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martedì 31 dicembre 2013

Intervista per Ereticamente.net

Lo scorso sabato è uscita l'intervista realizzata per conto di Ereticamente, sito specializzato nella condivisione e diffusione di idee spesso controcorrente. Vorrei ringraziarli personalmente per l'interesse mostrato nei miei confronti, sia come artista sia come studiosa indipendente.

Potete leggere l'intervista completa qui: http://www.ereticamente.net/2013/12/intervista-danielle-fiore.html



Ad ogni modo, vorrei anche ringraziarvi per le 40.000 visite ormai superate al blog! Grazie! 


sabato 19 ottobre 2013

Benvenuti nel mondo degli eReader!

Oggi cambiamo argomento, dopo tanti post a proposito di storia, libri e abiti :)
Conoscete il mondo degli eReader?

Si tratta di un piccolo dispositivo portatile la cui forma e grandezza ricorda quella di un tablet, che vi permette di leggere comodamente e in qualsiasi situazione i vostri libri preferiti in formato elettronico (eBook). Vi dirò la verità: da amante dei libri cartacei ero molto scettica a riguardo, ma da quando lo possiedo ho cambiato opinione. 
Il primo elemento a favore è la comodità: si ripone in borsa o nello zaino senza occupare troppo spazio, in più l'ampia capacità di memoria vi permette di mettere in storage moltissimi titoli. Inoltre, lo schermo non retroilluminato vi permette di leggere senza fatica, come se aveste una vera pagina davanti agli occhi. Ricordate, però, che ciò vi obbliga a leggere in condizioni di buona illuminazione, non al buio. I titoli possono essere acquistati a prezzi ridotti dai vari siti editoriali, come ad esempio Feltrinelli o Amazon, e se il vostro eReader ha la connessione quando finite un volume potete subito acquistarne un altro. Se, invece, volete rinunciare a questa funzione potete caricare sul vostro dispositivo   quanti più libri possibili, semplicemente attaccandolo alla presa usb del computer.
In commercio ci sono moltissimi modelli con diverse caratteristiche, e con prezzi diversi. Il più famoso è senza dubbio Amazon Kindle, ma potete davvero contare su una scelta ampia. Il mio è un Trekstor Pyrus, non ha alcune funzionalità come la connessione WiFi e via dicendo, ma è ottimo: schermo non retroilluminato, inchiostro elettronico (che vi darà l'impressione di leggere la carta stampata) e display da 8 pollici. Che dire, è stato amore alla prima lettura!

Lo porto sempre con me quando so di poter leggere, ad esempio in treno, lo ripongo in borsa e la batteria dura a lungo (ovviamente la durata della batteria dipende da quanto lo tenete acceso). Di sera basta una semplice abat-jour per leggere in tranquillità, con il vantaggio di sfogliare le pagine con un semplice click tenendo il dispositivo con una mano sola, cosa che non si può fare con i libri più voluminosi. Insomma, mi sono davvero  dovuta ricredere. Certo il libro "vero" è un'alta cosa, il suo fascino non si discute e continuo ad acquistarne ancora, ma se viaggiate spesso e non volete rinunciare alla lettura, allora vi consiglio questo acquisto.


giovedì 18 luglio 2013

18 luglio 64 d.C., l'incendio di Roma

Oggi ricorre l'anniversario di uno degli avvenimenti più noti della storia di Roma antica, l'incendio del 64 d.C. Ne avrete senz'altro sentito parlare almeno una volta, dalla televisione alla scuola, in quanto fu un evento d'immane portata che cambiò il volto della città per sempre. Le fiamme divamparono quasi senza sosta per nove giorni, complici il gran caldo estivo e la struttura degli edifici quasi interamente in legno. Da quel momento il volto di Roma cambiò, s'introdussero nuovi edifici in pietra e si stabilirono regole precise di costruzione con limiti anche d'altezza per tentare d'evitare un altro disastro.
E' Tacito nei suoi "Annales" a fornirci un resoconto dettagliato degli avvenimenti. 

A quel tempo era Nerone l'imperatore "in carica" e poiché egli era particolarmente noto ai più per le sue farneticazioni e, possiamo dire, manie di grandezza, i sospetti ricaddero subito su di lui. In effetti, Nerone aveva in mente di ampliare la sua dimora ma al momento dell'incendio era ad Anzio; si precipitò subito a Roma e aprì i monumenti del Campo Marzio agli sfollati, probabilmente per favorirsi il popolo. Tacito specifica che per quanto Nerone si stesse animando per farsi benvolere, voci insistenti asserivano d'averlo visto salire sul palco della sua domus a cantare di Troia in fiamme (Annales, XV, 38-3). In fondo, tutti conoscevano la passione morbosa di Nerone per il canto e le rappresentazioni.

Le circostanze dell'incendio apparvero subito poco chiare: Tacito scrive che "seguì un disastro, non si sa se dovuto al caso oppure al dolo del principe" (Annales, XV, 38-1) e pare che le stesse fiamme fossero volontariamente alimentate da dei figuri che sostenevano di obbedire a degli "ordini" imprecisati. Sembra che il focolaio si trovasse nel Circo Massimo, la zona delle botteghe, e che le fiamme si fossero propagate senza difficoltà approfittando delle strade anguste, delle case addossate le une alle altre. Dopo sei giorni di fuoco, le fiamme partirono dall'Esquilino, sembra dai giardini di Tigellino, prefetto del pretorio e amico di Nerone, il che avrebbe alimentato la diceria che Nerone stesse architettando la nascita di una nuova Roma. Nerone era, dunque, al centro delle accuse e della bufera. La ricostruzione nacque proprio a partire dalla domus aurea, l'enorme dimora che Nerone progettava, e che oggi sorge nelle vicinanze del Colosseo (chiamato così perché sorge dove doveva essere eretta la statua del colosso di Nerone...).

La storia è nota: per scagionarsi accusò i cristiani, che all'epoca erano una delle tante sette religiose che affollavano i vicoli di Roma;  dove regnava una libertà religiosa pressoché assoluta (purché si riconoscesse il Pantheron romano). I cristiani, tuttavia, già sotto Claudio avevano manifestato la propria insofferenza verso gli dèi pagani. Tacito scrive che essi sarebbero stati perseguitati non tanto per l'incendio, ma perché erano invisi all'opinione pubblica.


Anche altri storici quali Svetonio e Cassio Dione (e non solo loro), forniscono resoconti dell'incendio offuscando la figura di Nerone, attribuendo a lui la colpa del disastro. A noi contemporanei restano solo le fonti. Capire quale sia stato il ruolo di Nerone in tutta la faccenda è difficile, ricordiamoci inoltre che la sua figura è stata volutamente "macchiata" dalla propaganda cristiana nei secoli a venire, quasi per una sorta di pareggio dei conti.


lunedì 1 luglio 2013

Ricetta facile-facile: la torta ai cornflakes e cioccolato!

Inauguriamo questo mese di luglio con un post culinario, del tutto diverso dai miei soliti argomenti (la maggior parte del tempo che trascorro in cucina, lo trascorro pulendo e riordinando ma non cucinando...). Avevo in dispensa un pacco di cereali per la colazione aperto da un po', e che per svariati motivi non riuscivo a consumare; poiché l'idea del "buttalo, tanto ne compri un altro" non mi aggrada molto, ho deciso di cercare sul web qualche ricetta che comprendesse l'uso dei cereali. Ho trovato una torta molto facile e veloce da realizzare, ottima se dovete offrire una merenda agli amici.

Vi servirà soltanto:

- Farina (300 gr)
- Latte (100 ml)
- Burro (100 gr)
- Zucchero (200 gr)
- Tre uova
- Mezza bustina di lievito per dolci
- Cereali a piacere
- Crema spalmabile al cioccolato o nocciola

Iniziate nel solito modo, montando le uova e lo zucchero, aggiungendo poi il burro e il latte. Dopo aver aggiunto anche la farina e il lievito versate metà composto in una teglia (la mia è rotonda e non molto alta) e tenete la restante metà nella ciotola; in questa seconda metà andrete a versare la vostra crema al cioccolato/nocciola (vanno benissimo anche le versioni economiche della Nutella!), raggiungendo la quantità desiderata. Ricordate che troppo cioccolato può risultare nauseante. A questo punto, versate anche questa metà nella teglia e spalmate bene.
Aggiungete i cereali (potete anche aggiungere pepite di cioccolato fondente, perché no) e infornate il tutto per mezz'ora circa a 180°.







Et voilà, il vostro dolce è già pronto!

sabato 8 giugno 2013

Recensione: "Le grandi donne di Roma antica" di Furio Sampoli

Non c'è molto da dire su questo libro. Coinvolgente, critico, appassionante, specifico: questo è il succo del volume di Furio Sampoli, scrittore e biografo di Roma antica. L'ho acquistato mossa dalla tematica e dalla foto di copertina, poiché mi piaceva molto la posa e la gioielleria indossata dalla modella (ebbene sì, sono un po' frivola alle volte) e il prezzo era davvero conveniente.
Edito da Newton Compton, il volume si presenta come una breve raccolta delle esistenze, dei vizi e delle virtù delle personalità femminili che hanno caratterizzato la storia e il volto dell'antica Roma, partendo da Rea Silvia, la madre di Romolo e Remo, e giungendo a Galla Placidia, la figlia dell'imperatore Teodosio il Grande, passando per Cornelia, Cleopatra, Livia Drusilla, Messalina, Poppea, Agrippina. Un ritratto appassionato di queste donne, spesso denigrate dalla storiografia loro contemporanea o successiva, una storiografia spesso e volentieri fatta da uomini per soli uomini. La maggior parte di esse viene descritta come corrotta, lussuriosa, viziata, egoista: la verità, non la sapremo mai. Leggendo le parole di Sampoli emerge un volto più umano di queste figure, figlie di tempi in cui essere donna non era affatto facile, tempi in cui la seduzione, la bellezza, la caparbietà erano considerate le sole armi a disposizione del genere femminile per farsi strada in un mondo misogino. Dall'altro lato le virtù elogiate di Lucrezia, Cornelia, Elena, mogli e madri irreprensibili che daranno  anche la vita per i loro figli e la causa di Roma. 


Un libro da leggere in ogni occasione, prima di andare a letto o (data la stagione) in vacanza, in treno o a casa, magari sdraiate al sole, un saggio assolutamente da esibire sul vostro scaffale se amate il genere e l'argomento. L'unica pecca, forse, è l'elenco di nomi e avvenimenti che possono risultare estranei a un lettore del tutto ignaro della storia di Roma. 

Voto: 8,5/10 

lunedì 27 maggio 2013

La toeletta delle antiche Romane

Qualche giorno fa, qualcuno mi chiese se conoscessimo i rituali di toelettatura e cosmesi delle antiche Romane. La risposta è ovviamente sì, soprattutto per quel che riguarda i ceti alti e l'aristocrazia. I libri in merito sono moltissimi e i siti web si sprecano, ma la fonte migliore è sempre quella cartacea e rintracciabile (Wikipedia offre molte informazioni, ma non sempre è possibile risalire alla bibliografia); userò quindi diverse fonti, prima tra tutte "La vita quotidiana a Roma all'apogeo dell'impero" di Jérôme Carcopino, un volume vecchio (la prima edizione risale al 1941...) ma, a me mio umile dire, una pietra miliare della storiografia del settore. E' un libro che consiglio vivamente di leggere sebbene possa risultare un po' pesantuccio, si trova comodamente in biblioteca o in edizioni economiche in librerie molto fornite (il mio lo trovai al mercatino dell'usato e lo pagai soltanto 1€, me ne tornai a casa molto felice quel giorno ahah). La seconda sarà un volume molto più recente, ma molto carino, scritto dal famosissimo Alberto Angela. 

Gli antichi Romani sono noti per l'attenzione dedicata alla cura e alla bellezza del corpo, tra terme ed esercizi fisici; la toeletta mattutina delle donne non era così diversa da quella degli uomini, comprendendo, tra l'altro, un'accurata depilazione della padrona. Una patrizia dell'epoca non poteva realizzare una toeletta così accurata da sola e si faceva assistere da delle apposite schiave chiamate ornatrices: dopo aver effettuato delle abluzioni per la propria igiene personale (alle terme o in casa propria  se era abbastanza ricca da potersi permettere una vasca), la signora si vestiva e passava subito ad acconciare i capelli, il che non era compito da poco data la complicata struttura delle acconciature d'età imperiale (Carcopino sottolinea che le donne avessero abbandonato la frugale semplicità del loro aspetto già in età repubblicana), ricorrendo a parrucche e trecce posticce se necessario. Essere una ornatrix non era semplice sia per le mansioni da ricoprire sia  per i caratteri spesso impossibili da soddisfare delle matrone, che non esitavano a batterle se il risultato non era soddisfacente. Dopo l'acconciatura e la depilazione (Carcopino non specifica se con pinzette oppure rasoi, ma si è più propensi a pensare alle pinzette dato che era molto rischioso ricorrere ai rasoi), era la volta del trucco: tutto l'occorrente era riposto in vasetti di vetro, piccole boccette, alabastri, pettini d'osso, tutti collocati in uno scrigno che la matrona riponeva sempre nell'armadio della sua stanza nuziale e lo portava con sé ogni qualvolta si recava al bagno. Il look di queste donne a noi può apparire un po' insolito, ma in fondo i colori erano gli stessi di oggi: nero attorno all'occhio e sulle ciglia (ottenute con la fuliggine o con un composto a base di formiche bruciate), rosso sulle labbra e le gote per enfatizzare gli zigomi e donare un aspetto sano (che poi molto sano non era, dato che l'ingrediente base dei rossetti era il minio), bianco sulla fronte e sulle braccia per ottenere un incarnato marmoreo che tanto piaceva ai contemporanei (più una donna aveva la pelle chiara e più rispecchiava la propria posizione altolocata, non essendo costretta ad esporsi al sole per lavorare). Il problema di questi cosmetici era la loro composizione, dato che molti di essi contenevano piombo, all'epoca molto utilizzato, il che provocava danni permanenti all'epidermide, e il loro profumo spesso repellente all'olfatto maschile. La biacca era utilizzata molto come fondotinta essendo un ottimo pigmento illuminante, ma era davvero dannoso, andando ad ostruire i pori della pelle. Anche i capelli erano spesso schiariti utilizzando impacchi e tinture spesso dannose, che seccavano le chiome. 
La pelle della matrona doveva essere perfetta, senza rughe e senza macchie, e proprio per questo si ricorreva a impacchi spesso fantasiosi, a base di finocchio oppure fave o latte d'asina (noto per le proprietà idratanti). Alcuni di questi impacchi provocavano talmente tanto ribrezzo negli uomini da dover essere applicati da sole, in camera, quando i mariti erano assenti. Dopo tutto questo lungo iter, era giunta l'ora di vestirsi e scegliere i gioielli, come orecchini, anelli, bracciali e cavigliere. L'abbigliamento non era molto diverso da quello maschile nella forma, quanto piuttosto nei colori e nei tessuti: le donne propendevano per tessuti leggeri e sinuosi, che esaltassero le forme del corpo, e dai colori vivaci; di base tutte le donne romane indossavano una tunica lunga fino ai piedi, abbinata ad un mantello molto lungo di forma rettangolare, la palla, che veniva tirato sul capo per proteggersi dal sole o dal freddo. E' importante sottolineare che la palla, come la stola, non era un capo da sfoggiare alla moda, ma un capo di uso quotidiano, che serviva anche a far riconoscere la condizione sociale di una donna: nessuna donna sposata si sarebbe mai mostrata in pubblico senza quella addosso. Alcune portavano anche dei parasoli per proteggersi dalla calura e mantenere la pelle candida, ma tali ombrelli non si chiudevano ed erano inutilizzabili in caso di pioggia.

Siete ancora convinti che questa civiltà sia tanto diversa dalla nostra, così attenta all'apparire ed alla ricerca assoluta della bellezza? ;)

Fonti:
Carcopino, Jérôme "La vita quotidiana a Roma all'apogeo dell'Impero", Laterza, Milano, 1993
Angela, Alberto "Una giornata nell'antica Roma. Vita quotidiana, segreti, curiosità", Mondadori, Milano, 2007




lunedì 24 dicembre 2012

17.000 views!

With this post I'd like to thank everyone of you for reading and joining my blog!
I reached more than 17.000 views in a year only and I never thought to be able to reach this number! Thank you soooo much, this means you like what I share with you ^^

I created this blog just to have fun, in a difficult period of my life full of troubles. Now I feel a little bit happier and I'l like to share this reward with you.
Tomorrow is Christmas so if you believe, you have my best wishes for a merry Christmas with your friends and relatives. If you're pagan you should surely now the "Io Saturnalia!" wish ;)

Take care wherever you are.

With love,
Danielle

martedì 14 agosto 2012

Review: Cléo crema corpo e bagnodoccia con yogurt e ciliegia

Ciao a tutte!
Oggi vorrei recensire due ottimi prodotti che ho acquistato da poco, sebbene uno di questi lo conoscessi già. Sto parlando della crema corpo allo yogurt e ciliegia e relativo bagnodoccia Cléo. Li riconoscete subito al supermercato: sono bianchi con tappo rosa, di diverse profumazioni e dal prezzo abbastanza contenuto (io li trovo a 1,99€ al negozietto sotto casa).
Avevo già avuto modo di provare le ottime creme corpo, alla ciliegia e alla nocciola, e lo scrub per il viso al kiwi (disponibile ora in versione maschera purificante) diversi anni fa, assieme alla mousse detergente alla fragola (dato che l'ho finita da tempo, aggiungo una fotografia trovata online qui) poi per un po' di tempo ho avuto difficoltà a reperire questa linea (che è un sottomarchio della Paglieri). Ho anche la maschera nutriente al miele ma non l'ho ancora provata e quindi vi aggiornerò ;)

La crema è ottima, come la ricordavo: soluzione morbida e fluida, per nulla grassa sulla pelle. Il profumo è molto buono, anche se preferisco quello del bagnodoccia. Devo dire che combatte bene la secchezza su zone difficili quali gomiti e talloni, e che ne basta una piccola quantità per idratare a fondo. 





Il bagnodoccia è ancora migliore: la formula è liquida e molto cremosa una volta diluita con l'acqua, già sotto la doccia la pelle è morbida e profumatissima. 
Insomma, due prodotti da bagno fortemente consigliati se vi piacciono i profumi molto dolci, il rapporto qualità-prezzo e per il risultato, un po' meno per l'inci (che non è proprio il massimo). 

Sito ufficiale: http://www.paglieri.it/


mercoledì 25 luglio 2012

Versatile Blogger Awards!



Con estremo piacere vi annuncio di aver ricevuto il mio primo premio "Versatile Blogger"! Ringrazio di cuore la mia amica mua e modella Giulia Orsogna (visitate il suo blog dedicato al mondo della cosmesi e della bellezza http://giuliaorsognamakeupartist.blogspot.it) per avermelo concesso *_*

Il premio prevede che io vi elenchi 7 aneddoti casuali su di me, quindi non perdiamo tempo e cominciamo subito ;)

1. Adoro i gatti, soprattutto quelli completamente bianchi oppure rossi.
2. Il mio piatto preferito sono gli spaghetti, che siano normali, integrali o di riso. Ne mangerei a tonnellate!
3. Il trucco cui non posso assolutamente rinunciare è l'eye liner nero.
4. Mi sono laureata in Storia Romana, ma sin dall'infanzia ho sempre amato il Medioevo.
5. Da bambina, volevo diventare veterinaria.
6. Ho scritto un romanzo fantasy a 18 anni.
7. Adoro Maria Callas.

E ora veniamo alla parte due, ovvero assegnare questo premio ai blogger che seguo regolarmente!

1. http://soniarossamua.blogspot.com/
2. http://criesinthedarkart.blogspot.com/
3. http://gomitoloscornershop.blogspot.com/
4. http://stregoneriaveneta.blogspot.com/
5. http://lexacrush.blogspot.com/
6. http://chefsoso.blogspot.com/
7. http://imperiumwebradio.blogspot.com/
8. http://zannadelmammuth.blogspot.com/
9. http://goth-to.blogspot.com/
10. http://lario3.blogspot.com/

sabato 7 luglio 2012

Scorci romani a Vibo Valentia

Ciao fiorellini!

Mi sono accorta soltanto oggi di aver superato le 10.000 visite al blog, quindi vorrei ringraziarvi tutti/tutte con un abbraccio immenso! Grazie! Non me lo sarei mai aspettato!

Detto ciò, oggi vorrei aggiornarvi su un post che avevo scritto qualche settimana fa relativo alla domus romana scoperta a Vibo Valentia. Bene, mi sono ovviamente fatta accompagnare sul luogo dove ho potuto costatare il livello di immobilità assoluta che concerne questo scavo. I resti sono stati coperti con un semplice velo di plastica fermato con dei mattoni, e ancora nulla è stato deciso in merito. Tenendo presente che non sono un'archeologa e non voglio impegnarmi in discorsi che non sono di mia stretta competenza, mi sembra d'aver visto un'ulteriore copertura del sito, su cui tanto si è vociferato verso fine maggio.




At work!

Voci sui giornali assicuravano che il sito sarebbe rimasto coperto ma da una lastra di vetro (in modo da rendere visibile a tutti la storia millenaria della città), ma al momento non vi sono novità. Staremo a vedere...




lunedì 21 maggio 2012

I plant a Tree!

Da oggi posso finalmente urlare al mondo che il mio blog è a impatto zero!

Partecipando a una lodevole iniziativa ambientalista, ho permesso ad un nuovo albero di vedere la luce in una zona boschiva a rischio di desertificazione. Su consiglio di Kristina Gi ho deciso di aderire a questo progetto, che ha come scopo quello di piantare alberi per contrastare i cambiamenti climatici in atto. Tale iniziativa è nata in Germania (potete visionarla sul sito ufficiale http://www.iplantatree.org,) ed è molto semplice nel suo intento: per ogni blogger che farà un post simile al mio, sarà piantato un albero, in modo che la sua emissione di ossigeno vada a contrastare quella di CO2 emessa dal mio computer. Un computer emette quasi 3.5kg di CO2 in un anno, e un albero ha la capacità di assorbirne 5kg circa, comportando notevoli vantaggi per l'ambiente, la nostra salute...e il nostro umore! Chi non si deprime guardando un paesaggio grigio, costellato di cemento e senza spazi verdi?

In 12 mesi di attività sono stati già piantati più di 1.000 alberi, ma l'iniziativa non si ferma qui e per i prossimi mesi la sfida lanciata è ancora più ardua: piantare altri 1000 alberi entro la fine di agosto. Se l'intento riuscirà altri alberi verranno aggiunti al computo totale come premio alla zelanza dei blogger italiani. Perciò partecipiamo tutti numerosi!
Per chi vuole approfondire nel dettaglio sull'iniziativa vi invito a visitare http://www.iplantatree.org/project/7.

L'obiettivo attuale è piantare altri 1.000 alberi entro la fine di agosto, quindi fatevi sentire, blogger!



mercoledì 11 aprile 2012

Una laurea nel 2012: quanto vale?


Qualche giorno fa, vi ho lasciato un post sul precariato/disoccupazione che avete molto apprezzato, sia qui sia su FB, e vi ringrazio moltissimo :* E' facendoci sentire, mostrandoci uniti, che possiamo far udire la nostra voce, abbiamo il diritto di costruire le nostre vite, essere giovani non è una colpa! (Rubo clamorosamente uno slogan letto sul web pochi giorni addietro LOL).
Partiamo dal presupposto che, come ribadito più volte, i miei post tentano di staccarsi il più possibile da un'idea politica ben precisa, poiché ognuno è libero di appoggiare questo o quel partito. Il mio scopo è evidenziare i problemi di questo Paese che prescindono la posizione politica di ciascuno di noi, in modo da ottenere una visione d'insieme e non di parte. Si potrebbe dire che la sinistra ha introdotto la riforma Biagi (che ha portato, di fatto, il precariato in Italia, se vogliamo dirla in maniera semplicistica e superficiale), ma è anche vero che la destra non ha fatto molti sforzi per migliorare il mercato del lavoro. Ognuno, poi, giudica come preferisce, si sa che quando ci si addentra in questioni di politica si finisce per dar vita a discorsi senza fine. Veniamo al dunque.

Oggi ho avuto modo di parlare con una cara conoscente a proposito di un posto di lavoro nella mia cittadina. Tenete presente che abito a meno di 10 metri da un grande centro commerciale, ci divide solo il cortile e una stradina, quindi "teoricamente" godrei di una posizione avvantaggiata rispetto ad aspiranti lavoratori che vengono da fuori. Mesi fa sostenni il colloquio per questa azienda con una dottoressa in chissà quale materia umanistica, credo psicologia, la quale mi ha riempito di domande anche personali, suscitando anche non poco risentimento, in quanto non vedo cosa c'entrino alcune questioni nei colloqui di lavoro. Ma è una mia modesta opinione. Fatto sta, che prima ha storto il naso di fronte alla mia età (definendomi "troppo giovane" per andare a lavorare), poi lamentandosi della mia prossima laurea ("Perché mai una laureata come lei dovrebbe venire a lavorare in un supermercato! Me lo dica! (cit.)"). Resta che dopo sei mesi ho avuto la risposta (negativa, ovviamente) dall'azienda, scoprendo con mio rammarico che al posto di noi locali erano stati assunti giovani di altre città (buon per loro! ^^).
Vi sto dicendo tutto questo per affrontare il controverso problema della laurea, o comunque di un titolo di studio elevato, al giorno d'oggi. La maggior parte delle agenzie ritiene la laurea un problema al fine di collocare una risorsa, poiché sostengono che le aziende sono alquanto timorose nell'assumere un laureato rispetto a un diplomato. Perché? Perché un laureato potrebbe richiedere un aumento retributivo pari al suo titolo di studi. Alcune sono anche arrivate a chiedere ai loro iscritti di poter "eliminare" il titolo di studi dal curriculum vitae per potergli facilitare l'inserimento.
Tornando a ciò che scrivevo prima, la mia conoscente mi ha riportato la risposta del titolare di quel famoso posto di lavoro, il quale mi ha liquidato senza neanche volermi conoscere o ricevere il CV con un "È troppo specializzata, non prendiamo in considerazione questo tipo di candidature".
È giusto o sbagliato? È giusto penalizzare in questo modo un giovane laureato che ha studiato e che fatica a trovare un'occupazione o è giusto, da parte delle agenzie interinali, tentare di facilitare il suo ingresso in una realtà sempre più complessa e selettiva?
A voi la sentenza.



venerdì 6 aprile 2012

Non vogliamo compassione, vogliamo essere capiti!



Qualche sera fa, ho assistito per caso a una nota trasmissione televisiva in onda sulla TV pubblica, condotta da un famoso presentatore aiutato da una comica pungente e irriverente. Ospite della serata era il direttore del quotidiano “Il Corriere della Sera”, Ferruccio de Bortoli.

Il discorso tra lui e il conduttore si è subito snodato su un tema “caldo” degli ultimi tempi, ovvero la riforma del lavoro e del fantomatico articolo 18. Tralasciando le simpatie o le antipatie che ognuno di noi può avere verso questi personaggi dell’odierno panorama culturale e non, resta che il signor de Bortoli ha subito individuato il nocciolo della questione. Fra tante frasi fatte, il giornalista non ha mancato di sottolineare come gli sforzi dell’attuale classe politica debbano dirigersi verso un mondo del lavoro che offra sbocchi ai giovani, a quella fascia under 35 più colpita dal fenomeno del precariato e della disoccupazione (e non solo quella purtroppo, n.d.a.), quella generazione che ha di fronte a sé un futuro grigio e privo di speranze. De Bortoli ammette che ciò che stiamo vivendo oggi non è più tanto una lotta di classe, quanto una lotta generazionale. E come darvi torto, signor de Bortoli? Il periodo che stiamo vivendo da un decennio a questa parte è stato scandito da un contrasto generazionale ormai insanabile, fatto, da un lato, da genitori poco inclini a comprendere i problemi di figli alle prese con contratti di lavoro a termine o a progetto, altrimenti detti “atipici”, magari con due lauree alle spalle e, dall’altro, da figli quasi gelosi di ciò che i genitori hanno ottenuto in passato. Parlo del posto fisso, dei privilegi, della possibilità di fare carriera, di aprirsi un mutuo, di fare dei figli.

Parliamoci chiaro. Chi vi scrive è una 25enne, una giovane sciocca che ancora crede che qualcosa, seppur piccola, possa far smuovere questo sistema. Una giovane che ancora sogna. Non di trovare un’occupazione nel settore degli studi, quello sarebbe troppo, ma di trovare quel piccolo impiego che permetta una vita dignitosa, indipendente,  un piccolo appartamento e qualche sfizio ogni tanto. Il problema di fondo, a mio modestissimo parere, è che non possiamo più paragonare il mondo del lavoro di quindici - venti anni fa a quello attuale. Ma un giovane, questo, lo sa benissimo. Oggigiorno, chi non è iscritto a un’agenzia interinale? Chi non trascorre giornate intere sui siti di lavoro a inviare curriculum in attesa di una risposta? Pochi, pochissimi fortunati. Per esperienza personale, posso assicurare che i genitori di oggi faticano davvero a capire le necessità di un figlio che, biologicamente parlando, è ormai adulto ma che per motivi lavorativi e economici, deve restare sotto il tetto paterno, spesso stretto. Ho vissuto per due anni fuori casa, tornare indietro non è stato per niente facile. E non lo è tuttora. Vane sono spesso le parole che esprimono questo senso di oppressione e di impotenza (perché davvero, c’è ben poco da fare se non aspettare una chiamata e sperare), perché spesso s’infrangono contro un muro che non vuole sentire e capire, un muro forte di trent’anni di contributi versati regolarmente, un muro che non ha mai conosciuto lo spauracchio della vita che scorre, degli anni che passano, del tempo passato inattivi, dei risparmi che finiscono e che non si riescono a integrare, dei sogni infranti. L’elenco potrebbe continuare all’infinito.

Girovagando per il web, ho trovato questo articolo http://www.michelmartone.org/il-labirinto-della-precarieta-52.html, che ovviamente mi sono fiondata a leggere. È la storia, vera o presunta che sia, di un giovane precario, oggi 30enne, che dopo anni di disoccupazione e precariato ha scelto la via dell’estero. Il che, direte voi, non è una novità. Neanche la sua frustrazione, le sue ansie, le sue paure, il suo senso di impotenza verso una famiglia non comprensiva lo sono, ma qualcuno fa ancora finta di non sentire. Qui non si tratta di essere di destra o di sinistra, si tratta di un problema reale che attanaglia intere generazioni, costrette all’impotenza, alla frustrazione, a rendersi merce pur di lavorare quel mese, quanto basta per mettere da parte qualche soldino in attesa del “grande evento”. Cosa si intende per “grande evento”? Non un contratto fisso, ma un contratto anche solo di un anno, che non ci faccia arrivare con l’ansia alla fine del mese. Si denuncia sempre più la rinuncia a cercarsi una casa (d’altronde, guadagnando 600€ in un call center, come si fa a pagarne 300 d’affitto se siamo fortunati più tutte le spese?), i giovani lavoratori ritenuti quasi carta straccia. Fuori uno, avanti un altro. Tanto le imprese prendono le sovvenzioni con le nuove assunzioni. E allora, dov’è l’inghippo? Cosa si sta facendo realmente per cambiare le cose?

Gli articoli dei giornali battono sempre di più su questo tema, è impossibile credere che sia ancora tutto fermo a venti anni fa. Genitori, chi parla è una giovane precaria e da tempo disoccupata, perché o troppo qualificata o senza esperienza. Pure per fare la commessa. Posso assicurare che ciò che è scritto nell’articolo sopracitato è tutto vero. Ho sperimentato sulla mia stessa pelle quelle disavventure. Sono lontani i tempi del posto sicuro, ottenuto certo dopo un periodo di sacrifici, del matrimonio e dei figli immediati. Fatevene una ragione. E mettetevi una mano sul cuore. Ciò che i vostri figli vogliono, più che un aiuto economico, è una comprensione a livello emotivo e psicologico.


giovedì 29 marzo 2012

La Calabria e il suo (triste) presente...


Oggi vi scrivo per parlarvi di uno spettacolo a dir poco inglorioso di quella bellissima regione che è la Calabria.  Sapete benissimo che adoro alla follia le cittadine di Pizzo Calabro e Tropea, ma anche loro non sono immuni da una piaga che (purtroppo) il nostro territorio conosce bene: il degrado ambientale. Ho avuto modo di “testare” questa realtà l’estate scorsa a Pennello, una località vicina a Vibo Marina dichiarata nel 2010 uno dei luoghi più inquinati dell’area vibonese (divieto di balneazione emesso a maggio 2011, per altro non segnalato!), e oggi l’ho sperimentata nuovamente con la spiaggetta che accompagna la bellissima chiesa di Piedigrotta.
Andiamo con ordine. La chiesetta di Piedigrotta ha da tempo superato (dicono) i bronzi di Riace per numero di visitatori, ma a noi la visita si preannuncia già storta: dopo aver acquistato il biglietto, scopriamo con rammarico di aver speso inutilmente il denaro. Non c’era nessun custode, la chiesetta è aperta e a entrata libera. Si tratta di un monumento particolare, costruito nel XVII secolo da alcuni naufraghi napoletani sopravvissuti ad una tempesta in mare, durante la quale avevano fatto voto di erigere una cappella votiva se fossero sopravvissuti alle intemperie. Lo fecero, e il risultato è a dir poco stupefacente: il mare la sta lentamente erodendo (in alcuni tratti era un po’ allagata), i colori sono ormai sbiaditi ma le statuette stupiscono per il lavoro paziente degli scalpellini. Da segnalare un piccolo presepe e delle bellissime decorazioni con tematiche  navali sul soffitto. Purtroppo lo stato di conservazione comincia a divenire precario, e se siete claustrofobici potreste sentirvi male (io non lo sono, ma si avverte uno strano senso di oppressione). Merita comunque una visita magari di sera, quando è illuminata a dovere. 

Piedigrotta

Ma veniamo alla parte dolente. La chiesa si affaccia sul mare, il che contribuisce al suo fascino. Il problema è che lo stato della spiaggia è vergognoso! Quella che ho ammirato è una vera discarica a cielo aperto, affacciata su acque cristalline dove, purtroppo, si erge la bandiera rossa.






Bottiglie di plastica, polistirolo, spugne, confezioni di veleno per topi e insetticidi, resti di ciabatte, alghe, carcasse di animali, buste di plastica: questo è ciò che abbiamo avuto modo di vedere e immortalare nelle nostre fotografie.  È questo ciò che vogliamo lasciare ai nostri figli? Sembrerà una frase fatta, ma come disse Severgnini tempo fa su una rivista, dobbiamo metterci in testa che il futuro siamo noi, il miglioramento è possibile ma deve partire da noi e non dalla frase “che ci volete fare, siamo italiani”. Cambiare è possibile, evitare scempi come questo è possibile. Pizzo, la Calabria, ma tutti gli altri luoghi colpiti da questo degrado (spesso provocato da turisti maleducati o da cittadini con poco senso civico e ambientale) possono essere recuperati, e devono essere tutelati. Consiglierei a tutti una passeggiata in questi luoghi anziché riempirsi la testa con show televisivi dal dubbio valore. Quelle sono le spiagge su cui sbarcò Murat. Spero che, almeno lui, ne abbia conservato un ricordo migliore.

martedì 13 marzo 2012

Brevi cenni su Augusta Praetoria Salassorum

Ciao fiorellini!
Il mese scorso ho avuto modo di visitare la bellissima cittadina di Aosta, capoluogo dell'omonima regione autonoma, e poiché le sue modeste dimensioni consentono un giro turistico completo in breve tempo, ho potuto soffermarmi a lungo su alcuni suoi monumenti e sulla sua storia.
Aosta è una città ben più che millenaria, come testimoniano i reperti di età megalitica ritrovati nell'area di Saint-Martin-de-Corléans, a pochi minuti dal centro cittadino, e che sono conservati in un parco archeologico coperto (tutte le info le trovate qui). La leggenda vuole che la città fosse stata fondata tra i fiumi Dora e Buthier da Cordelo, il capostipite dei Salassi, ma a tal proposito ci sono pochi reperti archeologici sempre nell'area megalitica. Di questa popolazione s'ipotizza che il nome derivi dal commercio del sale, e che si siano stanziati nel Nord Italia (nella zona compresa tra Canavese, Vercelli e Chivasso) ripercorrendo proprio l'itinerario di questo prodotto; appartenenti alla cultura di La Tène, erano soprattutto pastori, contadini e ottimi cercatori d'oro, adoperando a tale scopo il bacino della Dora e dell'Orco (un fiume del Canavese, N.d.A.), e spesso in contrasto con le popolazioni già insediate nel luogo e alleate di Roma. Nel 143 a.C. Roma, sottovalutando la forza dei Salassi, inviò alcune legioni comandate dal console Appio Claudio Pulcro per sottomettere questa popolazione riottosa, ma ne uscì pesantemente sconfitta. Appio Claudio dovette ritardare di tre anni la cerimonia del suo trionfo (il trionfo era una cerimonia solenne, il massimo onore tributato ad un condottiero, che, tuttavia, era ottenibile soltanto dopo aver "mietuto" un certo numero di vittime tra gli sconfitti e soltanto appartenendo al rango senatorio o consolare. Il trionfatore veniva condotto in parata partendo dal campo Marzio, su un carro, seguito dai suoi soldati e dai prigionieri di guerra che, per tradizione venivano poi uccisi (da ricordare il caso di Vercingetorige). Il trionfo era l'unico attimo in cui i soldati potessero canzonare il loro comandante sempre, tuttavia, portandogli rispetto. Nell'attimo culminante della cerimonia, uno schiavo ricordava al trionfatore la sua condizione umana, e di conseguenza mortale, sussurrandogli all'orecchio la celebre frase "Memento mori"), e nel 140 riuscì finalmente a sottomettere i Salassi. Tuttavia non gli fu tributato il trionfo, e dovette organizzarsene uno a proprie spese.Vinti i Salassi, i Romani poterono così conquistare i bacini metalliferi e auriferi. La leggenda vuole che il console, accecato dalla rabbia per la prima sconfitta, abbia poi fatto tagliare mani e piedi ai Salassi per vendicarsi, lasciandoli così morire di inedia, poiché sapeva che senza abbastanza vittime non gli sarebbe stata concessa la cerimonia. Che, di fatto, dovette poi organizzarsi da solo.

La storia, appurata, di Aosta è strettamente collegata a Roma: alla fine della seconda guerra punica, nel 202 a.C., per Roma si rese necessario guardare alle Alpi per assicurarsi il dominio sulla pianura padana, minacciata com'era dalle tribù gallo-celtiche sue nemiche. Nel I secolo a.C. Roma riuscì ad ottenere il controllo dei passi del Piccolo e Gran San Bernardo conquistando la Gallia e, in questo modo, della fertile pianura sottostante; nel 25 a.C. si data la fondazione della città ad opera del legato augusteo Aulo Terenzio Varrone Murena, il quale riuscì a sconfiggere i tenaci Salassi riducendo la popolazione scampata allo sterminio in schiavitù.

Vista delle mura
Sotto il dominio romano, la città fu riorganizzata. Costruita mediante il modello ben assestato del castra (l'accampamento militare), Aosta si sviluppava entro una cinta muraria imponente e ancora oggi visibile (i tracciati delle mura sono ben tenuti in tutto il centro città, giungendo ad esempio da via Torino e lasciandosi alle spalle l'arco di Augusto), e ovviamente con un cardo e un decumano. Chiamata Augusta Praetoria Salassorum, la città si trovava in una posizione strategica e neppure troppo distante dai siti di Augusta Eporedia (l'attuale Ivrea, anch'essa cittadina salassa poi conquistata dai Romani nel 100 a.C.) e Augusta Taurinorum (Torino, nel 28 a.C. dopo una prima sistemazione voluta da Cesare), e fu dotata ben presto di un anfiteatro (visitabile), un foro (il criptoportico forense, visitabile), terme e arco trionfale. I lavori archeologici hanno rimesso a nuovo le strutture imponenti dell'anfiteatro, maestoso come se il tempo non lo avesse scalfito, e il magico criptoportico, negli anni coperto e utilizzato come magazzino in età tardoantica. 




Si sa poco, tuttavia, della convivenza tra gli autoctoni e i romani. La popolazione salassa (quel poco di popolazione scampata allo sterminio) sembra si sia integrata a quella romana come testimonierebbero delle iscrizioni funerarie, mentre secondo alcuni storici antichi i Salassi superstiti sarebbero stati venduti come schiavi a Eporedia. Ovviamente, la sua storia non si esaurisce qui: in epoca medioevale la città subì ben poche invasioni, divenne sede vescovile sotto la diocesi di Vercelli, divenne capitale del regno dei Goti, e infine fu ceduta al re di Borgogna dopo una lunga disputa tra Franchi e Longobardi. Di conseguenza, Aosta rafforzò i suoi rapporti con i paesi d'oltralpe, soprattutto con il mondo francese.


La Turista :)

Aosta si contraddistinse da subito come una città prospera e relativamente tranquilla, protetta com'era dagli attacchi esterni: tale sensazione si ha ancora oggi, visitandola. Le strade sono piccole, a scacchiera secondo il modello romano, ordinate e tranquille. Sembra di trovarsi in una piccola isola felice, dalle modeste dimensioni e circondata dal verde dei suoi boschi e dal bianco delle montagne. Merita una visita tutto il centro cittadino (il giro turistico dura solo un paio d'ore), soprattutto in prossimità delle torri (del Lebbroso, du Fromage, di Bramafan, Neuve, de Baillage e di Paillern).

Solo un piccolo avviso: andateci in auto. Ve lo consiglio di cuore. La ferrovia che collega Torino a Aosta non è affidabile, il nostro viaggio di ritorno è stato un incubo durato 4 ore e mezza di ritardo causa un guasto "imprecisato" tra Ivrea e Aosta.
Ringrazio di cuore il fotografo Giulio Masoero per avermi aiutato ad arricchire questo breve post con notizie riguardanti un popolo che, pur avendo vissuto nel Canavese, conoscevo poco.


martedì 7 febbraio 2012

Febbraio 2012: il punto.

Ciao a tutti! E con questo post, inauguro anche il mese di febbraio!
Che dire... colgo l'occasione per ringraziare TUTTI voi che avete letto e visitato il blog nel corso di questi mesi! Se sono arrivata a 4.600 e oltre visualizzazioni, è solo merito VOSTRO!
Quando ho aperto il blog, a ottobre, pensavo che nessuno mi avrebbe considerato. Parlare di libri (e storia), in effetti, in primis mi ha reso poco. Ho iniziato allora ad aggiungere qualche foto, e qualcosa si è mosso. Il risultato migliore, tuttavia, l'ho avuto con articoli che MAI avrei pensato suscitassero la vostra curiosità: non sono una blogger di moda e di attualità, certe opinioni preferisco tenerle per me, ma sono lieta della vostra risposta, delle vostre domande, dei vostri clic :)

Spero che continuiate a seguirmi anche in questo nuovo anno, che abbiate voglia di leggere e commentare i miei post e, perché no, suggerirmi qualche argomento che vorreste veder trattato!

Simon's Cat
Grazie a tutti e... Buon blog!

sabato 10 dicembre 2011

Animali domestici VS bambini...o le mamme?

Mi è capitato tra le mani un articolo dai toni provocatori pubblicato sul sito del Corriere della Sera. L'autrice, giornalista o no che sia, polemizzava apertamente contro la tendenza "moderna" di preferire i cani nei luoghi pubblici anziché i bambini. Nel suo caso, due gemelli. Lo spunto (io oserei dire, il casus belli) che ha portato alla stesura dell'articolo è stato l'intervento di una certa suor Laura, che da 18 anni si batte per i diritti dei bambini in Etiopia (...Non è questa la sede per discutere sull'operato dei missionari...). 

Leggendo l'articolo della signora Volpe, emerge chiaramente la sua indignazione nel veder preferiti i cani o i gatti ai bambini nei locali, nei ristoranti, rischiando "il linciaggio" quando qualcuno prova a lamentarsi. Ora, cara signora Volpe, io sono una di quelle che preferisce i cani nei ristoranti rispetto ai bambini. E le spiego anche perché. 
Poiché l'articolo è molto generalizzante per non dire colmo di luoghi comuni, generalizzo anche io, dicendo che sono molto più educati gli animali dei bambini attuali. I bambini schiamazzano, rispondono, fanno baccano, gridano. Il cane al massimo osserva con fare meravigliato il tavolo imbandito, anche se siamo in pizzeria. E questo perché? Perché se il cane disturba i padroni lo sgridano (nel 99% dei casi), se il bambino disturba (nell'altrettanto 99% dei casi), da parte dei genitori s'incontra il silenzio. Il succo è semplice: i genitori non educano i figli nella maniera appropriata oggigiorno, e tale attitudine è lampante se girate un poco nelle pizzerie, nei supermercati, o nelle case degli amici. Ai bambini è sempre più tutto permesso, ma non è colpa loro. Guardate le coppie mentre fanno la spesa: molto spesso, chi guida il passeggino è una nonna non proprio al top dei riflessi, mentre i genitori girano tra le corsie incuranti dei vagiti della loro creatura. Mi ricordo che quando ero piccola, i miei genitori non mi toglievano gli occhi di dosso. Anzi, forse erano fin troppo  dediti a controllare che cosa facesse la loro bambina. 
La differenza sostanziale è che se il cane abbaia, lo fa per un bisogno. Se un bambino grida, è perché deve sfogare un bisogno dettato da una mancanza di attenzione o da una mancanza di educazione. 

La sensazione è che le madri odierne credano che tutto il mondo giri attorno a loro: 20 anni fa alcune cose (come i parchi giochi all'interno dei centri commerciali) non esistevano (almeno io non me li ricordo), oggi c'è molta più attenzione verso le mamme eppure sembra che non basti mai. Le vedo, quando salgono sugli autobus con il passeggino. Certo, hanno tutti i loro motivi per arrabbiarsi quando l'autista non apre le porte posteriori costringendole a passare da quella striminzita porta anteriore, ma quante, quando salgono, chiudono il passeggino restando con il bambino in braccio? Poche, pochissime. Io sono stata abituata a togliermi lo zaino per non arrecare fastidio agli altri (quando sono in piedi sull'autobus), a tenere la borsetta tra i piedi per  non intralciare il passaggio, ma magari sarò esagerata io. La maternità è una cosa bellissima, è la vita, ma per favore, rendetevi conto che, forse, il mondo non ruota attorno alle vostre carrozzine. Che sia giusto o sbagliato, purtroppo è così. E questo, è un lato della medaglia. Dall'altro ci sono genitori che non escono più di casa senza l'auto e solo perché hanno un bambino piccolo. Suvvia, non c'è bisogno di rinunciare alla vita mondana solo perché si è genitori, ci sono tanti modi per far combaciare le due cose, e che non necessariamente si chiamano baby sitter. 
Ho conosciuto tante mamme, giovanissime e non, e la maggioranza di loro (visto che si sta facendo un discorso generale ed alquanto superficiale) è appunto convinta che tutti debbano sottostare alle loro necessità. 
Bambini e cani possono diventare inseparabili, se cresciuti nel rispetto reciproco!
Ma, per fortuna, non tutte sono come loro. Non tutti, grazie al cielo, trovano così urtante la presenza dei bau o dei miau nei locali, e non tutti trovano urtante la presenza di bambini poco educati in altrettanti posti. Il problema non è la mancanza di sopportazione o solidarietà, ma il buon senso!  

martedì 6 dicembre 2011

L'Italia che lavora...forse.

Oggi sono decisamente off-topic, ma non più del dovuto. Forse. Poiché mi si conosce come la regina delle polemiche, argomentiamo tale affermazione.
Nel 2005, agli albori della mia carriera universitaria, dovetti sostenere una prova scritta per il famigerato "laboratorio di scrittura" (sulla cui utilità mi pongo ancora degli interrogativi). La prova consisteva nella redazione di un saggio breve a proposito di varie tematiche, ed io scelsi il rapporto giovani-lavoro. Premettendo di essere la più piccola di famiglia, ho sempre avuto modo di ascoltare le lagnanze dei lavoratori "maturi" (padre, zii ecc.) e quindi, nel mio piccolo, avevo idea di come funzionasse il sistema. Leggete bene la data: 2005. Non era ancora nel mio interesse cercarmi un'occupazione (che arrivò due anni dopo) dato che preferivo studiare, e quindi non so se la crisi fosse già percepibile o meno. Resta che in quel saggio (che  mi procurò il superamento della prova) sfogai tutta la mia ira nei confronti delle frasi fasulle dei datori di lavoro, quali "non hai esperienza, sei troppo giovane o troppo vecchio, o sei troppo qualificato". La domanda di fondo era semplice, e ancora oggi è rimasta immutata: COME posso crearmi un'esperienza lavorativa SE le possibilità di assunzione sono scarse o nulle?

Era il 2005. Sono passati sei anni, e siamo allo stesso punto, se non peggio. Nel frattempo ho lavorato, mi sono laureata, è esplosa la crisi. Le agenzie interinali si sono moltiplicate. La frase, tuttavia, è sempre quella: "sei troppo giovane, sei troppo vecchio, sei troppo qualificato, non hai esperienza". Ormai il fenomeno del precariato è cosa nota, ne parlano tutti, sebbene molti non si rendano ancora conto di che cosa significhi REALMENTE vivere lavorando due mesi per poi restare disoccupato altri due, se siamo fortunati. Lavorare con l'angoscia di non essere rinnovati a fine mese, come finora mi è sempre successo. Ma andiamo con ordine, non anticipiamo le lamentele adesso. 

Tutto è iniziato qualche anno fa, quando su un noto TG nazionale (S.A.) andavano continuamente in onda servizi sulla "crisi della 4° settimana", cioè lavoratori che non riuscivano a raggiungere la fine del mese con il frigorifero pieno, o perlomeno dignitosamente fornito. La cosa andò avanti per mesi, finché nessuno ne parlò più. E si cambiò governo. Il precariato andava avanti. Adesso, nel 2011, è tornato improvvisamente di moda, forse perché bisognava, in qualche modo, attirare l'attenzione su uno dei tanti problemi che affliggeva il governo. Resta che l'allarme è già stato lanciato dall'UE: l'Italia è prima in Europa per disoccupazione under 35, e il triste primato spetta al Sud. Ma non che il Nord sia da meno. Si passa da un colloquio ad un altro senza sosta, ci si fanno mille sogni su quel posto che poi non arriva mai, o dura un attimo fugace. E questo ve lo posso dire per esperienza personale, mia e non. Essendo laureata avverto molto il tema della "fuga di cervelli", e lo condivido in pieno. In Italia i laureati (soprattutto umanistici) fanno fatica ad inserirsi, non solo per il percorso scelto, ma perché vengono ritenuti "troppo qualificati". Pure per i supermercati. Sto seriamente pensando di professarmi diplomata al prossimo colloquio ;)

Vi racconto la mia esperienza. Ho un diploma linguistico, una laurea, buone conoscenze informatiche e un ottimo rapporto con la clientela. Insomma, me la cavo. 
Dopo tre mesi di precariato come dipendente pseudo statale, inizio a lavorare per una nota azienda di telecomunicazioni. Lavoro bello, davanti al computer e in ufficio, salario nella media. Tra me e il mio ex convivente riuscivamo a tirare avanti la casa. Tutto ciò è durato tre mesi soltanto, da ottobre alla vigilia di Natale, quando è scaduta la commessa  e non eravamo più richiesti (tutto ciò dopo esserci attirati le antipatie dei lavoratori fissi che erano costretti alla cassa-integrazione...e pure con ragione! Per loro non c'era lavoro ma per gli interinali sì? Buon per me, ma mi metto nei loro panni). Da lì sono iniziati una serie infinita di corsi retribuiti quasi una miseria, senza prospettiva di assunzione. A marzo una nuova chiamata: una campagna outbound nella solita azienda di telecomunicazioni, durata tre settimane soltanto. Tre settimane. Neanche il necessario per pagare un affitto. Da lì ho sostenuto altri colloqui, puntualmente scartata o perché non avevo l'esperienza o perché ritenuta troppo qualificata. E non ero ancora laureata. A maggio si aprono le selezioni del personale per il nuovo centro commerciale, di fronte casa mia. L'annuncio recitava "solo residenti della zona". Fantastico, mando il CV. Due giorni dopo, mi chiamano per il colloquio. Chi mi trovo davanti è una dott.ssa che non solo ha storce il naso di fronte alla mia età (all'epoca 24), ma anche di fronte al mio prossimo titolo di studi. Ovviamente, sono stata scartata. Ora il centro commerciale è aperto, lo visito ogni giorno, e mi rendo conto con quale criterio siano state fatte le selezioni: gente che ride, chiacchiera alle casse, belle presenze del tutto discutibili (quando a me avevano fatto una capa tanta sull'aspetto fisico e sulla cura delle mani! E dire che faccio la fotomodella, quindi proprio messa male non sono...). Vabbè, si tira avanti. Ero troppo qualificata per passare due prodotti alla cassa, e dire che mi sarebbe pure piaciuto. Lo avrei fatto volentieri, pur di avere uno stipendio che mi permettesse di guadagnarmi l'indipendenza. E l'esperienza tanto richiesta.
Mi arriva l'ennesima proposta. Passo il corso e il test finale, mi chiamano finalmente "dottoressa Fiore". Il giorno dopo scopro l'amara verità sulle condizioni contrattuali: nessun fisso garantito, tre mesi di contratto iniziale non retribuiti, insomma. E le spese di viaggio? Chi me le ripagava? Lascio il posto, convinta d'aver fatto la scelta giusta.
E in tutto questo, vedo attorno a me lavoratori a tempo indeterminato stanchi del loro lavoro, che si lamentano magari dall'assenza di ferie, o che vorrebbero addirittura lasciarlo. E questo di fronte a noi under 35 che un contratto indeterminato possiamo sognarcelo, con i tempi che corrono. Spesso gli "adulti" non capiscono la situazione, accusano noi di non volerci prendere un impegno lavorativo continuativo. Certo, bisogna innanzi tutto premettere che si tratta di un fenomeno dalle mille sfaccettature, e che non bisogna generalizzare. Io non difendo i precari, attenzione. O meglio, non difendo i precari a spada tratta, perché ci sono lavoratori a termine che, consci della loro condizione, si presentano in ufficio solo per scaldare la sedia (visto con i miei occhi). Ma tra questi ci sono anche i lavoratori a tempo indeterminato. Pensiamo a quelli che abusano della mutua. Andiamo, non facciamo i perbenisti, lo sappiamo che soprattutto nell'ambito statale è così (non stiamo a scomodare altre figure...sappiamo bene cosa accade agli alti vertici dello Stato).
A tutti, precari o fissi, è successo, ALMENO UNA VOLTA, di pensare "ma chi me lo fa fare, questo lavoro neanche mi piace!", ma sono cose passeggere. Capita, è normale. Il problema è che noi precari siamo portati a quel tipo di atteggiamenti a causa dell'esasperazione, della consapevolezza di contare poco o nulla rispetto ai lavoratori fissi, che hanno ferie, mutua, maternità. E la pensione. Non si tratta di gelosia, ma di realtà. A noi non spetta nulla di tutto ciò (soprattutto la pensione!), pena il licenziamento. Come è stato per me. Un giorno il responsabile HR (perché dire "personale" ormai non è più "in") si presentò in ufficio facendoci la predica sul lavoro svolto male per colpa di qualcuno che passava il badge solo per segnalare la propria presenza. Mi ricordo ancora le sue parole: "Non mi costa nulla aprire un nuovo corso. Come voi ne trovo altri cento". E così fece. La sera stessa un nuovo annuncio era online sul solito sito di annunci precari, rivolto a precari, rivolto a disoccupati. Noi, tutti a casa dal venerdì. 
Questi sono problemi che trascendono la nostra idea politica, sono problemi del Paese, sono problemi reali. Navigate per il web, e vedrete di non essere soli. Come me, milioni di ragazzi, donne e uomini hanno vissuto o stanno vivendo questa situazione, che impedisce una crescita personale quanto professionale. Caro signor Brunetta, la sfido a vivere con 600€ al mese (lo stipendio medio di un call center) con l'angoscia di perdere il lavoro da un giorno all'altro, senza avere il lusso di potersi ammalare. O di avere figli. La sfido, gentilmente, a lasciare il tetto dei genitori per affittarsi una casa che, al minimo, le verrà a costare 400€ più spese condominiali. Ah, già, giusto. Siamo un branco di bamboccioni, o la parte più brutta dell'Italia. come siamo stati definiti. Da Lei, se non sbaglio. 
Forse è ora di aprire gli occhi. Forse è ora di capire perché stiamo diventando, inesorabilmente, un paese di vecchi, o un paese che cresce grazie alla natalità straniera. Forse perché state tagliando le ali a noi giovani rendendoci, di fatto, impossibile costruirci una vita?

So che le mie parole risulteranno scomode per molti, e che provocheranno un dibattito, ma era questo l'intento. Cerco semplicemente delle risposte, dei consigli, per capire. Capire come potere uscire da una situazione di questo tipo, sempre se possibile. Ne dubito. 

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