lunedì 5 maggio 2014

Titanic - Downton Abbey inspired dress tutorial

Hello guys! After some days of heavy rain and storm we have sun, spring, hot weather and ice creams, lol!
Today I'd like to talk you about my first Titanic - Downton Abbey - Edwardian inspired dress using Simplicity pattern 8399. I've always been in love with the dresses worn by Kate Winslet in Titanic (1997), and since I was a child I dreamt to wear an Edwardian costume. The pattern is not 100% accurate but it creates a nice look, though it needs some adjustments. First of all, the shape of dress is too large to be a perfect Edwardian dress and it looks more like a Regency costume, so I suggest you to choose a tight fitting. The back closes with a zip so if you're looking for  a good historical pattern,  this is not the one for you (you can always change the zip with some buttons). The pattern includes two dresses inspired by the movie Titanic, the swimdress and the jumpdress; for my costume I used the swimdress pattern (model A) which is more "daily" and simple. The original dress is made of several layers of chiffon but for mine I used two fabrics only, overdress and skirt. I'm planning to sew a good replica of the swimdress in the future, but for the moment I need to improve my skills. 

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The fabric I used it grey silk with a georgette black skirt, the ribbon is of black satin. I used a normal white blouse I had in my wardrobe as bodice. As underwear, I wore a longline corset to recreate the Edwardian silhouette a little. The gloves are true vintage gloves from my grandma while the hat comes from a flea market for a couple of euros! I know the hat is not Edwardian but I don't have another one heheh *blushes* 

So, for this model you'll need:
- Pattern (of curse)
- Fabric
- Lace/trims
- A blouse/white bodice
- Satin ribbon
- Many accessories as gloves, hats, jewels

My fabric was a gift so I've been very lucky, and I had to buy the skirt only. I started cutting the two pieces of the over dress and I noticed immediately it was really large to fit the Edwardian shape (so avoid the piece 6A included in the pattern); the overdress bodice has been really fast to cut and sew because the sleeve is included in the main piece. I attached it to the overdress skirt easily and then I've been forced to accept the challenge with the remaining fabric of the skirt back: I did some pince inside the dress to hide the excessive fabric but next time I'll do a tighter cut. 

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After sewing the skirt I basted it to the overdress and put the dress on with the white blouse. Then I sewed the pieces with the sewing machine and added two carriers for the ribbon on the back. The final touch has been the black lace all around the sleeves and the overdress hems, and this part took me a while to be completed since I proceeded pinning the lace to the fabric and sewing it step by step with the machine.

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The basted dress on

That's the finished dress on during a shooting:

Edwardian Times

Dinner on the Titanic

Edwardian Dress 1912

sabato 3 maggio 2014

Recensione: "L'amante di Pilato" di Gisbert Haefs

Il libro di Haefs ci riporta, come il titolo suggerisce, ai tempi dell'occupazione romana della Giudea. Durante i giorni che portano alla crocifissione di Gesù (chiamato correttamente Geoshua), Gilbert Haefs narra con un'accurata ricostruzione storica le vicende della principessa egizia Cleopatra e delle sue ancelle, in una repentina fuga attraverso l'Oriente in un susseguirsi di carovane, predoni, assalti, morti, assassini misteriosi, traditori e amicizie. Come in un vero libro giallo, niente in questo romanzo è scontato: i personaggi rivelano oscuri dettagli a proposito del proprio passato e dei motivi che li conducono in Palestina, prima tra tutti l'enigmatica Cleopatra e il centurione Rufo, che fino all'ultimo manterrà celati i suoi intendi pro o contro gli stessi romani. Pilato appare troppo occupato ad imporre il controllo romano in una zona travagliata dai litigi civili tra ortodossi e non ortodossi, e poco si cura della sua vecchia amante egizia.
In tutto questo l'esecuzione di Gesù è poco più di un contorno, una scena fugace cui si fa riferimento per un paio di righe, sebbene la sua figura sia più volte dipinta come giusta e onesta, in contrasto ai giudei ortodossi che non pochi problemi crearono agli occupanti romani. Il fulcro del libro è la battaglia di Ao Hidis, una fortezza ostile ai romani in territorio romano, dove la vicenda si snoderà rivelando alcuni particolari prima celati.
La pecca del libro è lo stile narrativo spesso frammentario e i dialoghi poco chiari, uno stile in cui non ci si può perdere alcun dettaglio se non si vuole arrivare impreparati al finale.


Voto: 7/10

martedì 8 aprile 2014

Il matrimonio in età romana

Riprongo oggi un tema già trattato, seppur sommariamente, nel mio articolo precedente riguardante le donne romane. Il matrimonio rappresentava un momento di svolta nella vita delle donne romane - e non solo, come accade ancora oggi - poiché simboleggiava l'entrata nell'età adulta e nella sfera materna, ruolo dove, secondo la mentalità misogina del tempo, la donna poteva esprimersi al meglio. Ma il matrimonio non era solo questo: era un momento della vita cui le donne erano preparate anzitempo, già da bambine, e in cui spesso facevano fatica a riconoscersi (mi riferisco a quelle figure femminili poco avvezze alle gravidanze e agli oneri che il connubio comportava). Analizzerò dunque l'istituzione matrimoniale in senso stretto partendo dagli albori dell'età repubblicana sino all'epoca imperiale, quando molte cose cambiarono complice anche la straordinaria emancipazione delle donne più ricche. 

La tradizione matrimoniale romana si riconosceva nell'antica formula del matrimonio cum manu, ossia il rito che sanciva il passaggio della donna dalla proprietà del padre a quella del marito; era l'epoca del potere assoluto del paterfamilias, che tutto poteva sui figli e la moglie, equiparata allo status delle figlie. Le donne non avevano diritto di ereditare e possedere beni e la loro dote passava direttamente al marito al momento del matrimonio, e l'unica parentale ufficiale riconosciuta era quella da parte maschile (agnatio). Questa posizione privilegiata del marito era stata sancita nelle antichissime Dodici Tavole risalenti ai tempi della monarchia, e molti secoli ci vollero perché cadesse in disuso. Altre antiche formule matrimoniali erano la confarreatio, la coemptio e l'usus, tutte e tre cadute in disuso già agli albori dell'Impero. L'usus fu il primo ad essere abolito, molto probabilmente già in età augustea, e consisteva nella coabitazione ininterrotta per un anno tra i coniugi, che - soprattutto se il marito era plebeo - conferiva loro gli stessi diritti legali (un vero e proprio usucapione). Una curiosità: la donna poteva porre fine all'unione allontanandosi per qualche notte di fila dalla casa. La confarreatio consisteva nel sacrificare a Giove Capitolino una torta di farro davanti ai massimi esponenti religiosi di Roma ed era una cerimonia riservata agli alti ranghi della società, mentre la coemptio era la vendita fittizia della figlia da parte del padre e riguardava gli strati plebei. Tutte e tre queste formule erano già sparite ai tempi di Tiberio, tanto che si attesta la comparsa di un matrimonio molto più moderno e simile al nostro: esso era sancito da un fidanzamento ufficiale, alla presenza di testimoni, dove i promessi sposi prendevano formalmente l'impegno di unirsi e dove lo sposo regalava alla promessa un anello, che andava infilato all'anulare della mano sinistra (proprio come oggi). Questo rito trova la sua spiegazione nelle conoscenze mediche dell'epoca: si credeva, infatti, che esistesse un nervo che dall'anulare giungesse al cervello, a sottolineare la solennità del momento. Da qui si passava poi alle nozze, di cui si conoscono quasi tutti i dettagli: la futura sposa doveva indossare determinati capi specifici, colmi di simbolismi, a partire dalla notte prima. I capelli erano raccolti in una rete rossa durante la nottata, per poi essere acconciati secondo l'uso delle Vestali (seni crines), coperti da un velo di colore arancio molto vivace (il flammeum) e ornati da una coroncina di verbena e maggiorana intrecciati. L'abito nuziale era una tunica molto semplice priva di orli, con una cintura attorno alla vita fermata da un nodo, che il marito avrebbe poi slacciato, e un mantello color zafferano. Come accessorio la sposa poteva indossare una collana di metallo attorno al collo. 



Alma - Tadema


Dopo la preparazione, la sposa attendeva il marito in casa propria, assieme ai parenti e agli amici. Dopo aver sacrificato un animale e preso gli aruspici, si procedeva - in silenzio - ad apporre i sigilli matrimoniali. Le mani degli sposi erano congiunte da una pronuba, una donna sposata solo una volta, a simboleggiare un'unione felice e duratura. Una volta esaminate le viscere degli animali ed aver espresso il favore degli dèi all'unione, le nozze rompevano il silenzio. Il rito si avviava allora verso la parte finale, con gli invitati intenti ad elargire formule augurali ed a godersi la festa; solo verso il tramonto l'atmosfera diverrà seria, quasi cupa, con la scomparsa dello sposo dalla scena. Un corteo costituito da suonatori era incaricato di prelevare la sposa strappandola dall'abbraccio materno, conducendola alla casa del marito. Qui, due amiche della sposa, le consegnavano il fuso e la conocchia, ad indicare i suoi futuri lavori domestici. Il marito l'aspettava sulla soglia, per celebrare un rito quanto mai odierno: la sposa ungeva con olii la soglia della casa per allontanare gli spiriti malvagi e a questo punto, i coniugi si scambiavano una promessa verbale, di cui conserviamo soltanto la parte finale, pronunciata dalla sposa: "Ubi tu Gaius, ego Gaia", che suona all'incirca come "Se sarai felice, lo sarò anche io". La spiegazione è che la donna assumeva - idealmente - il prenome del marito e si sottometteva a lui. A questo punto la sposa attraversava la soglia in braccio a due amici dello sposo per non sfiorarla con i piedi, un pessimo presagio e un segno nefasto. 
La pronuba accompagnava allora la sposa in camera da letto, togliendole tutti gli ornamenti e possibili oggetti che potevano ferire il marito durante il rapporto. Una volta sola, la sposa recitava una preghiera a Priapo, il dio della fertilità, finché lo sposo non entra nella stanza per consumare le nozze. Possiamo immaginare che nel caso di giovani donne questa fosse la parte più ardua. Molto spesso erano maritate a uomini più anziani di loro anche di vent'anni, magari amici del padre, e giungevano al rapporto sessuale completamente inesperte ed intimidite. Non dobbiamo dimenticare la concezione sessuale del periodo: marito e moglie dovevano pensare alla sola procreazione, dunque i loro rapporti carnali ci vengono descritti come freddi e privi di delicatezza, spesso addirittura vestiti. L'amore non era concepito all'interno della coppia, e per quello c'erano gli amanti. 

Successivamente, verso la fine della Repubblica, qualcosa cambiò. La formula del matrimonio restò pressoché invariata nella sua forma, ma alcuni iniziarono a spogliarla degli aspetti superflui preferendo nozze semplici ma sincere. Cambiò anche il ruolo della donna: con l'avvento del matrimonio sine manu ella poté disporre liberamente del proprio patrimonio una volta raggiunta l'età adulta, e prima poteva avvalersi dell'aiuto di un tutore. Le ricche aristocratiche romane poterono così emanciparsi e spesso non si sposarono affatto, preoccupando non poco imperatori come Augusto così attenti all'equilibrio demografico della città. Le donne potevano scegliere chi sposare e senza il consenso della sposa, le nozze non potevano essere celebrate. Tutti questi elementi si sono conservati sino a noi grazie all'azione del Cristianesimo, che ha conservato quasi interamente la formula cerimoniale pagana. 
E' chiaro però che il matrimonio sine manu portò anche delle conseguenze, come il crollo delle nascite e l'elevatissimo numero di divorzi. La nostra mente moderna concepisce il divorzio come un lungo iter dispendioso e burocratico, ma in età romana era tutto molto più semplice: i divorzi erano all'ordine del giorno e bastavano poche cause (sterilità della donna o mancanza di adfectio maritalis, cioé la volontà di vivere sotto lo stesso tetto) per rompere un'unione. I casi di divorzi annoverano tra loro figure celebri come Cicerone, che divorziò dalla moglie Terenzia dopo quasi trent'anni di matrimonio per sposare un'adolescente. Con un tale numero di divorzi e matrimoni sterili, era inevitabile che un moralizzatore come Augusto non corresse ai ripari. Emanò allora una legge che permetteva il divorzio alle donne sposate soltanto dopo aver concepito il terzo figlio, in modo da assicurare nascite fresche alla città. 


Fonti:
Jérome Carcopino, "La vita quotidiana a Roma", Economica Laterza, Bari, 1993
Francesca Cenerini, "La donna romana", Società editrice il Mulino, Bologna, 2002
Furio Sampoli, "Le grandi donne di Roma antica", Newton Compton,  2003
Alberto Angela, "Amore e sesso nell'antica Roma", Mondadori, Milano, 2012

giovedì 27 marzo 2014

Medieval dress "Igraine" tutorial

Hello ladies! Spring has officially come but the heavy rain of these made me think of winter :(
I  had enough time to start and complete a new medieval dress using the remaining burgundy fabric of my renaissance skirt. I used the Simplicity pattern 4940, designed by Andrea Schewe. The dresses displayed on the pattern remind a lot the Lord of the Rings costumes worn by Eowyn and Arwen. For my dress I chose the A model, inspired to Eowyn, and I want to use it for my personal project dedicated to Arthurian legends (that's why I called it Igraine).

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Since I used a remaining fabric I didn't spend too much for this project and I had to buy the lace only. I took my inspiration from a gothic dress of mine (I admit) and I changed a little the pattern project since my dress doesn't have the collar and I avoided sleeves lining. The dress construction has been really simple even if I had some problems with the back due to the fabric, so I won't bother you too much. After cutting the pieces of the dress I started putting them together with the baste stitch and I've to admit this process took me a while since the pieces were really long. 
The sleeves have been easier to sew than I thought and I'm pretty satisfied :)

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As final touch I added black lace all around the sleeves and the neckline.

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The finished dress on.
Igraine


What do you think?

venerdì 14 marzo 2014

"Lucrezia" italian renaissance dress

Hello folks, how are you? It seems winter is fading away, I really need spring! 
Today' I'd like to talk you about my last sewing project. It took me almost 5 months to finish it but I'm really satisfied! *smiles proudly*
I finally managed to sew an italian renaissance inspired costume, after watching several dresses during my researches on Pinterest (and Borgias, of course). I'm a beginner seamstress - keep it in mind! - but since many people asked me info about this project I decided to write an entry. First of all, I've to admit it's not a cheap project as the roman dress I sewed some weeks ago; I spent almost 70€ for fabrics, pattern, trims and threads and for me it's a small fortune. This is the complete list of used materials:

- Simplicity Pattern 9531, one of the closest designs to authentic renaissance fashion I found online
- 1.5 mt of red brocade for bodice and sleeves
- 5 mt of burgundy velvet for skirt and train
- 2.5 mt of golden trim

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I started measuring myself following the patten instructions, but then - alas - I discovered the bodice was too big to be a size 12. Cutting out the pattern is always the funnier part of the whole job, and I finished to cut it after a couple of minutes. I stitched together the bodice parts and the gauntlets but I had to made them tighter because of their size (so I would say to follow your own size with this pattern, because "bigger is better" is not the best choice!). Then I stopped this project since I couldn't find an appropriate fabric for the skirt. I had a beautiful burgundy velvet fabric at home but it wasn't enough for the skirt, even without train. After several months I could finally buy 6 metres of velvet from an online shop at an affordable price and so I started to work on the dress immediately. 
After cutting the skirt and train I spent a while attaching it to the bodice. The skirt seemed really big for my bust but - surprise! - I was wrong! After doing some ruffles on the back I could definitely see the shape of the gown, and I stitched all together with the sewing machine. 

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The trim took me almost a week to be sewed by hand with the backstitch, it was very heavy and the brocade didn't help. So after sewing it on the bodice I started to sew the zip on the back. I've to admit I used the sewing machine for bodice and skirt only, I find hand sewing more relaxing and "homemade". 
It was the turn of the gauntlets. I applied the trim and then, at last, I did the eyelets cutting a small hole with the découpage scissors. I spent some hours sewing their borders always by hand. Luckily the dress didn't need a huge hem and I just had to cut some cm at the front skirt. The last touch have been the red ribbons to keep the gauntlets attached to the bodice.

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And that's the dress on during a shooting!

Renaissance

giovedì 6 marzo 2014

La donna romana (seconda parte)


Tuttavia, non bisogna credere che le donne romane furono tagliate completamente fuori della società. Ci furono donne influenti e potenti, sebbene appartenessero ai soli alti ranghi dell'aristocrazia. Figure come Livia Drusilla, Agrippina o le donne della dinastia severiana ci permettono di capire come queste donne potessero influenzare il governo dei mariti o, in questo caso, dei figli, agendo da dietro le quinte. Livia è il fulcro di queste donne potenti, fu una donna caparbia e di potere. Ricordiamoci che le donne erano spesso "usate" come mezzo per ottenere influenti alleanze famigliari e matrimoniali, e il suo caso ci descrive perfettamente questa consolidata tradizione: sposò Augusto quando era incinta del primo marito, e i suoi figli furono allevati nella casa del principe come se fossero nati dalla loro unione (in effetti, si pensa che il secondogenito Druso fosse frutto di una relazione adultera proprio con Augusto). Livia e Augusto restarono assieme tutta la vita ma le fonti ci dipingono Livia come una donna assetata di potere che cercò, per tutto il regno del marito, di portare il figlio primogenito Tiberio sul trono imperiale, come in effetti accadde: uno ad uno, gli eredi designati da Augusto morirono, spesso in circostanze misteriose. Livia però non fu solo questo: fu una donna importante, carismatica, e molte donne si vantarono di discendere dalla sua dinastia. Sposò Augusto incinta del marito, suscitando scalpore, ma Augusto stesso non tardò ad emanare leggi per contenere i costumi romani sempre più disinibiti, cercando di riportare pudicizia e moralità. La loro fu un'unione in un periodo di transizione, in cui si cercava di porre rimedio agli eccessi dell'ultima Repubblica. 
Figure forti come Livia o Agrippina (la madre di Nerone) furono spesso maltrattate dalle fonti storiografiche, il più delle volte postume e misogine. Agrippina ci è stata tramandata come meschina, virile, superba, capace di sviare le scelte politiche del figlio che fece arrivare al trono eliminando i concorrenti (i figli di Claudio, avuti dalla precedente moglie Messalina). Si capisce dunque come le donne che maneggiavano effettivamente il potere fossero mal viste, preferendo di gran lunga figure più remissive dedite al ruolo naturale che la natura aveva prefissato; per il piacere e il divertimento c'erano le prostitute o le amanti, per la casa e la famiglia le mogli. Una moglie devota doveva stare lontano dal potere e dal lustro che ciò comportava, vivendo con e per il marito ma restando in una posizione subordinata. Ci furono ovviamente matrimoni felici e pieni d'amore reciproco, è bene ricordarlo, e non tutte le donne dovettero cercare conforto tra le braccia degli amanti. 
Il potere poteva minacciare i comportamenti femminili allontanandoli dalla consuetudine, dalla temperanza. Le donne erano così escluse da ogni carica pubblica, escluso il sacerdozio. Solo attraverso il servizio agli dèi o il matrimonio la donna poteva realizzare la propria natura, perché ella soltanto unendosi ad un uomo socialmente importante o venerando una divinità poteva innalzarsi agli occhi degli altri cittadini, non certo per il suo sesso biologico. Tuttavia, sebbene collegate a una sfera "pubblica", erano sempre donne e come tali, dovevano avere una funzione materna a tutti i costi, occupandosi di orfani o di giovani indigenti, esattamente come l'imperatore era il padre della patria. 


Le donne, però, non potevano lavorare nei campi. In questo caso la laboriosità femminile di ceto libero era deprecata in quanto indice di estrema povertà e di incapacità maschile di sopperire ai bisogni della donna - per natura più debole - ma non per le donne schiave. Gli schiavi - maschi o femmine - erano considerati alla stregua di animali e dovevano essere dediti al lavoro, mentre le donne libere era meglio evitassero certe mansioni considerate poco adatte alla loro virtù, come ad esempio le locandiere (che oltre ai servire ai tavoli  delle popinae, si prostituivano ai clienti), le mezzane (le lenae, che inducevano le giovani a prostituirsi) o le attrici. 
Da questo quadro emerge una figura di donna che vive di riflesso dell'uomo, in una società poco propensa a lasciarle ampi spazi di autonomia anche negli strati più alti della nobiltà; la donna indipendente, ricca, o lavoratrice spaventava gli uomini romani, abituati per tradizione ad un suo ruolo sottomesso e poco intraprendente. La donna per eccellenza era quella pudica, ma anche dietro all'uso tradizionale del fuso e della conocchia potevano nascondersi inganni e trappole tese all'uomo: il ricamo, come la filatura, erano ambiti che l'uomo non conosceva, e che potevano nascondere le macchinazioni femminili. L'uomo doveva sempre essere un gradino sopra di lei per non caderne vittima. 

Fonti:
Jérome Carcopino, "La vita quotidiana a Roma", Economica Laterza, Bari, 1993
Francesca Cenerini, "La donna romana", Società editrice il Mulino, Bologna, 2002
Furio Sampoli, "Le grandi donne di Roma antica", Newton Compton,  2003
Alberto Angela, "Amore e sesso nell'antica Roma", Mondadori, Milano, 2012


venerdì 28 febbraio 2014

La donna romana (prima parte)

Il modello tradizionale di donna romana può risultare famigliare, per non dire quanto mai moderno, agli occhi del pubblico che l'analizza: figlia obbediente prima, moglie devota poi e madre in seguito, laboriosa e poco istruita, lontana da occhi indiscreti. Un cliché ben assortito dall'antichità fino a (quasi) i giorni nostri, passando per il Medioevo e l'età moderna. La donna romana offre un arco di studio quanto mai vario e approfondito in quasi tutti gli aspetti della sua vita quotidiana, dalla routine agli aspetti sociali e morali, che è tutt'altro che semplicistico: è vero che la dicotomia donna virtuosa - donna perduta (perché magari di condizione sociale servile oppure adultera) costituiva il grosso della concezione femminile del mondo romano, ma analizzando queste donne si scoprirà che il quadro è molto più complesso. La società romana ci ha tramandato figure di donne altamente istruite e libere di disporre dei loro patrimoni a piacimento, di scegliersi gli amanti e di condurre una vita - quanto mai - emancipata ma, ahimè, tali esempi restano circoscritti all'alta aristocrazia. Delle donne più umili poco si sa, e probabilmente si saprà, e quel poco che conosciamo è legato alla tradizione rurale del mondo italico e, più generalmente, antico (non dimentichiamo che la donna greca era poco più di una schiava e che non si emancipo' mai).  Non dobbiamo dimenticare - tuttavia - che ciò che sappiamo a proposito di queste donne è legato a testimonianze quasi sempre maschili e fortemente critiche nei confronti del mondo femminile, e dunque è necessario soppesare qualsiasi informazione.


Il modello più diffuso di donna romana era, senza dubbio, quello legato alla tradizione arcaica di Roma, rappresentato dalla figura di Lucrezia. La sua sfortunata storia servirà da modello per tutte le generazioni di donne successive: moglie fedele e laboriosa, preferì suicidarsi dopo aver subito uno stupro anziché far vivere il marito nella vergogna. Analogo l'episodio della giovane e bellissima Virginia, uccisa dal padre per preservarne l'onore anziché concederla alle voglie del decemviro Appio Claudio. 
Sin da subito, quindi, la donna romana fu destinata ad una dimensione prettamente casalinga, filando e tessendo; questa sua condizione si evince anche dal sistema onomastico tradizionale, che attribuiva all'uomo nato libero tre nomi (tria nomina), mentre alla donna soltanto due, non avendo diritto alla vita politica. Il nome personale era però sconosciuto agli estranei, come se ciò potesse proteggerle. Non si tratta tanto di misogamia, quanto piuttosto di una consuetudine antichissima, che riconosceva nella differente natura dei sessi la divisione dei lavori. Le donne, dunque, sarebbero escluse dai lavori pubblici e dalla vita militare per la loro natura più fragile. 
Se pensiamo alle donne medievali, possiamo vedere come molti aspetti siano comuni: la donna virtuosa era colei che si nascondeva agli sguardi altrui, che restava fedele al marito ed alla famiglia, che parlava poco. L'abbigliamento più consono era frugale e poco disinibito, per distinguersi dalle prostitute, con un uso moderato di trucco e unguenti; viene subito alla mente il caso di Cornelia, la figlia di Scipione l'Africano, che preferiva adornarsi della virtù dei figli anziché di gioielli e belletti. Cornelia fu importantissima per la formazione e le attività politiche dei due figli Tiberio e Gaio Gracco, entrambi tribuni della plebe e dotati di un eloquio eccellentissimo. Ella fu un caso raro, tuttavia: alcune donne erano abbastanza istruite da poter insegnare ai figli e alle figlie, ma si trattava pur sempre di un numero molto ristretto, relativo all'élite aristocratica o senatoriale, e non sempre vista di buon occhio. Una donna colta poteva, infatti, risultare molto antipatica ad un  uomo come quello romano, abituato a pontificare su tutto e a veder riconosciuta la propria superiorità.


Si trattava, dunque, di una società patriarcale dove tutto ruotava attorno alla componente maschile della società e della famiglia; la donna era poco di un oggetto che passava dalla tutela del padre a quella del marito, sebbene con la fine della Repubblica qualcosa cambiò. Al matrimonio cum manu (da cui deriva  l'atto, oggi perlopiù figurativo, di chiedere al padre la mano della figlia) si passò a quello sine manu, che permetteva alla donna di conservare i suoi beni all'interno della propria famiglia, senza doverli cedere al marito. La trasformazione del rito matrimoniale provocò un movimento all'interno della società: le donne divennero, per la prima volta, libere di disporre dei propri patrimoni, emancipandosi. C'è comunque da sottolineare che le donne potevano divorziare già dall'età arcaica: il matrimonio poteva essere annullato in caso di sterilità o infedeltà della donna, o nel caso venisse a mancare l'adfectio maritalis, cioé la voglia di anche solo uno dei coniugi di vivere assieme. I divorzi divennero così numerosi che Augusto dovette correre ai ripari durante i primi anni del suo principato, imponendo alle donne di divorziare solo dopo aver partorito al marito almeno tre figli.
C'era, però, una specifica categorie di donne che godeva di uno status giuridico tutto particolare. Le Vestali erano le più alte sacerdotesse di Roma, onorate e rispettate, su cui gravava l'incarico di mantenere il focolare della dea sempre acceso e di restare vergini per tutta la durata trentennale del loro mandato. Se scoperte ad avere rapporti carnali, atto che normalmente veniva scoperto a causa di gravidanze oppure avvenimenti infausti per la città, la pena che spettava loro era terribile: condannate ad essere sepolte vive, le Vestali trascorrevano i loro ultimi giorni allontanate dalla sfera dei vivi. A loro si univano le donne "trasgressive" per antonomasia che la storiografia ci ha tramandato, da Clodia (la Lesbia amata da Catullo) a  Messalina, giungendo sino a Giulia, l'amatissima figlia di Augusto costretta poi all'esilio per la sua scandalosa condotta. Queste figure s'impongono come pilastri avversi all'ideale tradizionale di donna romana, una donna come Cornelia o come Ottavia, la sorella di Augusto, fedele al marito anche quando egli la ripudiò per Cleopatra.
Le donne, dunque, era meglio che restassero nell'ombra, senza aspirazioni di potere o particolari ambizioni, tranne che per la sfera casalinga o materna. L'unico modo per aspirare all'emancipazione era seguire un modus operandi tipicamente maschile, e dunque condannabile. La donna esisteva sempre in funzione di un uomo e se provava ad infrangere le barriere del mos maiorum, era concepita come una "donna facile", di infima condizione, corrotta (e in questa lista si annoverano le prostitute, le attrici, le ballerine...) e pubblicamente derisa. Le prostitute, infatti, erano costrette a tingersi i capelli di rosso e ad indossare una veste di lino succinta e trasparente, a differenza dell'abbigliamento classico della matrona, per sottolineare la sua condizione malfamata.
Sembra che alla donna romana spettasse una mera funzione riproduttiva, come sarà per altri secoli a venire. Erano i figli, la vera potenza femminile. Nella sfera privata la moglie non doveva provare piacere fisico durante l'atto sessuale, che spesso avveniva al buio e completamente vestiti, perchè il sesso all'interno della coppia serviva soltanto a procreare. L'amore e la passione erano spesso ricercati altrove, con la differenza che la donna doveva prendere determinati accorgimenti in caso di relazioni extraconiugali, mentre al marito era tutto concesso (fuorché avesse un ruolo passivo nei rapporti omosessuali). La padrona di casa poteva intrattenere relazioni con altri uomini, spesso schiavi, ma cercando di non farlo sapere; per questo motivo spesso si ricorreva agli schiavi domestici, costretti al silenzio. Tuttavia, spesso i mariti chiudevano un occhio e l'unico caso in cui erano davvero intransigenti era la relazione omosessuale tra due donne, percepita e condannata come la peggiore perversione sessuale che una donna potesse avere.

(Fine prima parte)

Fonti:
Francesca Cenerini, "La donna romana", Società editrice il Mulino, Bologna, 2002
Furio Sampoli, "Le grandi donne di Roma antica", Newton Compton,  2003
Alberto Angela, "Amore e sesso nell'antica Roma", Mondadori, Milano, 2012



martedì 25 febbraio 2014

Pompei, il film

Attenzione: questo post contiene anticipazioni sulla trama del film.



Uscito nelle sale italiane la scorsa settimana, il colossal hollywoodiano sull'eruzione più famosa del mondo ha subito attirato la mia attenzione. In molti avete domandato la mia opinione a proposito del film, probabilmente aspettandovi un lungo elenco di errori storici riscontrati durante la visione. 
La realtà è che il film mi è piaciuto molto, soprattutto per il sapiente utilizzo della grafica e degli effetti speciali. La trama non è tuttavia delle migliori, riproponendo il solito cliché dei Romani cattivi, assetati di speculazione, desiderosi soltanto di vedere uomini sgozzarsi nell'arena. Mi sento dunque in dovere di appoggiare la critica del film dello storico Andrea Giardina, il quale ha sottolineato questi aspetti del film e le similitudini con il più noto "Gladiatore" di Ridley Scott (la parte dei combattimenti occupa gran parte del film, ben più dell'eruzione e della storia d'amore tra i protagonisti). 

Non mancano, così, il senatore avido e corrotto, la fanciulla di buona famiglia dall'animo puro e ribelle, i barbari oppressi nel sangue in nome di Roma, i gladiatori costretti a combattere, e a morire, per la propria libertà. Niente di nuovo. Non è mia intenzione discutere sugli errori storici del film in questa sede, ma ricordiamoci (giusto per approfondire un aspetto) che per molti la gladiatura era una scelta, un modo per ottenere fama, soldi, successo e donne (la scena della ricca matrona che paga per ottenere i servigi di Attico è veritiera, poiché le abbienti donne di Roma erano disposte a sborsare grosse cifre per godere della compagnia di un aitante gladiatore, e molte erano anche quelle che instauravano relazioni extraconiugali). Insomma, non tutti i gladiatori erano schiavi e prigionieri di guerra, molti erano trattati come dei veri e propri idoli (come gli aurighi, del resto). Ai tempi della vicenda (79 d.C.) la rivolta di Spartaco e dei suoi seguaci è ormai un lontano ricordo.
Sullo sfondo di tutto incombe l'ombra minacciosa del Vesuvio, che fa mostra di sé già dalle prime scene del film con tutta una serie di vapori e scosse. I Romani non sapevano si trattasse di un vulcano attivo e i locali lo chiamavano amichevolmente "la montagna", traendo numerosi benifici economici dalla terra eccezionalmente fertile che lo ricopriva (è dunque vera l'immagine dei boschi rigogliosi distrutti durante la colata lavica). Veritiera è anche la triste fine dei due amanti, travolti dalla nube incadescente che si riversa sulla città durante le ultime scene del film. Come loro perirono moltissime persone, soffocate dalle esalazioni o bruciate vive. Dagli scavi di Ercolano è emerso che molti persero la vita per lo scoppio della calotta cranica, dovuta all'altissima temperatura raggiunta dall'aria, quindi è un po' inverosimile che i nostri protagonisti siano riusciti a correre industurbati per le vie della città durante l'eruzione, avendo anche la forza di tornare nell'arena per qualche istante. Ma è la magia della pellicola. Vera è anche la pausa durante l'eruzione (che nella realtà durò qualche ora, nel film pochi minuti) che si rivelò una trappola mortale per coloro che tornarono a cercare beni e persone care in città, così come vera è anche la scena del cedimento della caldera del vulcano su sé stessa.
Insomma, un finale lieto in questa vicenda avrebbe probabilmente stravolto il senso del film, ma è bene ricordare che qualcuno riuscì a scappare da quell'inferno e a raccontarlo. Di errori ce ne sarebbero altri, ma è risaputo che la Storia e l'audience spesso non vanno a braccetto. Resta, comunque, un bel prodotto che consiglio a ttuti di vedere. Sia mai che faccia rinascere nell'italico pubblico (invero poco attento al propri beni culturali) l'attenzione per quell'incredibile patrimonio artistico e architettonico che è Pompei. 

venerdì 21 febbraio 2014

Shooting: Alex Golisano Fotografia

Meeting a photographer again after three years? Yeah, it happens. I met Alex Golisano last month for a new shooting, after three years from our last set together.
It has been sooo funny seeing him again and discover nothing changed! We took some medieval and fantasy shots as usual and I tried to do a different hairstyle playing with my braids. The result has been a sort of bavarian/princess Leila hairstyle which didn't want to stay attached to my head. I put several bobby pins to keep them in place but they lasted for some minutes only :( Anyway, people loved it a lot on my Facebook fanpage so it's ok :P

You can visit Alex's Fb page here: https://www.facebook.com/alegolph 

Medieval


Fantasy


Gothic


Bavarian

Shooting: Valeria Forno Photography

Girls do it better. This one has been my first shooting with a girl after such a long time, and I'm really satisfied of these photos! I meet the young Valeria in Turin, to take some gothic, medieval and fantasy shots. Nothing new, you could say, but this was her first medieval shooting and I tried to do all my best to make both of us satisfied. 
And you, what do you think of our shots? ;)

Visit her Fb page here: https://www.facebook.com/ValeriaFornoPhoto

Medieval

Medieval

Medieval

Gothic

Gothic

Butterflies

lunedì 3 febbraio 2014

Roman dress "Gaia"

Hello guys, the end of the month is near and I'm passing these cold winter days sewing a new roman dress.
I found at the local market a beautiful remnant of deep green fabric in synthetic fibres (I think it's polyester) large enough for a dress, and so I bought it with another camouflage fabric. To be honest I wasn't thinking to another roman dress but when I saw the fabric I couldn't resist!

Roman Dress "Gaia" photo DSCF0281_zpsb07b4c26.png
The fabric
To sew this dress you'll need: 
- Fabric 
- Thread 
- Scissor
- A sewing machine, but you can avoid it if you want a more historical look. 

The fabric is soft as silk and the green is simply luscious! I didn't use a pattern so I put the fabric on the floor and I drew by hand the figure of shoulders with a chalk, after measuring my own shoulders. I have a one shoulder tunic already but for this one I wanted something different: I took my inspiration from the Spartacus TV series and I found in the character of  Gaia a nice reference: her dress has a deep V neckline and it's made of light green silk with golden embroidery, and the shape of the cloth seems quite historical.

Gaia
My dress will look like this on the shoulders but the neckline will be less evident and I'll wear a blue tunic as underwear since my fabric is quite see-through. 

The construction of the dress is really simple, so if you're a beginner seamstress like me you won't find it hard. So, after drawing the straps with the chalk I started sewing the hems by hand, finishing them with the sewing machine later for a better look. Then I sewed both sides together and put it on: I'm used to sew clothes a little bit bigger than my real size so I'll have to adjust the dress on my hips in a second moment. 

 photo DSCF0283_zps46531324.png
Particular of the seam
To decorate the shoulders I applied by hand two silver buttons with Medusa's effigy (I'm in love with them!)

Roman Dress "Gaia" photo DSCF0291_zps67d03a09.png
The buttons. 
Keep in mind: don't throw away scraps! You can always use them as ribbons or as decorations for your hair if they're big enough :) I'll use mine for the typical roman hairstyle I use during historical fairs. 
I noticed the dresses displayed in Spartacus have many layers of different fabrics but I find this style more fantasy than roman, even if women from upper classes wore dresses made of rich materials and with vivid colours. I hand stitched a hair comb to keep the veil on my head (don't forget this step if you don't want to lose it when you move, my suggestion is to make a braid and then put the hair comb there - a fake braid is good too). 

Total amount: less than 10€, if you're lucky it's a very low budget project!  

Photo by Franco Russo



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