giovedì 6 marzo 2014

La donna romana (seconda parte)


Tuttavia, non bisogna credere che le donne romane furono tagliate completamente fuori della società. Ci furono donne influenti e potenti, sebbene appartenessero ai soli alti ranghi dell'aristocrazia. Figure come Livia Drusilla, Agrippina o le donne della dinastia severiana ci permettono di capire come queste donne potessero influenzare il governo dei mariti o, in questo caso, dei figli, agendo da dietro le quinte. Livia è il fulcro di queste donne potenti, fu una donna caparbia e di potere. Ricordiamoci che le donne erano spesso "usate" come mezzo per ottenere influenti alleanze famigliari e matrimoniali, e il suo caso ci descrive perfettamente questa consolidata tradizione: sposò Augusto quando era incinta del primo marito, e i suoi figli furono allevati nella casa del principe come se fossero nati dalla loro unione (in effetti, si pensa che il secondogenito Druso fosse frutto di una relazione adultera proprio con Augusto). Livia e Augusto restarono assieme tutta la vita ma le fonti ci dipingono Livia come una donna assetata di potere che cercò, per tutto il regno del marito, di portare il figlio primogenito Tiberio sul trono imperiale, come in effetti accadde: uno ad uno, gli eredi designati da Augusto morirono, spesso in circostanze misteriose. Livia però non fu solo questo: fu una donna importante, carismatica, e molte donne si vantarono di discendere dalla sua dinastia. Sposò Augusto incinta del marito, suscitando scalpore, ma Augusto stesso non tardò ad emanare leggi per contenere i costumi romani sempre più disinibiti, cercando di riportare pudicizia e moralità. La loro fu un'unione in un periodo di transizione, in cui si cercava di porre rimedio agli eccessi dell'ultima Repubblica. 
Figure forti come Livia o Agrippina (la madre di Nerone) furono spesso maltrattate dalle fonti storiografiche, il più delle volte postume e misogine. Agrippina ci è stata tramandata come meschina, virile, superba, capace di sviare le scelte politiche del figlio che fece arrivare al trono eliminando i concorrenti (i figli di Claudio, avuti dalla precedente moglie Messalina). Si capisce dunque come le donne che maneggiavano effettivamente il potere fossero mal viste, preferendo di gran lunga figure più remissive dedite al ruolo naturale che la natura aveva prefissato; per il piacere e il divertimento c'erano le prostitute o le amanti, per la casa e la famiglia le mogli. Una moglie devota doveva stare lontano dal potere e dal lustro che ciò comportava, vivendo con e per il marito ma restando in una posizione subordinata. Ci furono ovviamente matrimoni felici e pieni d'amore reciproco, è bene ricordarlo, e non tutte le donne dovettero cercare conforto tra le braccia degli amanti. 
Il potere poteva minacciare i comportamenti femminili allontanandoli dalla consuetudine, dalla temperanza. Le donne erano così escluse da ogni carica pubblica, escluso il sacerdozio. Solo attraverso il servizio agli dèi o il matrimonio la donna poteva realizzare la propria natura, perché ella soltanto unendosi ad un uomo socialmente importante o venerando una divinità poteva innalzarsi agli occhi degli altri cittadini, non certo per il suo sesso biologico. Tuttavia, sebbene collegate a una sfera "pubblica", erano sempre donne e come tali, dovevano avere una funzione materna a tutti i costi, occupandosi di orfani o di giovani indigenti, esattamente come l'imperatore era il padre della patria. 


Le donne, però, non potevano lavorare nei campi. In questo caso la laboriosità femminile di ceto libero era deprecata in quanto indice di estrema povertà e di incapacità maschile di sopperire ai bisogni della donna - per natura più debole - ma non per le donne schiave. Gli schiavi - maschi o femmine - erano considerati alla stregua di animali e dovevano essere dediti al lavoro, mentre le donne libere era meglio evitassero certe mansioni considerate poco adatte alla loro virtù, come ad esempio le locandiere (che oltre ai servire ai tavoli  delle popinae, si prostituivano ai clienti), le mezzane (le lenae, che inducevano le giovani a prostituirsi) o le attrici. 
Da questo quadro emerge una figura di donna che vive di riflesso dell'uomo, in una società poco propensa a lasciarle ampi spazi di autonomia anche negli strati più alti della nobiltà; la donna indipendente, ricca, o lavoratrice spaventava gli uomini romani, abituati per tradizione ad un suo ruolo sottomesso e poco intraprendente. La donna per eccellenza era quella pudica, ma anche dietro all'uso tradizionale del fuso e della conocchia potevano nascondersi inganni e trappole tese all'uomo: il ricamo, come la filatura, erano ambiti che l'uomo non conosceva, e che potevano nascondere le macchinazioni femminili. L'uomo doveva sempre essere un gradino sopra di lei per non caderne vittima. 

Fonti:
Jérome Carcopino, "La vita quotidiana a Roma", Economica Laterza, Bari, 1993
Francesca Cenerini, "La donna romana", Società editrice il Mulino, Bologna, 2002
Furio Sampoli, "Le grandi donne di Roma antica", Newton Compton,  2003
Alberto Angela, "Amore e sesso nell'antica Roma", Mondadori, Milano, 2012


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