martedì 6 dicembre 2011

L'Italia che lavora...forse.

Oggi sono decisamente off-topic, ma non più del dovuto. Forse. Poiché mi si conosce come la regina delle polemiche, argomentiamo tale affermazione.
Nel 2005, agli albori della mia carriera universitaria, dovetti sostenere una prova scritta per il famigerato "laboratorio di scrittura" (sulla cui utilità mi pongo ancora degli interrogativi). La prova consisteva nella redazione di un saggio breve a proposito di varie tematiche, ed io scelsi il rapporto giovani-lavoro. Premettendo di essere la più piccola di famiglia, ho sempre avuto modo di ascoltare le lagnanze dei lavoratori "maturi" (padre, zii ecc.) e quindi, nel mio piccolo, avevo idea di come funzionasse il sistema. Leggete bene la data: 2005. Non era ancora nel mio interesse cercarmi un'occupazione (che arrivò due anni dopo) dato che preferivo studiare, e quindi non so se la crisi fosse già percepibile o meno. Resta che in quel saggio (che  mi procurò il superamento della prova) sfogai tutta la mia ira nei confronti delle frasi fasulle dei datori di lavoro, quali "non hai esperienza, sei troppo giovane o troppo vecchio, o sei troppo qualificato". La domanda di fondo era semplice, e ancora oggi è rimasta immutata: COME posso crearmi un'esperienza lavorativa SE le possibilità di assunzione sono scarse o nulle?

Era il 2005. Sono passati sei anni, e siamo allo stesso punto, se non peggio. Nel frattempo ho lavorato, mi sono laureata, è esplosa la crisi. Le agenzie interinali si sono moltiplicate. La frase, tuttavia, è sempre quella: "sei troppo giovane, sei troppo vecchio, sei troppo qualificato, non hai esperienza". Ormai il fenomeno del precariato è cosa nota, ne parlano tutti, sebbene molti non si rendano ancora conto di che cosa significhi REALMENTE vivere lavorando due mesi per poi restare disoccupato altri due, se siamo fortunati. Lavorare con l'angoscia di non essere rinnovati a fine mese, come finora mi è sempre successo. Ma andiamo con ordine, non anticipiamo le lamentele adesso. 

Tutto è iniziato qualche anno fa, quando su un noto TG nazionale (S.A.) andavano continuamente in onda servizi sulla "crisi della 4° settimana", cioè lavoratori che non riuscivano a raggiungere la fine del mese con il frigorifero pieno, o perlomeno dignitosamente fornito. La cosa andò avanti per mesi, finché nessuno ne parlò più. E si cambiò governo. Il precariato andava avanti. Adesso, nel 2011, è tornato improvvisamente di moda, forse perché bisognava, in qualche modo, attirare l'attenzione su uno dei tanti problemi che affliggeva il governo. Resta che l'allarme è già stato lanciato dall'UE: l'Italia è prima in Europa per disoccupazione under 35, e il triste primato spetta al Sud. Ma non che il Nord sia da meno. Si passa da un colloquio ad un altro senza sosta, ci si fanno mille sogni su quel posto che poi non arriva mai, o dura un attimo fugace. E questo ve lo posso dire per esperienza personale, mia e non. Essendo laureata avverto molto il tema della "fuga di cervelli", e lo condivido in pieno. In Italia i laureati (soprattutto umanistici) fanno fatica ad inserirsi, non solo per il percorso scelto, ma perché vengono ritenuti "troppo qualificati". Pure per i supermercati. Sto seriamente pensando di professarmi diplomata al prossimo colloquio ;)

Vi racconto la mia esperienza. Ho un diploma linguistico, una laurea, buone conoscenze informatiche e un ottimo rapporto con la clientela. Insomma, me la cavo. 
Dopo tre mesi di precariato come dipendente pseudo statale, inizio a lavorare per una nota azienda di telecomunicazioni. Lavoro bello, davanti al computer e in ufficio, salario nella media. Tra me e il mio ex convivente riuscivamo a tirare avanti la casa. Tutto ciò è durato tre mesi soltanto, da ottobre alla vigilia di Natale, quando è scaduta la commessa  e non eravamo più richiesti (tutto ciò dopo esserci attirati le antipatie dei lavoratori fissi che erano costretti alla cassa-integrazione...e pure con ragione! Per loro non c'era lavoro ma per gli interinali sì? Buon per me, ma mi metto nei loro panni). Da lì sono iniziati una serie infinita di corsi retribuiti quasi una miseria, senza prospettiva di assunzione. A marzo una nuova chiamata: una campagna outbound nella solita azienda di telecomunicazioni, durata tre settimane soltanto. Tre settimane. Neanche il necessario per pagare un affitto. Da lì ho sostenuto altri colloqui, puntualmente scartata o perché non avevo l'esperienza o perché ritenuta troppo qualificata. E non ero ancora laureata. A maggio si aprono le selezioni del personale per il nuovo centro commerciale, di fronte casa mia. L'annuncio recitava "solo residenti della zona". Fantastico, mando il CV. Due giorni dopo, mi chiamano per il colloquio. Chi mi trovo davanti è una dott.ssa che non solo ha storce il naso di fronte alla mia età (all'epoca 24), ma anche di fronte al mio prossimo titolo di studi. Ovviamente, sono stata scartata. Ora il centro commerciale è aperto, lo visito ogni giorno, e mi rendo conto con quale criterio siano state fatte le selezioni: gente che ride, chiacchiera alle casse, belle presenze del tutto discutibili (quando a me avevano fatto una capa tanta sull'aspetto fisico e sulla cura delle mani! E dire che faccio la fotomodella, quindi proprio messa male non sono...). Vabbè, si tira avanti. Ero troppo qualificata per passare due prodotti alla cassa, e dire che mi sarebbe pure piaciuto. Lo avrei fatto volentieri, pur di avere uno stipendio che mi permettesse di guadagnarmi l'indipendenza. E l'esperienza tanto richiesta.
Mi arriva l'ennesima proposta. Passo il corso e il test finale, mi chiamano finalmente "dottoressa Fiore". Il giorno dopo scopro l'amara verità sulle condizioni contrattuali: nessun fisso garantito, tre mesi di contratto iniziale non retribuiti, insomma. E le spese di viaggio? Chi me le ripagava? Lascio il posto, convinta d'aver fatto la scelta giusta.
E in tutto questo, vedo attorno a me lavoratori a tempo indeterminato stanchi del loro lavoro, che si lamentano magari dall'assenza di ferie, o che vorrebbero addirittura lasciarlo. E questo di fronte a noi under 35 che un contratto indeterminato possiamo sognarcelo, con i tempi che corrono. Spesso gli "adulti" non capiscono la situazione, accusano noi di non volerci prendere un impegno lavorativo continuativo. Certo, bisogna innanzi tutto premettere che si tratta di un fenomeno dalle mille sfaccettature, e che non bisogna generalizzare. Io non difendo i precari, attenzione. O meglio, non difendo i precari a spada tratta, perché ci sono lavoratori a termine che, consci della loro condizione, si presentano in ufficio solo per scaldare la sedia (visto con i miei occhi). Ma tra questi ci sono anche i lavoratori a tempo indeterminato. Pensiamo a quelli che abusano della mutua. Andiamo, non facciamo i perbenisti, lo sappiamo che soprattutto nell'ambito statale è così (non stiamo a scomodare altre figure...sappiamo bene cosa accade agli alti vertici dello Stato).
A tutti, precari o fissi, è successo, ALMENO UNA VOLTA, di pensare "ma chi me lo fa fare, questo lavoro neanche mi piace!", ma sono cose passeggere. Capita, è normale. Il problema è che noi precari siamo portati a quel tipo di atteggiamenti a causa dell'esasperazione, della consapevolezza di contare poco o nulla rispetto ai lavoratori fissi, che hanno ferie, mutua, maternità. E la pensione. Non si tratta di gelosia, ma di realtà. A noi non spetta nulla di tutto ciò (soprattutto la pensione!), pena il licenziamento. Come è stato per me. Un giorno il responsabile HR (perché dire "personale" ormai non è più "in") si presentò in ufficio facendoci la predica sul lavoro svolto male per colpa di qualcuno che passava il badge solo per segnalare la propria presenza. Mi ricordo ancora le sue parole: "Non mi costa nulla aprire un nuovo corso. Come voi ne trovo altri cento". E così fece. La sera stessa un nuovo annuncio era online sul solito sito di annunci precari, rivolto a precari, rivolto a disoccupati. Noi, tutti a casa dal venerdì. 
Questi sono problemi che trascendono la nostra idea politica, sono problemi del Paese, sono problemi reali. Navigate per il web, e vedrete di non essere soli. Come me, milioni di ragazzi, donne e uomini hanno vissuto o stanno vivendo questa situazione, che impedisce una crescita personale quanto professionale. Caro signor Brunetta, la sfido a vivere con 600€ al mese (lo stipendio medio di un call center) con l'angoscia di perdere il lavoro da un giorno all'altro, senza avere il lusso di potersi ammalare. O di avere figli. La sfido, gentilmente, a lasciare il tetto dei genitori per affittarsi una casa che, al minimo, le verrà a costare 400€ più spese condominiali. Ah, già, giusto. Siamo un branco di bamboccioni, o la parte più brutta dell'Italia. come siamo stati definiti. Da Lei, se non sbaglio. 
Forse è ora di aprire gli occhi. Forse è ora di capire perché stiamo diventando, inesorabilmente, un paese di vecchi, o un paese che cresce grazie alla natalità straniera. Forse perché state tagliando le ali a noi giovani rendendoci, di fatto, impossibile costruirci una vita?

So che le mie parole risulteranno scomode per molti, e che provocheranno un dibattito, ma era questo l'intento. Cerco semplicemente delle risposte, dei consigli, per capire. Capire come potere uscire da una situazione di questo tipo, sempre se possibile. Ne dubito. 
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