giovedì 27 marzo 2014

Medieval dress "Igraine" tutorial

Hello ladies! Spring has officially come but the heavy rain of these made me think of winter :(
I  had enough time to start and complete a new medieval dress using the remaining burgundy fabric of my renaissance skirt. I used the Simplicity pattern 4940, designed by Andrea Schewe. The dresses displayed on the pattern remind a lot the Lord of the Rings costumes worn by Eowyn and Arwen. For my dress I chose the A model, inspired to Eowyn, and I want to use it for my personal project dedicated to Arthurian legends (that's why I called it Igraine).

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Since I used a remaining fabric I didn't spend too much for this project and I had to buy the lace only. I took my inspiration from a gothic dress of mine (I admit) and I changed a little the pattern project since my dress doesn't have the collar and I avoided sleeves lining. The dress construction has been really simple even if I had some problems with the back due to the fabric, so I won't bother you too much. After cutting the pieces of the dress I started putting them together with the baste stitch and I've to admit this process took me a while since the pieces were really long. 
The sleeves have been easier to sew than I thought and I'm pretty satisfied :)

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As final touch I added black lace all around the sleeves and the neckline.

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The finished dress on.
Igraine


What do you think?

venerdì 14 marzo 2014

"Lucrezia" italian renaissance dress

Hello folks, how are you? It seems winter is fading away, I really need spring! 
Today' I'd like to talk you about my last sewing project. It took me almost 5 months to finish it but I'm really satisfied! *smiles proudly*
I finally managed to sew an italian renaissance inspired costume, after watching several dresses during my researches on Pinterest (and Borgias, of course). I'm a beginner seamstress - keep it in mind! - but since many people asked me info about this project I decided to write an entry. First of all, I've to admit it's not a cheap project as the roman dress I sewed some weeks ago; I spent almost 70€ for fabrics, pattern, trims and threads and for me it's a small fortune. This is the complete list of used materials:

- Simplicity Pattern 9531, one of the closest designs to authentic renaissance fashion I found online
- 1.5 mt of red brocade for bodice and sleeves
- 5 mt of burgundy velvet for skirt and train
- 2.5 mt of golden trim

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I started measuring myself following the patten instructions, but then - alas - I discovered the bodice was too big to be a size 12. Cutting out the pattern is always the funnier part of the whole job, and I finished to cut it after a couple of minutes. I stitched together the bodice parts and the gauntlets but I had to made them tighter because of their size (so I would say to follow your own size with this pattern, because "bigger is better" is not the best choice!). Then I stopped this project since I couldn't find an appropriate fabric for the skirt. I had a beautiful burgundy velvet fabric at home but it wasn't enough for the skirt, even without train. After several months I could finally buy 6 metres of velvet from an online shop at an affordable price and so I started to work on the dress immediately. 
After cutting the skirt and train I spent a while attaching it to the bodice. The skirt seemed really big for my bust but - surprise! - I was wrong! After doing some ruffles on the back I could definitely see the shape of the gown, and I stitched all together with the sewing machine. 

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The trim took me almost a week to be sewed by hand with the backstitch, it was very heavy and the brocade didn't help. So after sewing it on the bodice I started to sew the zip on the back. I've to admit I used the sewing machine for bodice and skirt only, I find hand sewing more relaxing and "homemade". 
It was the turn of the gauntlets. I applied the trim and then, at last, I did the eyelets cutting a small hole with the découpage scissors. I spent some hours sewing their borders always by hand. Luckily the dress didn't need a huge hem and I just had to cut some cm at the front skirt. The last touch have been the red ribbons to keep the gauntlets attached to the bodice.

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And that's the dress on during a shooting!

Renaissance

giovedì 6 marzo 2014

La donna romana (seconda parte)


Tuttavia, non bisogna credere che le donne romane furono tagliate completamente fuori della società. Ci furono donne influenti e potenti, sebbene appartenessero ai soli alti ranghi dell'aristocrazia. Figure come Livia Drusilla, Agrippina o le donne della dinastia severiana ci permettono di capire come queste donne potessero influenzare il governo dei mariti o, in questo caso, dei figli, agendo da dietro le quinte. Livia è il fulcro di queste donne potenti, fu una donna caparbia e di potere. Ricordiamoci che le donne erano spesso "usate" come mezzo per ottenere influenti alleanze famigliari e matrimoniali, e il suo caso ci descrive perfettamente questa consolidata tradizione: sposò Augusto quando era incinta del primo marito, e i suoi figli furono allevati nella casa del principe come se fossero nati dalla loro unione (in effetti, si pensa che il secondogenito Druso fosse frutto di una relazione adultera proprio con Augusto). Livia e Augusto restarono assieme tutta la vita ma le fonti ci dipingono Livia come una donna assetata di potere che cercò, per tutto il regno del marito, di portare il figlio primogenito Tiberio sul trono imperiale, come in effetti accadde: uno ad uno, gli eredi designati da Augusto morirono, spesso in circostanze misteriose. Livia però non fu solo questo: fu una donna importante, carismatica, e molte donne si vantarono di discendere dalla sua dinastia. Sposò Augusto incinta del marito, suscitando scalpore, ma Augusto stesso non tardò ad emanare leggi per contenere i costumi romani sempre più disinibiti, cercando di riportare pudicizia e moralità. La loro fu un'unione in un periodo di transizione, in cui si cercava di porre rimedio agli eccessi dell'ultima Repubblica. 
Figure forti come Livia o Agrippina (la madre di Nerone) furono spesso maltrattate dalle fonti storiografiche, il più delle volte postume e misogine. Agrippina ci è stata tramandata come meschina, virile, superba, capace di sviare le scelte politiche del figlio che fece arrivare al trono eliminando i concorrenti (i figli di Claudio, avuti dalla precedente moglie Messalina). Si capisce dunque come le donne che maneggiavano effettivamente il potere fossero mal viste, preferendo di gran lunga figure più remissive dedite al ruolo naturale che la natura aveva prefissato; per il piacere e il divertimento c'erano le prostitute o le amanti, per la casa e la famiglia le mogli. Una moglie devota doveva stare lontano dal potere e dal lustro che ciò comportava, vivendo con e per il marito ma restando in una posizione subordinata. Ci furono ovviamente matrimoni felici e pieni d'amore reciproco, è bene ricordarlo, e non tutte le donne dovettero cercare conforto tra le braccia degli amanti. 
Il potere poteva minacciare i comportamenti femminili allontanandoli dalla consuetudine, dalla temperanza. Le donne erano così escluse da ogni carica pubblica, escluso il sacerdozio. Solo attraverso il servizio agli dèi o il matrimonio la donna poteva realizzare la propria natura, perché ella soltanto unendosi ad un uomo socialmente importante o venerando una divinità poteva innalzarsi agli occhi degli altri cittadini, non certo per il suo sesso biologico. Tuttavia, sebbene collegate a una sfera "pubblica", erano sempre donne e come tali, dovevano avere una funzione materna a tutti i costi, occupandosi di orfani o di giovani indigenti, esattamente come l'imperatore era il padre della patria. 


Le donne, però, non potevano lavorare nei campi. In questo caso la laboriosità femminile di ceto libero era deprecata in quanto indice di estrema povertà e di incapacità maschile di sopperire ai bisogni della donna - per natura più debole - ma non per le donne schiave. Gli schiavi - maschi o femmine - erano considerati alla stregua di animali e dovevano essere dediti al lavoro, mentre le donne libere era meglio evitassero certe mansioni considerate poco adatte alla loro virtù, come ad esempio le locandiere (che oltre ai servire ai tavoli  delle popinae, si prostituivano ai clienti), le mezzane (le lenae, che inducevano le giovani a prostituirsi) o le attrici. 
Da questo quadro emerge una figura di donna che vive di riflesso dell'uomo, in una società poco propensa a lasciarle ampi spazi di autonomia anche negli strati più alti della nobiltà; la donna indipendente, ricca, o lavoratrice spaventava gli uomini romani, abituati per tradizione ad un suo ruolo sottomesso e poco intraprendente. La donna per eccellenza era quella pudica, ma anche dietro all'uso tradizionale del fuso e della conocchia potevano nascondersi inganni e trappole tese all'uomo: il ricamo, come la filatura, erano ambiti che l'uomo non conosceva, e che potevano nascondere le macchinazioni femminili. L'uomo doveva sempre essere un gradino sopra di lei per non caderne vittima. 

Fonti:
Jérome Carcopino, "La vita quotidiana a Roma", Economica Laterza, Bari, 1993
Francesca Cenerini, "La donna romana", Società editrice il Mulino, Bologna, 2002
Furio Sampoli, "Le grandi donne di Roma antica", Newton Compton,  2003
Alberto Angela, "Amore e sesso nell'antica Roma", Mondadori, Milano, 2012


venerdì 28 febbraio 2014

La donna romana (prima parte)

Il modello tradizionale di donna romana può risultare famigliare, per non dire quanto mai moderno, agli occhi del pubblico che l'analizza: figlia obbediente prima, moglie devota poi e madre in seguito, laboriosa e poco istruita, lontana da occhi indiscreti. Un cliché ben assortito dall'antichità fino a (quasi) i giorni nostri, passando per il Medioevo e l'età moderna. La donna romana offre un arco di studio quanto mai vario e approfondito in quasi tutti gli aspetti della sua vita quotidiana, dalla routine agli aspetti sociali e morali, che è tutt'altro che semplicistico: è vero che la dicotomia donna virtuosa - donna perduta (perché magari di condizione sociale servile oppure adultera) costituiva il grosso della concezione femminile del mondo romano, ma analizzando queste donne si scoprirà che il quadro è molto più complesso. La società romana ci ha tramandato figure di donne altamente istruite e libere di disporre dei loro patrimoni a piacimento, di scegliersi gli amanti e di condurre una vita - quanto mai - emancipata ma, ahimè, tali esempi restano circoscritti all'alta aristocrazia. Delle donne più umili poco si sa, e probabilmente si saprà, e quel poco che conosciamo è legato alla tradizione rurale del mondo italico e, più generalmente, antico (non dimentichiamo che la donna greca era poco più di una schiava e che non si emancipo' mai).  Non dobbiamo dimenticare - tuttavia - che ciò che sappiamo a proposito di queste donne è legato a testimonianze quasi sempre maschili e fortemente critiche nei confronti del mondo femminile, e dunque è necessario soppesare qualsiasi informazione.


Il modello più diffuso di donna romana era, senza dubbio, quello legato alla tradizione arcaica di Roma, rappresentato dalla figura di Lucrezia. La sua sfortunata storia servirà da modello per tutte le generazioni di donne successive: moglie fedele e laboriosa, preferì suicidarsi dopo aver subito uno stupro anziché far vivere il marito nella vergogna. Analogo l'episodio della giovane e bellissima Virginia, uccisa dal padre per preservarne l'onore anziché concederla alle voglie del decemviro Appio Claudio. 
Sin da subito, quindi, la donna romana fu destinata ad una dimensione prettamente casalinga, filando e tessendo; questa sua condizione si evince anche dal sistema onomastico tradizionale, che attribuiva all'uomo nato libero tre nomi (tria nomina), mentre alla donna soltanto due, non avendo diritto alla vita politica. Il nome personale era però sconosciuto agli estranei, come se ciò potesse proteggerle. Non si tratta tanto di misogamia, quanto piuttosto di una consuetudine antichissima, che riconosceva nella differente natura dei sessi la divisione dei lavori. Le donne, dunque, sarebbero escluse dai lavori pubblici e dalla vita militare per la loro natura più fragile. 
Se pensiamo alle donne medievali, possiamo vedere come molti aspetti siano comuni: la donna virtuosa era colei che si nascondeva agli sguardi altrui, che restava fedele al marito ed alla famiglia, che parlava poco. L'abbigliamento più consono era frugale e poco disinibito, per distinguersi dalle prostitute, con un uso moderato di trucco e unguenti; viene subito alla mente il caso di Cornelia, la figlia di Scipione l'Africano, che preferiva adornarsi della virtù dei figli anziché di gioielli e belletti. Cornelia fu importantissima per la formazione e le attività politiche dei due figli Tiberio e Gaio Gracco, entrambi tribuni della plebe e dotati di un eloquio eccellentissimo. Ella fu un caso raro, tuttavia: alcune donne erano abbastanza istruite da poter insegnare ai figli e alle figlie, ma si trattava pur sempre di un numero molto ristretto, relativo all'élite aristocratica o senatoriale, e non sempre vista di buon occhio. Una donna colta poteva, infatti, risultare molto antipatica ad un  uomo come quello romano, abituato a pontificare su tutto e a veder riconosciuta la propria superiorità.


Si trattava, dunque, di una società patriarcale dove tutto ruotava attorno alla componente maschile della società e della famiglia; la donna era poco di un oggetto che passava dalla tutela del padre a quella del marito, sebbene con la fine della Repubblica qualcosa cambiò. Al matrimonio cum manu (da cui deriva  l'atto, oggi perlopiù figurativo, di chiedere al padre la mano della figlia) si passò a quello sine manu, che permetteva alla donna di conservare i suoi beni all'interno della propria famiglia, senza doverli cedere al marito. La trasformazione del rito matrimoniale provocò un movimento all'interno della società: le donne divennero, per la prima volta, libere di disporre dei propri patrimoni, emancipandosi. C'è comunque da sottolineare che le donne potevano divorziare già dall'età arcaica: il matrimonio poteva essere annullato in caso di sterilità o infedeltà della donna, o nel caso venisse a mancare l'adfectio maritalis, cioé la voglia di anche solo uno dei coniugi di vivere assieme. I divorzi divennero così numerosi che Augusto dovette correre ai ripari durante i primi anni del suo principato, imponendo alle donne di divorziare solo dopo aver partorito al marito almeno tre figli.
C'era, però, una specifica categorie di donne che godeva di uno status giuridico tutto particolare. Le Vestali erano le più alte sacerdotesse di Roma, onorate e rispettate, su cui gravava l'incarico di mantenere il focolare della dea sempre acceso e di restare vergini per tutta la durata trentennale del loro mandato. Se scoperte ad avere rapporti carnali, atto che normalmente veniva scoperto a causa di gravidanze oppure avvenimenti infausti per la città, la pena che spettava loro era terribile: condannate ad essere sepolte vive, le Vestali trascorrevano i loro ultimi giorni allontanate dalla sfera dei vivi. A loro si univano le donne "trasgressive" per antonomasia che la storiografia ci ha tramandato, da Clodia (la Lesbia amata da Catullo) a  Messalina, giungendo sino a Giulia, l'amatissima figlia di Augusto costretta poi all'esilio per la sua scandalosa condotta. Queste figure s'impongono come pilastri avversi all'ideale tradizionale di donna romana, una donna come Cornelia o come Ottavia, la sorella di Augusto, fedele al marito anche quando egli la ripudiò per Cleopatra.
Le donne, dunque, era meglio che restassero nell'ombra, senza aspirazioni di potere o particolari ambizioni, tranne che per la sfera casalinga o materna. L'unico modo per aspirare all'emancipazione era seguire un modus operandi tipicamente maschile, e dunque condannabile. La donna esisteva sempre in funzione di un uomo e se provava ad infrangere le barriere del mos maiorum, era concepita come una "donna facile", di infima condizione, corrotta (e in questa lista si annoverano le prostitute, le attrici, le ballerine...) e pubblicamente derisa. Le prostitute, infatti, erano costrette a tingersi i capelli di rosso e ad indossare una veste di lino succinta e trasparente, a differenza dell'abbigliamento classico della matrona, per sottolineare la sua condizione malfamata.
Sembra che alla donna romana spettasse una mera funzione riproduttiva, come sarà per altri secoli a venire. Erano i figli, la vera potenza femminile. Nella sfera privata la moglie non doveva provare piacere fisico durante l'atto sessuale, che spesso avveniva al buio e completamente vestiti, perchè il sesso all'interno della coppia serviva soltanto a procreare. L'amore e la passione erano spesso ricercati altrove, con la differenza che la donna doveva prendere determinati accorgimenti in caso di relazioni extraconiugali, mentre al marito era tutto concesso (fuorché avesse un ruolo passivo nei rapporti omosessuali). La padrona di casa poteva intrattenere relazioni con altri uomini, spesso schiavi, ma cercando di non farlo sapere; per questo motivo spesso si ricorreva agli schiavi domestici, costretti al silenzio. Tuttavia, spesso i mariti chiudevano un occhio e l'unico caso in cui erano davvero intransigenti era la relazione omosessuale tra due donne, percepita e condannata come la peggiore perversione sessuale che una donna potesse avere.

(Fine prima parte)

Fonti:
Francesca Cenerini, "La donna romana", Società editrice il Mulino, Bologna, 2002
Furio Sampoli, "Le grandi donne di Roma antica", Newton Compton,  2003
Alberto Angela, "Amore e sesso nell'antica Roma", Mondadori, Milano, 2012



martedì 25 febbraio 2014

Pompei, il film

Attenzione: questo post contiene anticipazioni sulla trama del film.



Uscito nelle sale italiane la scorsa settimana, il colossal hollywoodiano sull'eruzione più famosa del mondo ha subito attirato la mia attenzione. In molti avete domandato la mia opinione a proposito del film, probabilmente aspettandovi un lungo elenco di errori storici riscontrati durante la visione. 
La realtà è che il film mi è piaciuto molto, soprattutto per il sapiente utilizzo della grafica e degli effetti speciali. La trama non è tuttavia delle migliori, riproponendo il solito cliché dei Romani cattivi, assetati di speculazione, desiderosi soltanto di vedere uomini sgozzarsi nell'arena. Mi sento dunque in dovere di appoggiare la critica del film dello storico Andrea Giardina, il quale ha sottolineato questi aspetti del film e le similitudini con il più noto "Gladiatore" di Ridley Scott (la parte dei combattimenti occupa gran parte del film, ben più dell'eruzione e della storia d'amore tra i protagonisti). 

Non mancano, così, il senatore avido e corrotto, la fanciulla di buona famiglia dall'animo puro e ribelle, i barbari oppressi nel sangue in nome di Roma, i gladiatori costretti a combattere, e a morire, per la propria libertà. Niente di nuovo. Non è mia intenzione discutere sugli errori storici del film in questa sede, ma ricordiamoci (giusto per approfondire un aspetto) che per molti la gladiatura era una scelta, un modo per ottenere fama, soldi, successo e donne (la scena della ricca matrona che paga per ottenere i servigi di Attico è veritiera, poiché le abbienti donne di Roma erano disposte a sborsare grosse cifre per godere della compagnia di un aitante gladiatore, e molte erano anche quelle che instauravano relazioni extraconiugali). Insomma, non tutti i gladiatori erano schiavi e prigionieri di guerra, molti erano trattati come dei veri e propri idoli (come gli aurighi, del resto). Ai tempi della vicenda (79 d.C.) la rivolta di Spartaco e dei suoi seguaci è ormai un lontano ricordo.
Sullo sfondo di tutto incombe l'ombra minacciosa del Vesuvio, che fa mostra di sé già dalle prime scene del film con tutta una serie di vapori e scosse. I Romani non sapevano si trattasse di un vulcano attivo e i locali lo chiamavano amichevolmente "la montagna", traendo numerosi benifici economici dalla terra eccezionalmente fertile che lo ricopriva (è dunque vera l'immagine dei boschi rigogliosi distrutti durante la colata lavica). Veritiera è anche la triste fine dei due amanti, travolti dalla nube incadescente che si riversa sulla città durante le ultime scene del film. Come loro perirono moltissime persone, soffocate dalle esalazioni o bruciate vive. Dagli scavi di Ercolano è emerso che molti persero la vita per lo scoppio della calotta cranica, dovuta all'altissima temperatura raggiunta dall'aria, quindi è un po' inverosimile che i nostri protagonisti siano riusciti a correre industurbati per le vie della città durante l'eruzione, avendo anche la forza di tornare nell'arena per qualche istante. Ma è la magia della pellicola. Vera è anche la pausa durante l'eruzione (che nella realtà durò qualche ora, nel film pochi minuti) che si rivelò una trappola mortale per coloro che tornarono a cercare beni e persone care in città, così come vera è anche la scena del cedimento della caldera del vulcano su sé stessa.
Insomma, un finale lieto in questa vicenda avrebbe probabilmente stravolto il senso del film, ma è bene ricordare che qualcuno riuscì a scappare da quell'inferno e a raccontarlo. Di errori ce ne sarebbero altri, ma è risaputo che la Storia e l'audience spesso non vanno a braccetto. Resta, comunque, un bel prodotto che consiglio a ttuti di vedere. Sia mai che faccia rinascere nell'italico pubblico (invero poco attento al propri beni culturali) l'attenzione per quell'incredibile patrimonio artistico e architettonico che è Pompei. 

venerdì 21 febbraio 2014

Shooting: Alex Golisano Fotografia

Meeting a photographer again after three years? Yeah, it happens. I met Alex Golisano last month for a new shooting, after three years from our last set together.
It has been sooo funny seeing him again and discover nothing changed! We took some medieval and fantasy shots as usual and I tried to do a different hairstyle playing with my braids. The result has been a sort of bavarian/princess Leila hairstyle which didn't want to stay attached to my head. I put several bobby pins to keep them in place but they lasted for some minutes only :( Anyway, people loved it a lot on my Facebook fanpage so it's ok :P

You can visit Alex's Fb page here: https://www.facebook.com/alegolph 

Medieval


Fantasy


Gothic


Bavarian

Shooting: Valeria Forno Photography

Girls do it better. This one has been my first shooting with a girl after such a long time, and I'm really satisfied of these photos! I meet the young Valeria in Turin, to take some gothic, medieval and fantasy shots. Nothing new, you could say, but this was her first medieval shooting and I tried to do all my best to make both of us satisfied. 
And you, what do you think of our shots? ;)

Visit her Fb page here: https://www.facebook.com/ValeriaFornoPhoto

Medieval

Medieval

Medieval

Gothic

Gothic

Butterflies

lunedì 3 febbraio 2014

Roman dress "Gaia"

Hello guys, the end of the month is near and I'm passing these cold winter days sewing a new roman dress.
I found at the local market a beautiful remnant of deep green fabric in synthetic fibres (I think it's polyester) large enough for a dress, and so I bought it with another camouflage fabric. To be honest I wasn't thinking to another roman dress but when I saw the fabric I couldn't resist!

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The fabric
To sew this dress you'll need: 
- Fabric 
- Thread 
- Scissor
- A sewing machine, but you can avoid it if you want a more historical look. 

The fabric is soft as silk and the green is simply luscious! I didn't use a pattern so I put the fabric on the floor and I drew by hand the figure of shoulders with a chalk, after measuring my own shoulders. I have a one shoulder tunic already but for this one I wanted something different: I took my inspiration from the Spartacus TV series and I found in the character of  Gaia a nice reference: her dress has a deep V neckline and it's made of light green silk with golden embroidery, and the shape of the cloth seems quite historical.

Gaia
My dress will look like this on the shoulders but the neckline will be less evident and I'll wear a blue tunic as underwear since my fabric is quite see-through. 

The construction of the dress is really simple, so if you're a beginner seamstress like me you won't find it hard. So, after drawing the straps with the chalk I started sewing the hems by hand, finishing them with the sewing machine later for a better look. Then I sewed both sides together and put it on: I'm used to sew clothes a little bit bigger than my real size so I'll have to adjust the dress on my hips in a second moment. 

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Particular of the seam
To decorate the shoulders I applied by hand two silver buttons with Medusa's effigy (I'm in love with them!)

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The buttons. 
Keep in mind: don't throw away scraps! You can always use them as ribbons or as decorations for your hair if they're big enough :) I'll use mine for the typical roman hairstyle I use during historical fairs. 
I noticed the dresses displayed in Spartacus have many layers of different fabrics but I find this style more fantasy than roman, even if women from upper classes wore dresses made of rich materials and with vivid colours. I hand stitched a hair comb to keep the veil on my head (don't forget this step if you don't want to lose it when you move, my suggestion is to make a braid and then put the hair comb there - a fake braid is good too). 

Total amount: less than 10€, if you're lucky it's a very low budget project!  

Photo by Franco Russo



mercoledì 15 gennaio 2014

Gaio Giulio Cesare Ottaviano, Augusto (seconda parte)

Il giovane Ottaviano era dunque padrone di Roma, sebbene i suoi poteri legittimi fossero scaduti nel 33 a.C. con la fine del triumvirato. Egli affermò di essersi mosso con il "consenso di tutti" (consensus universorum) che sebbene fosse la base del suo potere, mancava di legittimità; per ovviare a questo problema fu console ininterrottamente dal 31 al 23, rifiutando cautamente la nomina di dittatore, memore di ciò che era accaduto al padre adottivo. Dichiarò, quindi, di essersi mosso nel più profondo rispetto delle tradizioni repubblicane ma la realtà era ben diversa: una mattina del gennaio del 27, Ottaviano vide cambiare radicalmente la forma del proprio potere, plasmando la storia dei secoli successivi. Finse di voler restituire tutti i poteri conferitigli e il senato, che era ormai era nelle sue mani, gli conferì il titolo di Augusto. Tale titolo conteneva in sé diverse implicazioni, tutte legate all'accrescimento e al prestigio: la parola augustus deriva nient'altro che dal verbo augere (aumentare), e l'Augusto era colui destinato ad accrescere la potenza romana e, al tempo stesso, la sua potenza e il suo prestigio erano aumentati rispetto agli altri cittadini. Inoltre, tale titolo era anche legato all'antico concetto di auctoritas, che comprendeva anche connotazioni religiose: essendo stato adottato dal divino Cesare, Augusto poteva vantare la diretta discendenza da Enea e dalla dea Venere e poiché Cesare era stato divinizzato poco dopo la battaglia di Filippi, egli poteva definirsi "figlio di un dio" senza mezzi termini. Con la morte di Lepido nel 12 a.C., egli poté anche ricoprire la carica di pontefice massimo, la più alta carica religiosa a Roma. Augusto tenne a precisare di aver rinunciato a tale carica più volte, quando Lepido era in vita, sebbene il popolo lo acclamasse a gran voce. 
La buona sorte di Augusto, però, era lontana dall'abbandonarlo. Nel 23 Terenzio Varrone Murena, di nobilissima stirpe e collegata di Augusto nel consolato, ordì una congiura per eliminarlo; Augusto capì che il solo titolo di console non bastava più a proteggere i suoi sforzi e si fece concedere dal senato due titoli importantissimi,  la potestà tribunicia e l'imperio proconsolare maggiore e infinito. La svolta sarà epocale, poiché questi due titoli saranno la base del potere per tutti gli imperatori a venire: la tribunicia potestas proveniva direttamente dai tribuni della plebe e rendeva il principe sacro e inviolabile, con il diritto di emanare leggi ma, poiché tali leggi erano circoscritte al solo territorio di Roma, serviva l'imperio proconsolare per renderle effettive in tutte le parti dell'impero. Tali prerogative potevano essere trasmesse solo da padre in figlio, con tanto di ratifica senatoriale, dunque non era un privilegio dinastico: Augusto riconobbe per tempo i suoi successori, da Agrippa ai nipoti, ma la sorte in questo caso gli fu avversa e lo costrinse a scegliere il poco amato Tiberio, figlio di primo letto della moglie Livia. 
Forte di queste prerogative, Augusto passò a riorganizzare la struttura dell'ormai deceduta Roma repubblicana: divise le province in senatorie e imperiali, confermò l'Egitto come possedimento strettamente personale, riportò ordine nella scena politica romana onorando il senato e aprendo le porte della carriera pubblica anche ai cavalieri, ristrutturò l'intera città con importanti opere architettoniche e introdusse il culto religioso legato alla famiglia imperiale. A tutto ciò si aggiunse, nell'anno 2, anche il titolo di padre della patria. 


Per quel che riguarda la guerra, Augusto non ebbe mai grandi doti militari. Le sue vittorie furono quasi sempre frutto del genio di Agrippa che, tuttavia, lo servì sempre fedelmente e con amicizia. Agrippa vinse su Sesto Pompeo, riottenne le insegne sottratte a Crasso nel 53 dai Parti e, dopo la sua morte, i figli di Livia Tiberio e Druso ottennero numerose vittorie lungo tutto l'arco alpino. In tutto questo susseguirsi di trionfi, la sconfitta di Teutoburgo del 9 d.C. segnò un confine indelebile: il vecchio Augusto patì moltissimo la perdita di ben tre legioni e a ciò si aggiunsero le incessanti morti dei nipoti designati come eredi (nonché l'allontanamento forzato dell'amatissima figlia Giulia in esilio a Pandateria, oggi Ventotene).  Nel 13 d.C. depositò il suo testamento nella casa delle Vestali accompagnato da un piccolo documento, noto a noi come le Res Gestae Divi Augusti.  
Augusto si spense a Nola, in Campania, nel 14 d.C. Con lui c'erano la moglie Livia e Tiberio, l'erede designato. Prima di spegnersi, domandò se avesse recitato bene in quella commedia che era la vita. 

Fonti: 
Svetonio, "Vite dei Cesari"
Augusto Fraschetti, "Roma e il Principe", Bari, Laterza, 1990
Augusto Fraschetti, "Storia di Roma", Catania, edizioni del Prisma, 2003
Michael Grant, "Gli imperatori Romani", Roma Newton Compton editori, 1984

venerdì 3 gennaio 2014

Gaio Giulio Cesare Ottaviano, Augusto (prima parte)

Quest'anno corre il bimillenario della morte di uno dei principali protagonisti della storia di Roma, una delle figure chiave di quella Repubblica ormai morente e che si affacciava all'impero, o meglio, al principato. Gaio Ottavio racchiude in sé tutti gli elementi di una grande figura storica: abilità politiche, la capacità di sapersi imporre in una situazione potenzialmente pericolosa e rovesciarla a proprio vantaggio, vittorie militari (sebbene frutto del genio militare e strategico di Agrippa), grandi innovazioni e anche molti lati oscuri. Gaio Giulio Cesare fu il primo princeps di Roma, chiudendo per sempre con il passato repubblicano tanto difeso dai Cesaricidi. 

Il futuro Augusto nacque il 31 a.C. da una nipote di Cesare, Azia. La sua facoltosa famiglia apparteneva al ceto equestre (la società romana era infatti divisa all'epoca in tre grandi classi sociali, senatori, cavalieri e poi il popolo) ma presto la responsabilità dei figli ricadde sulla sola madre. Ottaviano era un giovane brillante e promettente, ma con una salute cagionevole che lo attanagliò per tutta la vita. Da subito posto sotto l'ala protettiva di Cesare, che non aveva eredi maschi diretti (se escludiamo la presunta paternità di Bruto, figlio della sua storica amante Servilia), Ottaviano lo accompagnò nel trionfo ottenuto dopo la vittoria sui Pompeiani nel 46 a.C. e fu ad appena 18 anni che fece il suo ingresso nella scena politica della penisola:  nel 44 a.C. si trovava sull'altra sponda dell'Adriatico ad attendere l'arrivo di Cesare per l'imminente campagna contro i Parti. Cesare non arrivò mai, perito nella congiura delle idi di Marzo. Ottaviano si precipitò a Roma accompagnato dall'amico Marco Vipsanio Agrippa e nessuno diede credito a quel ragazzo malaticcio, troppo giovane per rappresentare una minaccia. 


Le cose cambiarono quando venne letto il testamento di Cesare. Ottaviano era riconosciuto come figlio e quindi erede diretto, scavalcando soprattutto Marco Antonio. Contro il parere della famiglia accettò questo gravoso riconoscimento e si mise subito alla guida di un partito per vendicare la morte di Cesare, approfittando del vuoto di potere creatosi tra i congiurati immediatamente dopo l'assassinio; farsi accettare da Antonio fu molto dura, e i due finirono per scontrarsi nella battaglia di Mutina nel 43 a.C. Il senato riconobbe ad Ottaviano poteri e incarichi straordinari (soprattutto per la giovane età) e Antonio fu sconfitto, riparando in Gallia. I due scesero a patti nel novembre dello stesso anno contro il senato, ancora ostile ad Ottaviano; con la partecipazione di Lepido formarono il secondo triumvirato e Ottaviano dall'anno successivo poté fregiarsi del titolo di "figlio di un dio", dato che Cesare era stato riconosciuto come divus. I triumviri sconfissero i Cesaricidi Bruto e Cassio nella battaglia di Filippi nel 42 ma il ruolo di Ottaviano fu secondario dato le precarie condizioni di salute. La spartizione dell'impero vide il futuro sorridere nuovamente all'erede di Cesare: Antonio si fece assegnare l'Oriente, ad Ottaviano spettò l'Italia e qui poté cominciare a gettare le basi del suo potere. Dopo la battaglia di Perugia contro il fratello di Antonio, Lucio, Ottaviano era quasi senza nemici sul suolo italico. Sposò la sorella di Sesto Pompeo, Scribonia, per assicurarsi il suo appoggio, ma il matrimonio fallì poco dopo. 
Riconciliatosi con Antonio e la sua famiglia, Ottaviano annesse al suo controllo anche le province occidentali e lasciò l'Africa a Lepido e l'Oriente ad Antonio; l'alleanza fu sancita con il matrimonio di Antonio con Ottavia, la sorella di Ottaviano, ma il clima precipitò quando Antonio incontrò ad Alessandria la seconda amante di Cesare, Cleopatra. Antonio si lasciò affascinare dalla regina e dedicava sempre meno tempo agli affari politici. Nel 37, tuttavia, Antonio e Ottaviano strinsero un nuovo patto e si dedicarono a sconfiggere definitivamente Sesto Pompeo, eliminando dal triumvirato lo scomodo Lepido, che si era opposto al dilagare del potere di Ottaviano in Occidente. Era chiaro che Ottaviano non si sarebbe fermato al solo Occidente. Secondo Tacito, egli avrebbe tanto concesso ai suoi alleati solo per poi condurli nel pieno della rovina. Cominciò a fregiarsi del titolo di imperator e pacificò il confine nord-orientale dell'Italia con vittoriose campagne militari, ingraziandosi il popolo con opere architettoniche per mano di Agrippa. Antonio era lontano, assorto nei fasti orientali, e Ottaviano aveva campo libero.
La frattura avvenne nel 32 a.C., quando il triumvirato finì e Ottaviano non volle ripristinarlo. Antonio ripudiò allora Ottavia, che per amor suo aveva cresciuto i figli avuti dalla moglie precedente Fulvia,e si rifiutò di vederla quando ella lo raggiunse ad Alessandria. Rimproverò anche Ottaviano per i mancati aiuti alla sua fallita spedizione partica, due anni prima. Era l'occasione che Ottaviano aspettava: poiché l'idea di una nuova guerra civile non sarebbe stata accettata, egli dichiarò guerra a Cleopatra, colei che aveva allontanato Antonio dalla sua patria e gli aveva fatto ripudiare la legittima consorte. Erano trascorsi molti anni, Antonio e Cleopatra avevano avuto dei figli e il loro legame era sempre più forte. Nel 31 a.C. schierarono la loro flotta e le due parti si scontrarono ad Azio, dove il genio militare di Agrippa brillò ancora. I due amanti ripararono in Egitto e lì si suicidarono per non cadere vivi nelle mani di Ottaviano. Ottaviano allora completò la sua opera di accerchiamento del potere: fece uccidere Cesarione, il figlio di Cleopatra avuto da Cesare, e si annesse l'Egitto come possedimento personale. Ormai era il padrone indiscusso di Roma e dei suoi territori. 

Fonti:
Augusto Fraschetti, "Roma e il Principe", edizioni Laterza, 1990
Augusto Fraschetti, "Storia di Roma", edizioni Del Prisma, Catania, 2003
Michael Grant, "Gli imperatori Romani", Newton Compton editori, Roma, 1984

martedì 31 dicembre 2013

Intervista per Ereticamente.net

Lo scorso sabato è uscita l'intervista realizzata per conto di Ereticamente, sito specializzato nella condivisione e diffusione di idee spesso controcorrente. Vorrei ringraziarli personalmente per l'interesse mostrato nei miei confronti, sia come artista sia come studiosa indipendente.

Potete leggere l'intervista completa qui: http://www.ereticamente.net/2013/12/intervista-danielle-fiore.html



Ad ogni modo, vorrei anche ringraziarvi per le 40.000 visite ormai superate al blog! Grazie! 


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