mercoledì 16 novembre 2011

Recensione del romanzo "Danubio Rosso" di Alessandro Defilippi

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Recensione "Danubio Rosso" di Alessandro Defilippi 

Mi è capitato sotto mano il romanzo di Alessandro Defilippi, intitolato "Danubio Rosso. L'alba dei barbari", edito  da Mondadori e facente parte di una saga curata dal noto Valerio Massimo Manfredi circa la storia di Roma. L'ho notato per la prima volta alla Fnac, troneggiante sullo scaffale delle offerte. Copertina accattivante, con questo barbaro adorno di pelliccia, scudo e spada imbrattata di sangue, alla stregua di un gruppo viking-metal. Detto ciò, il libro si presenta corposo, di circa 400 pagine articolate in diverse parti e aventi come sfondo l'invasione dei Goti del 376 d.C., quando questa massa di disperati si riversò, sospinta dagli Unni, lungo le rive del grande fiume, chiedendo cibo e terre. Argomento a me molto caro, l'invasione del 376 offre all'autore la possibilità di affrontare il difficile problema dell'integrazione barbarica nel mondo romano, poiché l'assimilazione dei barbari all'interno dell'impero fu tutt'altro che indolore. La scelta dell'imperatore Valente, scellerata per Ammiano Marcellino, si rivelò in effetti errata, poiché fu frutto, soprattutto, di una cattiva politica estera e di una pessima gestione della guerra: il conflitto contro i Goti sarà destinato a durare sei lunghi anni, sfociando nel disastro di Adrianopoli nel 378. Attraverso le gesta del protagonista Batraz, un sarmata, Defilippi ripercorre gli avvenimenti principali dall'arrivo sul Danubio alla battaglia di Adrianopoli, senza dimenticare eventi chiave come il banchetto fraudolento organizzato da Lupicino ai danni degli (ignari) Goti e la decisione di Valente di sferrare l'attacco senza attendere gli aiuti del nipote Graziano. Da segnalare anche la diserzione di Marco, soldato romano abbandonato dai propri connazionali alla prigionia tra i Goti di Fritigerno e deciso a rivendicare tale abbandono schierandosi dalla parte dei barbari. Il finale del romanzo è ahimè noto, con l'esercito romano sconfitto nella piana sabbiosa e arida di Adrianopoli, e l'imperatore deceduto senza che nessuno fosse a conoscenza del vero motivo del decesso (si pensa che Valente sia caduto da cavallo e ucciso come un soldato qualunque, mentre altre fonti sostengono sia stato portato, ferito, in un casolare di campagna poi incendiato dai Goti). 
La copertina del romanzo
Un'ottima prova per questo autore, che non fa mistero di essersi avvalso dell'aiuto, e dell'amicizia, di Alessandro Barbero, noto docente all'Università del Piemonte Orientale. L'unica nota è, forse, l'aver seguito più il cuore che la ragion di stato, nel senso che il fulcro del romanzo è chiaramente pendente a favore dei Goti (lo si capisce in particolar modo dal ritratto offerto di Fritigerno, descritto come un re giusto, e dalla figura di Marco. Valente appare come un burattino nelle mani del monaco Ertegul, forse il vero pianificatore delle sue scelte politiche), ma di certo non si può biasimare il buon autore. In situazioni come queste, ognuno è libero di schierarsi dalla parte che preferisce. Personalmente, ho sempre tenuto le difese dei Romani (e qui Ward-Perkins e le sue teorie mi hanno illuminato), ma è un altro discorso. Resta che questo è un romanzo consigliatissimo, di piacevole lettura, ottimo nei dialoghi. Dimenticavo: non poteva mancare la storia d'amore tra Batraz e la sfortunata Leimeie, donna coraggiosa e pronta a sacrificarsi per l'uomo che ama.

Voto: 8/10
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