghilterra rappresentava un enorme pericolo e bisognava trovare un'alleanza al più presto. 

Caterina nacque in un clima di tensione, crebbe spostandosi da un accampamento all'altro, il che segnò per sempre il suo carattere: molto religiosa e fervente cattolica, fu una donna estremamente volitiva e tenace, aggrappandosi per tutta la vita al ruolo che la vita le aveva destinato, essere regina d'Inghilterra. Si dice fosse molto bella, con gli occhi celesti e i capelli ramati. 
Nata nel 1485, a tre anni fu fidanzata all'erede dell'allora nascente dinastia Tudor, Arturo, primo figlio del re Enrico VII. Caterina nacque per essere regina, fu cresciuta ed educata per essere principessa del Galles e regina d'Inghilterra, e non se lo dimenticò mai; Caterina rivendicò sempre le sue nobilissime origini contro quelle oscure dei Tudor (Enrico VII non fu re per eredità ma per aver rivendicato la corona con le armi, sposando poi una York - Elisabetta - e ponendo così fine alla centenaria guerra delle Due Rose), e spesso dimostrò disapprovazione per i rozzi modi di fare inglesi.
La fanciulla aveva ascendenze inglesi da parte materna e fu ritenuta sin da subito un ottimo partito per il giovane Arturo, sebbene lei avesse ben più sangue reale di lui (proprio come la coppia reale inglese). Il matrimonio non fu molto felice: Arturo morì appena cinque mesi dopo per un'infezione e senza essere riuscito a generare un erede. In un mondo dove alle principesse reali erano richiesti parti frequenti per assicurare la successione, Caterina dovette usare al meglio le proprie armi per restare al dov'era: era vedova, senza dote, senza figli, sola in un paese straniero. Sostenne per tutta la vita di non aver consumato il matrimonio con Arturo e si aggrappò a questa flebile affermazione per farsi promettere in moglie al fratello di Arturo, Enrico. I due si toglievano sei anni e dalla morte di Arturo al loro matrimonio ne trascorsero quasi sette. Caterina visse in uno stato di semi prigionia fino al giorno del secondo matrimonio, faticando a mantenersi e dovendo vendere il proprio vasellame per sopravvivere. Aveva 23 anni quando si sposò con Enrico. La verità a proposito delle nozze con Arturo non sarà mai chiarita: Caterina non smentì mai la propria versione, forse per paura che il suo matrimonio con Enrico venisse annullato. Resta che con Enrico restò subito incinta, ed ebbe ben sei gravidanze, ma molte si conclusero con aborti o morti premature. 

Caterina fu comunque molto attiva dal punto di vista religioso e politico, assumendo la reggenza e dimostrando al popolo inglese che una donna poteva tranquillamente governare una nazione, sebbene ciò fosse visto come qualcosa di immondo e inconcepibile. Anticipò, insomma, le mosse della futura Elisabetta I. Da brava cristiana fu una donna molto caritatevole nei confronti dei poveri e dei deboli, divenne la prima donna ambasciatrice in Europa. Fu una donna estremamente colta, parlava correttamente francese, latino e greco, eccelleva nelle arti e danzava con maestria. Enrico VIII ne aveva molto rispetto ma soffriva per la mancanza di un erede maschio. Iniziò presto a stufarsi di lei ed a concentrare le proprie attenzioni verso le cortigiane, prima tra tutte Anna Bolena. Nel 1525, Enrico dichiarò di voler sposare Anna. Caterina - ricordiamo - era più vecchia di lui, si dice fosse anche appesantita, e ormai si avviava alla menopausa. Concepire un erede con Enrico era sempre più difficoltoso. Enrico tuttavia sapeva che non poteva sciogliere facilmente il matrimonio, e andò cercando una soluzione: la trovò nel Levitico, nel passo dove afferma che sposare la moglie del fratello è un peccato mortale. Enrico trovò qui la causa dei suoi problemi di successione, sposandosi avevano peccato ed erano stati maledetti. La questione fu lunga e dibattuta, il papa non voleva saperne di sciogliere le nozze e ciò portò ad un clima di estrema tensione tra Roma e Londra. Enrico fu scomunicato, si staccò da Roma ponendosi a capo della Chiesa d'Inghilterra, ma dopo cinque anni riuscì a sposare la sua prediletta. Caterina tuttavia non si perse d'animo. Lasciò la corte ma non smise mai di definirsi l'ufficiale e sola regina d'Inghilterra, ritenendo del tutto privo di valore il matrimonio tra Enrico e Anna, e con lei c'era il popolo. Morì di cancro nel 1536, lasciando la figlia Maria I al proprio destino.

martedì 31 dicembre 2013

Intervista per Ereticamente.net

Lo scorso sabato è uscita l'intervista realizzata per conto di Ereticamente, sito specializzato nella condivisione e diffusione di idee spesso controcorrente. Vorrei ringraziarli personalmente per l'interesse mostrato nei miei confronti, sia come artista sia come studiosa indipendente.

Potete leggere l'intervista completa qui: http://www.ereticamente.net/2013/12/intervista-danielle-fiore.html



Ad ogni modo, vorrei anche ringraziarvi per le 40.000 visite ormai superate al blog! Grazie! 


domenica 1 settembre 2013

Recensione "La morte nera. Storia di un'epidemia che devastò l'Europa nel Trecento" di John Hatcher.

Ho letto questo libro lo scorso anno e soltanto ora mi rendo conto di non averlo ancora recensito. L'argomento non è dei più felici quindi se siete impressionabili tappatevi le orecchie. Oggi si parla di peste, un flagello che ha colpito l'umanità nei secoli addietro con una crudezza silenziosa, ma letale. Il libro di John Hatcher ci riporta indietro nell'Europa del Trecento, un'Europa che si sta avviando verso l'età moderna ma ancora fortemente legata al mondo tipicamente medioevale, un'Europa in transizione, che senza l'epidemia probabilmente non sarebbe diventata ciò che oggi leggiamo nei libri di storia. Il contagio, infatti, distrusse la società d'allora e ne creò una completamente nuova. 
Studiando le vicissitudini di un piccolo paesino di Walsham nel Suffolk, Inghilterra, John Hatcher traccia le linee - locali e mondiali - della portata del contagio, dal 1347 in avanti; la sua indagine viene portata avanti da un personaggio fittizio, Master John, che analizzando svariate figure del villaggio porta questo libro a metà tra il saggio storico e il romanzo. Per quanto l'argomento lo permetta, una lettura stuzzicante e molto piacevole. 

La peste giunse in Europa dall'Asia, e tra il 1346 e il 1353 colpì tutta questa porzione di continente. La popolazione era inerme, povera o ricca, e impreparata. Nessuno si aspettava una nuova epidemia, dato che l'ultima volta la peste si era affacciata in Europa nel V secolo d.C. Il contagio si abbatté sulle coste italiane (precisamente siciliane) portate da dei commercianti genovesi in fuga da Caffa in Crimea e fu favorito dalla crescita demografia avvenuta tra il 900 e il 1300, con l'allargarsi delle città; a dire il vero, gli anni precedenti allo scoppiare dell'epidemia non erano stati dei più felici, tra carestie e malattie di vario tipo. Il batterio Yersinia Pestis giunse cullato dalle navi europee e una volta sceso a bordo, iniziò la sua operazione letale, dirigendosi poi verso Nord: oggi sappiamo che il vettore della peste è il morso della pulce che alberga sui topi, ma all'epoca nessuno riusciva a trovare la causa del contagio. Si accusarono gli ebrei, le streghe, si fecero processioni religiose per invocare l'aiuto divino, ma nulla accadde. Molti furono anche quelli che decisero di vivere la vita minuto per minuto, sperperando denari in taverne e bordelli. 
Le pessime condizioni igieniche delle città (delle vere e proprie fogne a cielo aperto), la cattiva igiene personale e delle abitazioni, il contatto prolungato con gli animali e le arretrate conoscenze mediche favorirono l'epidemia e furono fattori da non sottovalutare. Era un mondo dove ci si lavava poco perché si credeva che il lavaggio potesse veicolare malattie (o, forse, perché la Chiesa degli esordi andò a predicare contro la cura del corpo tipica del mondo romano, definita immorale?), dove le case erano spesso sudicie e dove i topi potevano scorrazzare  liberamente. 

La manifestazione del morbo avveniva, normalmente, tra i 2 e i 7 giorni e non lasciava scampo. Al giorno d'oggi si conoscono tre forme di peste (bubbonica, polmonare  e setticemica) ma fu la prima a mietere vittime: i bubboni non erano altro che linfonodi gonfiati, purulenti e dolorosi, spesso accompagnati da febbre alta e deliri. I medici fuggivano perché incapaci di capire le ragioni del morbo. Le conseguenze furono devastanti: il numero dei morti era talmente alto che non si riusciva a dare a tutti una degna sepoltura, spesso senza estrema unzione, e s'iniziò presto a seppellire i cadaveri in fosse comuni. Il mondo sembrava davvero piombato nel caos. 
Tuttavia, a lungo termine, la peste ebbe degli effetti positivi: il numero degli operai era diminuito, la manodopera era rara e ricercata, e gli uomini ne approfittarono per chiedere salari più alti; in molti divennero proprietari di terreni lasciati incolti o sfitti, qualcosa insomma si mosse in una società immobile da secoli. Chi era sopravvissuto (gli immuni o i superstiti furono molto pochi) dovette aspettare molto tempo prima di riprendere la normale routine quotidiana: era un mondo nuovo, uno scenario diremmo oggi post-apocalittico, un mondo che andava ricostruito da zero. 

Se volete conoscere le radici dell'Europa moderna, non potete ignorare la peste. Non potete ignorare neppure le sue manifestazioni successive, basti pensare alla famosa epidemia del 1630 che colpì l'Italia e che è stata immortalata per sempre dal nostro Manzoni. 

lunedì 24 giugno 2013

Shooting: Iuno, mother of Romans 1.0

I called this project in this way since I always loved the mythological figure of Juno. I'm working on it still and I'm not satisfied at all, many details needed to be added. That's why the title reports the number 1.0, it's a basic version of what I'd like to do then :)

This shot was just a test to see how I would look like with that dress and the tiara on. Anyway, I really enjoyed this one so I decided to upload it ^^
Tiara has been gifted my dear friend Julia :3



Picture by https://www.facebook.com/lelephotos
Editing, concept and styling by your medieval lady ;)

sabato 10 novembre 2012

Febbre "Ribelle"

In questo tedioso pomeriggio piovoso e grigio (come sempre durante il fine settimana), ho deciso di tornare a popolare un po' le pagine di questo blog che ho trascurato negli ultimi mesi. Una concatenazione di eventi spiacevoli ha distolto la mia attenzione dallo scrivere o dal postare scatti, nonostante tutto però vorrei ringraziarvi perché anche se io ero assente il blog è andato avanti, superando le 15.000 visite! Non me lo sarei mai aspettato, siete troppo buoni con me *manda un bacio*

Allora, ultimamente spero di avervi intrattenuto con post di diversa natura, dalla storia alla bellezza. Oggi vorrei parlarvi di un argomento ancora diverso. Avete visto, magari assieme ai vostri bambini, il nuovo cartone animato targato Pixar uscito da poco nelle sale italiane? Sì, sto parlando di "The Brave - Ribelle", la cui protagonista è un'adolescente ribelle e desiderosa di rompere le barriere imposte dalla tradizione, una tradizione che le va molto stretta. Tralasciando i classici sermoni sulla trama (rapporto madre-figlia, giovane-tradizioni e via dicendo), a me questo cartone "animato" (bisognerebbe chiamarlo digitale) è piaciuto moltissimo. L'ho visto il 5 settembre, giorno di uscita nelle sale torinesi, e ho potuto usufruire di una piacevole iniziativa: le ragazze, o le bambine, con una folta chioma di ricci rossi entravano gratis. In sala c'erano più adulti del previsto, segno che il cartone non è stato percepito dal pubblico come mera favola infantile.

La cosa che ho apprezzato di più è stata la gamma di colori, molto viva, dei paesaggi e di alcune caratteristiche fisiche dei personaggi (i capelli rossi dei fratelli, di Merida e di suo padre sono sempre in primo piano), mentre trovo la voce di Noemi poco adatta alle melodie che compongono la colonna sonora. Detto tra noi, non so quale artista italiano avrebbe potuto rendere al meglio, ma magari una selezione più accurata poteva essere effettuata invece di puntare su una voce brava, certo, ma in vista soltanto perché vincitrice di un noto programma televisivo... Consiglio dunque un ascolto alla colonna sonora in lingua originale, molto più toccante e "propria" dei panorami descritti nel cartone.

Francamente, a due mesi di distanza, ho notato tanto rumore per nulla. C'era molto trambusto prima dell'uscita nelle sale su Facebook e Twitter, e ora è tutto assopito. Si vociferava tanto sulla nuova eroina Disney, così diversa dalle solite Biancaneve e Aurora (un po' remissive, diciamocelo), capace di prendere in mano le redini del proprio destino, particolare per quella chioma rossa; una sorta di neo-Mulan in versione occidentale. Poi il film è uscito, e tutto è sparito. Niente più post su The Brave, qualche avatar su Facebook, qualche fan art su deviantArt. Sembrava che l'eroina tanto decantata avesse deluso. E' in realtà viva nei cosplayers di tutto il mondo (ai quali spero di potermi aggiungere presto per la prossima edizione del Torino Comics) che hanno dato il meglio di loro con parrucche boccolose e lenti a contatto azzurre.

Che dire...a me questo persnaggio è piaciuto molto, non solo per l'aspetto che, per la prima nella storia Disney, sento affine a me (la più vicina era Belle, una delle poche eroine non bionde), ma anche per il carattere poco incline alle convenzioni sociali. In molti mi hanno chiesto di replicare Merida nei miei scatti, prometto che qualcosa farò ma non posso dare una scadenza precisa: purtroppo non so cucire, non riuscirei mai a mettermi le lenti a contatto e la riproduzione dell'abito costa un po'. Vedremo ;) Dite che presterei bene come Merida con qualche anno in più? 

Un abbraccio,
Danielle

martedì 6 dicembre 2011

L'Italia che lavora...forse.

Oggi sono decisamente off-topic, ma non più del dovuto. Forse. Poiché mi si conosce come la regina delle polemiche, argomentiamo tale affermazione.
Nel 2005, agli albori della mia carriera universitaria, dovetti sostenere una prova scritta per il famigerato "laboratorio di scrittura" (sulla cui utilità mi pongo ancora degli interrogativi). La prova consisteva nella redazione di un saggio breve a proposito di varie tematiche, ed io scelsi il rapporto giovani-lavoro. Premettendo di essere la più piccola di famiglia, ho sempre avuto modo di ascoltare le lagnanze dei lavoratori "maturi" (padre, zii ecc.) e quindi, nel mio piccolo, avevo idea di come funzionasse il sistema. Leggete bene la data: 2005. Non era ancora nel mio interesse cercarmi un'occupazione (che arrivò due anni dopo) dato che preferivo studiare, e quindi non so se la crisi fosse già percepibile o meno. Resta che in quel saggio (che  mi procurò il superamento della prova) sfogai tutta la mia ira nei confronti delle frasi fasulle dei datori di lavoro, quali "non hai esperienza, sei troppo giovane o troppo vecchio, o sei troppo qualificato". La domanda di fondo era semplice, e ancora oggi è rimasta immutata: COME posso crearmi un'esperienza lavorativa SE le possibilità di assunzione sono scarse o nulle?

Era il 2005. Sono passati sei anni, e siamo allo stesso punto, se non peggio. Nel frattempo ho lavorato, mi sono laureata, è esplosa la crisi. Le agenzie interinali si sono moltiplicate. La frase, tuttavia, è sempre quella: "sei troppo giovane, sei troppo vecchio, sei troppo qualificato, non hai esperienza". Ormai il fenomeno del precariato è cosa nota, ne parlano tutti, sebbene molti non si rendano ancora conto di che cosa significhi REALMENTE vivere lavorando due mesi per poi restare disoccupato altri due, se siamo fortunati. Lavorare con l'angoscia di non essere rinnovati a fine mese, come finora mi è sempre successo. Ma andiamo con ordine, non anticipiamo le lamentele adesso. 

Tutto è iniziato qualche anno fa, quando su un noto TG nazionale (S.A.) andavano continuamente in onda servizi sulla "crisi della 4° settimana", cioè lavoratori che non riuscivano a raggiungere la fine del mese con il frigorifero pieno, o perlomeno dignitosamente fornito. La cosa andò avanti per mesi, finché nessuno ne parlò più. E si cambiò governo. Il precariato andava avanti. Adesso, nel 2011, è tornato improvvisamente di moda, forse perché bisognava, in qualche modo, attirare l'attenzione su uno dei tanti problemi che affliggeva il governo. Resta che l'allarme è già stato lanciato dall'UE: l'Italia è prima in Europa per disoccupazione under 35, e il triste primato spetta al Sud. Ma non che il Nord sia da meno. Si passa da un colloquio ad un altro senza sosta, ci si fanno mille sogni su quel posto che poi non arriva mai, o dura un attimo fugace. E questo ve lo posso dire per esperienza personale, mia e non. Essendo laureata avverto molto il tema della "fuga di cervelli", e lo condivido in pieno. In Italia i laureati (soprattutto umanistici) fanno fatica ad inserirsi, non solo per il percorso scelto, ma perché vengono ritenuti "troppo qualificati". Pure per i supermercati. Sto seriamente pensando di professarmi diplomata al prossimo colloquio ;)

Vi racconto la mia esperienza. Ho un diploma linguistico, una laurea, buone conoscenze informatiche e un ottimo rapporto con la clientela. Insomma, me la cavo. 
Dopo tre mesi di precariato come dipendente pseudo statale, inizio a lavorare per una nota azienda di telecomunicazioni. Lavoro bello, davanti al computer e in ufficio, salario nella media. Tra me e il mio ex convivente riuscivamo a tirare avanti la casa. Tutto ciò è durato tre mesi soltanto, da ottobre alla vigilia di Natale, quando è scaduta la commessa  e non eravamo più richiesti (tutto ciò dopo esserci attirati le antipatie dei lavoratori fissi che erano costretti alla cassa-integrazione...e pure con ragione! Per loro non c'era lavoro ma per gli interinali sì? Buon per me, ma mi metto nei loro panni). Da lì sono iniziati una serie infinita di corsi retribuiti quasi una miseria, senza prospettiva di assunzione. A marzo una nuova chiamata: una campagna outbound nella solita azienda di telecomunicazioni, durata tre settimane soltanto. Tre settimane. Neanche il necessario per pagare un affitto. Da lì ho sostenuto altri colloqui, puntualmente scartata o perché non avevo l'esperienza o perché ritenuta troppo qualificata. E non ero ancora laureata. A maggio si aprono le selezioni del personale per il nuovo centro commerciale, di fronte casa mia. L'annuncio recitava "solo residenti della zona". Fantastico, mando il CV. Due giorni dopo, mi chiamano per il colloquio. Chi mi trovo davanti è una dott.ssa che non solo ha storce il naso di fronte alla mia età (all'epoca 24), ma anche di fronte al mio prossimo titolo di studi. Ovviamente, sono stata scartata. Ora il centro commerciale è aperto, lo visito ogni giorno, e mi rendo conto con quale criterio siano state fatte le selezioni: gente che ride, chiacchiera alle casse, belle presenze del tutto discutibili (quando a me avevano fatto una capa tanta sull'aspetto fisico e sulla cura delle mani! E dire che faccio la fotomodella, quindi proprio messa male non sono...). Vabbè, si tira avanti. Ero troppo qualificata per passare due prodotti alla cassa, e dire che mi sarebbe pure piaciuto. Lo avrei fatto volentieri, pur di avere uno stipendio che mi permettesse di guadagnarmi l'indipendenza. E l'esperienza tanto richiesta.
Mi arriva l'ennesima proposta. Passo il corso e il test finale, mi chiamano finalmente "dottoressa Fiore". Il giorno dopo scopro l'amara verità sulle condizioni contrattuali: nessun fisso garantito, tre mesi di contratto iniziale non retribuiti, insomma. E le spese di viaggio? Chi me le ripagava? Lascio il posto, convinta d'aver fatto la scelta giusta.
E in tutto questo, vedo attorno a me lavoratori a tempo indeterminato stanchi del loro lavoro, che si lamentano magari dall'assenza di ferie, o che vorrebbero addirittura lasciarlo. E questo di fronte a noi under 35 che un contratto indeterminato possiamo sognarcelo, con i tempi che corrono. Spesso gli "adulti" non capiscono la situazione, accusano noi di non volerci prendere un impegno lavorativo continuativo. Certo, bisogna innanzi tutto premettere che si tratta di un fenomeno dalle mille sfaccettature, e che non bisogna generalizzare. Io non difendo i precari, attenzione. O meglio, non difendo i precari a spada tratta, perché ci sono lavoratori a termine che, consci della loro condizione, si presentano in ufficio solo per scaldare la sedia (visto con i miei occhi). Ma tra questi ci sono anche i lavoratori a tempo indeterminato. Pensiamo a quelli che abusano della mutua. Andiamo, non facciamo i perbenisti, lo sappiamo che soprattutto nell'ambito statale è così (non stiamo a scomodare altre figure...sappiamo bene cosa accade agli alti vertici dello Stato).
A tutti, precari o fissi, è successo, ALMENO UNA VOLTA, di pensare "ma chi me lo fa fare, questo lavoro neanche mi piace!", ma sono cose passeggere. Capita, è normale. Il problema è che noi precari siamo portati a quel tipo di atteggiamenti a causa dell'esasperazione, della consapevolezza di contare poco o nulla rispetto ai lavoratori fissi, che hanno ferie, mutua, maternità. E la pensione. Non si tratta di gelosia, ma di realtà. A noi non spetta nulla di tutto ciò (soprattutto la pensione!), pena il licenziamento. Come è stato per me. Un giorno il responsabile HR (perché dire "personale" ormai non è più "in") si presentò in ufficio facendoci la predica sul lavoro svolto male per colpa di qualcuno che passava il badge solo per segnalare la propria presenza. Mi ricordo ancora le sue parole: "Non mi costa nulla aprire un nuovo corso. Come voi ne trovo altri cento". E così fece. La sera stessa un nuovo annuncio era online sul solito sito di annunci precari, rivolto a precari, rivolto a disoccupati. Noi, tutti a casa dal venerdì. 
Questi sono problemi che trascendono la nostra idea politica, sono problemi del Paese, sono problemi reali. Navigate per il web, e vedrete di non essere soli. Come me, milioni di ragazzi, donne e uomini hanno vissuto o stanno vivendo questa situazione, che impedisce una crescita personale quanto professionale. Caro signor Brunetta, la sfido a vivere con 600€ al mese (lo stipendio medio di un call center) con l'angoscia di perdere il lavoro da un giorno all'altro, senza avere il lusso di potersi ammalare. O di avere figli. La sfido, gentilmente, a lasciare il tetto dei genitori per affittarsi una casa che, al minimo, le verrà a costare 400€ più spese condominiali. Ah, già, giusto. Siamo un branco di bamboccioni, o la parte più brutta dell'Italia. come siamo stati definiti. Da Lei, se non sbaglio. 
Forse è ora di aprire gli occhi. Forse è ora di capire perché stiamo diventando, inesorabilmente, un paese di vecchi, o un paese che cresce grazie alla natalità straniera. Forse perché state tagliando le ali a noi giovani rendendoci, di fatto, impossibile costruirci una vita?

So che le mie parole risulteranno scomode per molti, e che provocheranno un dibattito, ma era questo l'intento. Cerco semplicemente delle risposte, dei consigli, per capire. Capire come potere uscire da una situazione di questo tipo, sempre se possibile. Ne dubito. 

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