venerdì 6 aprile 2012

Non vogliamo compassione, vogliamo essere capiti!



Qualche sera fa, ho assistito per caso a una nota trasmissione televisiva in onda sulla TV pubblica, condotta da un famoso presentatore aiutato da una comica pungente e irriverente. Ospite della serata era il direttore del quotidiano “Il Corriere della Sera”, Ferruccio de Bortoli.

Il discorso tra lui e il conduttore si è subito snodato su un tema “caldo” degli ultimi tempi, ovvero la riforma del lavoro e del fantomatico articolo 18. Tralasciando le simpatie o le antipatie che ognuno di noi può avere verso questi personaggi dell’odierno panorama culturale e non, resta che il signor de Bortoli ha subito individuato il nocciolo della questione. Fra tante frasi fatte, il giornalista non ha mancato di sottolineare come gli sforzi dell’attuale classe politica debbano dirigersi verso un mondo del lavoro che offra sbocchi ai giovani, a quella fascia under 35 più colpita dal fenomeno del precariato e della disoccupazione (e non solo quella purtroppo, n.d.a.), quella generazione che ha di fronte a sé un futuro grigio e privo di speranze. De Bortoli ammette che ciò che stiamo vivendo oggi non è più tanto una lotta di classe, quanto una lotta generazionale. E come darvi torto, signor de Bortoli? Il periodo che stiamo vivendo da un decennio a questa parte è stato scandito da un contrasto generazionale ormai insanabile, fatto, da un lato, da genitori poco inclini a comprendere i problemi di figli alle prese con contratti di lavoro a termine o a progetto, altrimenti detti “atipici”, magari con due lauree alle spalle e, dall’altro, da figli quasi gelosi di ciò che i genitori hanno ottenuto in passato. Parlo del posto fisso, dei privilegi, della possibilità di fare carriera, di aprirsi un mutuo, di fare dei figli.

Parliamoci chiaro. Chi vi scrive è una 25enne, una giovane sciocca che ancora crede che qualcosa, seppur piccola, possa far smuovere questo sistema. Una giovane che ancora sogna. Non di trovare un’occupazione nel settore degli studi, quello sarebbe troppo, ma di trovare quel piccolo impiego che permetta una vita dignitosa, indipendente,  un piccolo appartamento e qualche sfizio ogni tanto. Il problema di fondo, a mio modestissimo parere, è che non possiamo più paragonare il mondo del lavoro di quindici - venti anni fa a quello attuale. Ma un giovane, questo, lo sa benissimo. Oggigiorno, chi non è iscritto a un’agenzia interinale? Chi non trascorre giornate intere sui siti di lavoro a inviare curriculum in attesa di una risposta? Pochi, pochissimi fortunati. Per esperienza personale, posso assicurare che i genitori di oggi faticano davvero a capire le necessità di un figlio che, biologicamente parlando, è ormai adulto ma che per motivi lavorativi e economici, deve restare sotto il tetto paterno, spesso stretto. Ho vissuto per due anni fuori casa, tornare indietro non è stato per niente facile. E non lo è tuttora. Vane sono spesso le parole che esprimono questo senso di oppressione e di impotenza (perché davvero, c’è ben poco da fare se non aspettare una chiamata e sperare), perché spesso s’infrangono contro un muro che non vuole sentire e capire, un muro forte di trent’anni di contributi versati regolarmente, un muro che non ha mai conosciuto lo spauracchio della vita che scorre, degli anni che passano, del tempo passato inattivi, dei risparmi che finiscono e che non si riescono a integrare, dei sogni infranti. L’elenco potrebbe continuare all’infinito.

Girovagando per il web, ho trovato questo articolo http://www.michelmartone.org/il-labirinto-della-precarieta-52.html, che ovviamente mi sono fiondata a leggere. È la storia, vera o presunta che sia, di un giovane precario, oggi 30enne, che dopo anni di disoccupazione e precariato ha scelto la via dell’estero. Il che, direte voi, non è una novità. Neanche la sua frustrazione, le sue ansie, le sue paure, il suo senso di impotenza verso una famiglia non comprensiva lo sono, ma qualcuno fa ancora finta di non sentire. Qui non si tratta di essere di destra o di sinistra, si tratta di un problema reale che attanaglia intere generazioni, costrette all’impotenza, alla frustrazione, a rendersi merce pur di lavorare quel mese, quanto basta per mettere da parte qualche soldino in attesa del “grande evento”. Cosa si intende per “grande evento”? Non un contratto fisso, ma un contratto anche solo di un anno, che non ci faccia arrivare con l’ansia alla fine del mese. Si denuncia sempre più la rinuncia a cercarsi una casa (d’altronde, guadagnando 600€ in un call center, come si fa a pagarne 300 d’affitto se siamo fortunati più tutte le spese?), i giovani lavoratori ritenuti quasi carta straccia. Fuori uno, avanti un altro. Tanto le imprese prendono le sovvenzioni con le nuove assunzioni. E allora, dov’è l’inghippo? Cosa si sta facendo realmente per cambiare le cose?

Gli articoli dei giornali battono sempre di più su questo tema, è impossibile credere che sia ancora tutto fermo a venti anni fa. Genitori, chi parla è una giovane precaria e da tempo disoccupata, perché o troppo qualificata o senza esperienza. Pure per fare la commessa. Posso assicurare che ciò che è scritto nell’articolo sopracitato è tutto vero. Ho sperimentato sulla mia stessa pelle quelle disavventure. Sono lontani i tempi del posto sicuro, ottenuto certo dopo un periodo di sacrifici, del matrimonio e dei figli immediati. Fatevene una ragione. E mettetevi una mano sul cuore. Ciò che i vostri figli vogliono, più che un aiuto economico, è una comprensione a livello emotivo e psicologico.


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